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Una settimana sul rimorchio

Non lo so se sia vero che in amore vince chi fugge. Di sicuro, non vince chi chatta. L’ho scoperto dopo aver trascorso, incuriosita e un po’ scettica, una settimana a surfare tra le quattro principali app dedicate al dating. Che poi altro non è che l’equivalente anglofono, chic e 2.0 del rimorchio di antichissima memoria. Così come lo swipe, altro concetto chiave diventato chissà quando termometro fondamentale della tenuta o della riuscita di una relazione.

È il social network, bellezza, e tu non puoi farci proprio nulla, anche perché la tendenza è in atto da tempo. I like hanno deflorato i riturali di corteggiamento spianando le inebrianti vie del sesso anche a sociopatici e nerd ed il cybersex ha tristemente sostituito il caro e vecchio petting, destinato a restare uno dei grandi misteri del secolo scorso.

Ma Facebook & company in questi casi rappresentano solo il secondo step di una relazione virtuale che si rispetti. Prima di tutto, appunto, ci sono le app per il rimorchio, inevitabile epilogo (o prologo?) di un’era destinata alla promiscuità.

Perché la filosofia, alla fine, è sempre la stessa. No time to flirt, ovvero non ho tempo per farti la corte, non mi sogno nemmeno di pagare una cena al ristorante o un mazzo di fiori se tutto ciò che voglio è solo un po’ di sesso con qualcuno che mi è affine. Esistono e sempre esisteranno i locali, certo, ma che succede se io ho voglia di accoppiarmi adesso, mentre rientro in metro dopo dieci ore di lavoro e nella mia casa dell’hinterland mi aspettano l’asciugatrice da riempire e lo Skype con mia madre? Le app hanno risolto il problema. Sono il paradigma della rapidità, non c’è tempo di attesa, non c’è latenza, tocchi e sei collegato.

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Le dating apps
Elaborazione dati Informant

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Nonostante sia palese il disagio che noi femminucce proviamo dinanzi a certi approcci la maggior parte dei ragazzi oggi si affida proprio a metodi del genere per l’appagamento sessuale, e non è esigua la pattuglia dei più ingenui che sperano addirittura di scorgere una freccia di Cupido in qualche angolo remoto del touchscreen. Ma probabilmente sopravvaluto il genere cui appartengo, visto che il successo di queste app pare trasversale. E planetario.

Ce ne sono per tutti i gusti: etero, trash, gay, lesbo. Basta solo decidere da che parte stare e tirare un paio di colpi ben assestati di polpastrello per ritrovarsi catapultati nell’Amazon dei cuori liberi, dove ciascun utente si svende al miglior offerente, in strategie pilotate da cuoricini rossi, stelline, freccette e falli fotogenici che spoetizzano ma al contempo armonizzano l’atmosfera.

L’obiettivo per chi s’illude di trovare l’anima gemella nel postmodernissimo è «mantenere la destra», come alla guida: ma qui bisogna guadagnarsela distinguendosi in quella minestra di disperazione che è il datingspazio. Una macelleria virtuale in cui è possibile selezionare il pezzo di manzo più succoso per l’eventuale copulazione. L’imperativo categorico, qualunque sia il sentiero informatico prescelto è selezionare attentamente un’immagine profilo capace di affascinare il cacciatore e spingerlo ad inserirti nella lista dei potenziali partner. Un festival di selfie scattati da angolazioni inesplorate capaci di aprire le porte della conversazione, primo passo verso la meta. Se sei figo l’indice punta a destra, nel girone dei papabili. Altrimenti sei bannato a sinistra in quello dei ripudiati che non meritano considerazione, e vogliamo credere realmente che in questo gioco di faziosità i pregiudizi sulla politica c’entrino ben poco.

Sperimentare tutte le chat a disposizione, comunque, era pressoché impossibile, ma la tentazione del matching con la conseguente prospettiva di un fidanzato/scopamico con manie psicopatiche mi ha spinta a scegliere le quattro che potremmo definire la Ivy league dell’acchiappo, le più popolari e diffuse in Italia. D’altronde non è un segreto che la maggior parte degli utenti tenda a utilizzarle tutte o quasi contemporaneamente. E pure io sono una che non si accontenta, anche se alla fine l’esperimento mi insegnerà che un’esistenza in completa solitudine potrebbe rappresentare il vero segreto della felicità eterna.

