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Sono stata a uno Speed Date e ho scoperto di preferire Jane Austen

Fino a qualche tempo fa, nonostante un’opinione non certo eccelsa del medio maschio italico, continuavo a ritenere che certe forme di esibizionismo animale fossero peggiori.
Fino a qualche tempo fa pensavo che il rituale di accoppiamento degli ippopotami fosse il più disgustoso e privo di eleganza concepibile nella vita terrestre. In pratica – riassumo qui nel caso non aveste avuto la fortuna di imbattervi nello stesso documentario – prevede qualcosa di molto simile ad uno scat movie o allo sodomia: il maschio, per dimostrare il suo interessamento, sparge abbondanti dosi di sterco sul muso della femmina servendosi della coda. Un richiamo irresistibile che apre alla neocostituita coppia le porte del sesso sfrenato.
Fino a qualche tempo fa, ribadisco, credevo non potessero esistere in natura approccio più terrorizzante, respingente e alienante.
Poi sono stata a uno speed date e ho cambiato idea.

In una fase storica in cui è più facile rimediare una scopata senza impegno che due coccole, devo dire che non avevo pregiudizi di sorta su quello che mi pareva uno strumento come tanti per rimorchiare, niente di più di una versione fisica e probabilmente più ansiogena delle dating apps, di cui mi ero già occupata senza troppa fortuna. Adesso un’opinione ce l’ho, e non è delle migliori: si tratta senza dubbio di uno dei peggiori manierismi messi in atto dall’umanità per rincorrere l’amplesso o quanto meno per ricevere un minimo di considerazione da individui di sesso opposto.
Spacciato dagli avvoltoi del marketing emozionale (che nel disagio umano hanno trovato inevitabile fonte di ricchezza al pari delle fattucchiere e di Barbara D’Urso) come il modo veloce di trovare l’anima gemella, potremmo più semplicemente definire lo speed date l’evoluzione politicamente scorretta di un centro di detenzione mentale.
D’altronde la cronaca ci insegna: Jonathan Lee Bertram, serial killer più noto al mondo come «il falegname dello Utah» per il martello seghettato con cui riduceva in pezzi le sue vittime, ha trovato l’amore proprio durante uno speed date. Per fortuna riuscirono ad arrestarlo appena due ore dopo. Per non parlare di Rodney Alcala, condannato a morte nel 2010 per aver ucciso a martellate almeno sette donne, che si è guadagnato il soprannome di Dating game killer per aver partecipato a una puntata dell’omonimo show, in sostanza la versione americana del nostro Gioco delle coppie. Piccolo particolare: Alcala ha pure vinto, guadagnandosi una vacanza a due con la tronista di turno Sensational Sherry, che in futuro avremmo rivisto in tv come manager di Macho Man e altre stelle del wrestling, e che per sua fortuna è tornata tutta intera dal viaggio.

Malsanamente affascinata da esperienze al limite del paranormale come queste, come potevo esimermi da una simile fustigazione della dignità?
Milano naturalmente mi ha offerto terreno fertile. Lo speed date è un evento che ricorre puntualmente ogni mese nella parte eterosessuale della città, tanto che, come scoprirò in seguito, accorrono da ogni regione del Nord per prendervi parte. Un esercito di frustrati pronti a guidare anche centinaia di chilometri pur di non perdersi il potenziale contatto con una vagina reale.

Si tratta di un business estremamente redditizio nel capoluogo lombardo. Milano è la città dei giovani single che non hanno il tempo di conoscere persone a causa del workaholism, dunque quale occasione migliore per rimediare un orgasmo o almeno intravederlo? E infatti mi è bastato googlare «speed date Milano» per imbattermi in un’organizzazione impeccabile con tanto di registrazione via mail, censimento dei miei orientamenti e delle mie zone d’acchiappo privilegiati e, naturalmente, recap settimanale.

Avvicinandomi alla trentina il mio gruppo di inserimento prevedeva la fascia anagrafica 25-39, età ideale per trovare qualcuno disposto a prendersi cura di un’ingenua donna del sud neofita della città e delle sue consuetudini sentimentale. Decido di andare fino in fondo spinta da quello spirito di osservazione che puntualmente finisce per convincermi che una convivenza coatta con un omosessuale rappresenti l’unica alternativa possibile di vita coniugale: faccio login, lascio i miei recapiti e attendo. Un paio di giorni e già la casella mail vomita appuntamenti a ripetizione