 

Il bar del ventunesimo secolo

La mia ricerca antropologica non può che partire da Tinder. Potremmo definirlo la versione beta ed essenziale del club dell’acchiappo, o se siete più romantici l’evoluzione in chiave digital dell’iconico scatto di Ruth Orkin dove una donna passeggia davanti a un bar di Firenze tra una folla di maschi alfa tanto fischianti quanto improponibili.

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An American Girl
An American girl in Italy, 1954.

Ruth Orkin

Si tratta senza ombra di dubbio dell’app per incontri più tamarra attualmente in circolazione. Grazie al login effettuato tramite Facebook, fai poca fatica a registrarti risparmiandoti difficili descrizioni per sembrare più appetibile o minimamente istruito. Lo scopo, tanto, è solo accoppiarsi, poco importa se tu legga Jodorowsky o se ti piacciano le patatine olandesi.

Qui il primo impatto è tutto. Scelgo dunque per l’occasione di sfoggiare un autoscatto degno di nota, uno di quelli fintamente genuini, in realtà ritoccati a dovere con la sovrapposizione di almeno tre filtri Instagram differenti ed una parete abbastanza bianca alle mie spalle per darmi un aria dignitosamente cool. Una volta dentro seleziono i due parametri fondamentali: età – il pericolo, viste le anagrafiche medie, è quello di ritrovarmi ad essere chiamata «zia» da qualche neofita con l’acne ed una inconfessata passione per le tardone, elegantemente definite oggi cougar – e raggio d’azione: da 2 a 161 chilometri. In pratica trattandosi della regina delle app per il sesso a domicilio una delle informazioni principali è definire quanto vicino vuoi trovare il toro da monta.

Terminati questi due passaggi eccomi finalmente a giocare tra le facce tesserate che mi compaiono davanti: individui dalla dubbia integrità morale che danno sfoggio di tutto il loro appeal nella speranza che qualche donna finalmente si conceda a loro. Ok, sono dentro e ci provo anche io, con discreto successo. Piazzo il cuoricino su una quarantina di profili maschili: la maggior parte delle mie scelte ricambiano il favore e improvvisamente la mia chat si affolla come una scuderia. Scoprirò solo più tardi, nel corso della mia abituale compulsione serale da YouTube (che su Tinder è ricca di anedottica, vedi questo e questo, che mi hanno fatto sbellicare), che per i maschietti il cuoricino seriale è un dogma, una massimizzazione statistica delle possibilità da mettersi in atto anche con l’aiuto di software dedicati:

Comunque, passano giusto pochi minuti prima di ricevere i primi messaggi. L’approccio è banale, ma sono su Tinder, non è che al bancone di un bar ne troverei di migliori: solo che almeno qui posso scegliere io a chi fare sfoggiare i suoi originalissimi «Ciao come va?» o «Buongiorno». Pochi i marpioni che osano provarci con qualche commento più malizioso sul mio look, pochissimi quelli che azzardano un congiuntivo. Proseguiamo.

Le conversazioni sono standard e durano poche battute, giusto il tempo di rompere il ghiaccio prima di passare alla fase successiva, l’altrettanto canonico «Ci aggiungiamo su Facebook?»: la domanda che conferma l’interesse riducendo il cammino in traiettoria della prima base. Trovo anche qualcuno più diretto però che cerca di andare subito al dunque proponendomi di vederci nell’immediato per «divertirci». Naturalmente in questi casi declino con garbo l’invito.

Sento che la fiducia nel mezzo mi sta praticamente abbandonando e che quell’entusiasmo iniziale era solo dovuto all’inesperienza. Così, dopo 14 interazioni tendenti al patetico con esemplari diversi, da nessuno dei quali avrei accettato l’invito per un caffé se l’avessi incontrato nel mondo reale, comprendo con un velo di tristezza che su Tinder non troverò mai un fidanzato. Al massimo un erotomane con tendenze fetish capace di raccontarmi delle favole per portarmi a letto (si, è successo anche questo, come potete vedere dalla fotogallery; sì, in qualche caso ho tirato la corda per prendermi gioco del genere maschile, lo ammetto).

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Metti un hipster nel carrello

Decido di spostarmi in un ambiente più sofisticato e che contemporaneamente mi consenta di mantenere il pallino dell’azione: scarico Adotta un ragazzo, app etero-chic con la quale avevo già avuto una breve liaison mesi fa. Si tratta di un sito di incontri online dall’approccio decisamente originale, oltre che raffinato, visto che qui le ragazze fanno – letteralmente – shopping di uomini. E quando dico fare shopping, voglio dire cercare il prodotto, saggiarne le caratteristiche, ficcarlo nel carrello e pagarlo con comodo addebito su carta di credito. L’idea è ovviamente discutibile, lo ammetto, ma sembra attrarre un numero sconvolgente di persone. Adotta un ragazzo è la versione italiana di adopteunmec.com, sito francese che, nato 4 anni fa, che schiera 5,7 milioni di iscritti (quasi il 10% della popolazione francese sembra avere un profilo sul sito), un giro d’affari di quasi 20 milioni di euro e campagne pubblicitarie tra il martellante e l’ammiccante.

Un profilo guidato mi permette di buttare giù una home personale con tutte le informazioni più interessanti: libri preferiti, citazioni, canzoni e film. Addirittura c’è spazio per una breve descrizione personale. Potrei fabiovolizzarmi, invece ci butto dentro una Chiara solare e single, con sfumature di citazionismo malinconico: la mia vena di pseudoscrittrice si sente quasi lusingata da tutta questa autocelebrazione.

Su Adotta (come lo chiamano gli utenti abituali) tutto funziona come su un sito di e-commerce solo che in vendita non ci trovo hard disk esterni, irreperibili dvd di documentaristi islandesi o abiti drappeggiati provenienti dalla Cina ma maschi eterosessuali suddivisi per categorie: dandy, bear, palestrati, ricci, biondi, romantici. Tu scegli, e loro ricambiano inviandoti un incantesimo: funziona come un like o una stellina, ma vuoi mettere l’effetto Sturm und Drang provocato da tale ambigua scelta lessicale sulla psiche emotiva di una femmina forgiata da decenni di cartoni animati infarciti di principessine?

Lo ammetto, mi lascio prendere dall’euforia, mi sembra di essere su Zalando con i saldi al 70%, e il mio giro esplorativo rincuora gli ormoni: noto che la selezione è molto migliorata e mi convinco dell’idea che possa inciampare sul serio in qualche tizio apparentemente appetibile, così accetto di assecondare gli incantesimi che mi arrivano mettendo nel carrello quelli che sembrano possibili purosangue. Noto che gli hipster vanno per la maggiore: barbe, biciclette fighe, eccetera. Time to market ottimale, buon segno.

All’inizio sembra di stare ai saldi, ma in appena 72 ore assisto a un imbarazzante declino della libido

Purtroppo anche in questo caso bastano pochi giorni per riattivare la funzione Chiara-svegliati-sei-su-una-infelicissima-chat-per-incontri! Misogini dall’aspetto discutibile che inveiscono contro donne grasse, artisti dall’anima naif con marcato accento terrone, carabinieri, poliziotti, bersaglieri e ancora militari di ogni provenienza, età, circonferenza toracica e situazione sentimentale. Un imbarazzante declino della libido in appena 72 ore.

L’illusione di trovare l’uomo della mia vita viene definitivamente infranto dopo qualche chiacchierata di troppo. Quello in cui sono capitata non è l’Eden dell’Amore, al massimo l’outlet del toy boy, dove puoi prenotare un ragazzo per 24 ore, usarlo come uno stantuffo per il water e passare all’articolo successivo. No non ci sto, Maria io esco, chiudi la busta (cit.)

N.B. Concordo in pieno invece su chi dice che Adotta sia la soluzione ideale per cosplay, psicopatiche e donne con disturbi bipolari. Che sul totale del pubblico femminile hanno nonostante tutto un certo peso. Provare per credere.

Adottaunragazzo

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Nel regno degli uomini lisci

Nonostante le facciate prese contro il mio smartphone non mollo. La mia nuova Eldorado, adesso, si chiama Grindr. Si tratta di una delle prime app nate per inseguire il coito ed è senza alcuna ombra di dubbio la più funzionale e diffusa. Nel 2014, prima ancora del suo sesto compleanno, ha raggiunto i sei milioni e mezzo di iscritti in 192 Paesi, quattro più di quanti ne siedano all’assemblea generale dell’Onu. Per dire.

Cerco di non interrogarmi più di tanto sui doppi sensi della app (Grindr significa letteralmente «macinatore»), installo e parto.

Il primo step è una breve descrizione dove indicare età, sesso, luogo di provenienza (scoprirò poi che qualche volta questo si è rivelato un problema), ed eventualmente anche il proprio ruolo nella coppia: «Sei A o P?» mi chiede il riquadro delle impostazioni, e io mi sento vecchia perché ci metto qualche secondo di troppo a intuire. Appena comprendo, realizzo anche che – ovviamente – qui il terreno di caccia preferito è l’accoppiamento omosessuale, soprattutto tra maschi. Per farmi accettare nella community, dunque, sono costretta a uno stratagemma: cerco un uomo per il mio migliore amico, un orsetto attivo con tanto da offrire. Insolitamente sembro molto richiesta, mi scrivono in tanti nonostante le mie fattezze fisiche siano evidenti. Ma ecco svelato l’arcano: l’utente medio di Grindr pensa che io sia transessuale e non esita a chiedermi conferma.

Qualcuno è divertito dalla mia presenza, ci scherza su, conosco addirittura un ragazzo che mi propone di essere la sua fidanzata a patto di accettare la sua passione per i giovani twinkle. Gli approcci sono comunque sempre giocosi, e anche se pure a me capitano diversi fail fra quelli descritti in questo fantastico pezzo di Gay.tv, inizio a pensare di aver fatto bingo. Poi però mi arriva la foto di un pene depilato e capisco di essere nel posto sbagliato, non solo perché tutto il testosterone disponibile vola verso altri lidi, ma soprattutto perché qui gli uomini sono più lisci di una ballerina di pole dance.

Grinder

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Purtroppo non sono lesbica

Magari sull’altra sponda del fiume andrà meglio, penso. Punto, clicco ed ecco Brenda, la celebrazione dell’amore saffico, il travaso pixelato di L Word, serie che ho amato da impazzire perché lì tutte le lesbiche erano attraenti, sveglie, simpatiche, in carriera, solidali.

Il funzionamento è più o meno analogo a quello di Grindr, ma l’ingresso è riservato alle sole donne. Lesbiche, bisex o semplici curiose che siano, la selezione alla porta è rigorosissima, i filtri di sicurezza alti e i modi assai cortesi, tanto che molti in rete definiscono Brenda «la sorellina educata» di Grindr. Un punto a mio vantaggio. L’età degli utenti (anzi, delle utenti) è molto varia. Ci sono parecchie giovani, la media è tra i 18 e i 24 anni, ma come in ogni app di dating non mancano trentenni, quarantenni e via salendo: anzi forse il dato anagrafico medio risulta leggermente superiore rispetto agli altri siti che ho provato. E anche se a leggere le recensioni online questa app appare parecchio osteggiata dalla comunità lesbo, gli aspiranti partner che frequentano le stanze di Brenda sono sempre più in crescita. Si stimano circa 10 milioni di utenti che mediamente entrano nell’App per ben 11 volte al giorno e vi trascorrono 90 minuti, il doppio del tempo speso su Facebook.

Entro nell’alcova e subito mi accorgo di una cosa: qui gli approcci sono più soft, trovo qualche tocco di romanticismo e parecchie sognatrici in cerca dell’anima gemella. I nomi delle ragazze che navigano su Brenda sono carichi di vissuto, c’è «Cuore avvelenato», c’è «Darling» addirittura mi scrive una «Grace Kelly». Quanta eleganza e grazia.

Qui l’età media degli utenti è più alta che nelle altre app. Ma ci sono anche più educazione, più romanticismo e più rispetto.

Penso di aver trovato la pace interiore, certo non farò sesso ma è bello confrontarsi apertamente con chi parla la tua stessa lingua. Vengo corteggiata, in chat elogiano i miei particolari, gli occhiali alla Woody Allen, il colore dei miei capelli, lo smalto rosso, mi fanno i complimenti per il mio cuore nobile. Mi sento finalmente desiderata e apprezzata per quello che realmente sono: c’è solo un problema, non sono lesbica anche se desidererei esserlo.

Nessuno, o meglio nessuna, evoca apertamente amplessi con me, né ricevo foto di ammiccanti vagine. Arrivo alla conclusione che queste donne così carine nei miei confronti non meritano di essere prese in giro quindi mi defilo prima del previsto, con un pizzico di malinconia, idealizzando nella mia mente l’esistenza di uomo ibrido con un carattere simile al gentil sesso che non mi chieda in prestito la BB Cream.

Brenda

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Morale della favola

La mia ricerca è stata un fallimento, le app per il dating non fanno per me ed in generale per chiunque voglia accanto un compagno fedele che funga da marito, ed anche se ammetto di aver ceduto ed incontrato alcune delle persone con cui effettivamente ho parlato (delle quali non rivelerò mai l’identità per rispetto verso me stessa) la mia attuale e ancora vivida singletudine rappresenta il vero ed unico messaggio di tutta questa inutile fatica.

Insomma, perché mai iniziare qualcosa di cui già si conosce la fine

L’amore precario a lungo termine, assolutamente, non ci piace.

CREDITS
Testo e Immagini app di Chiara Amendola.
Infografica di Informant.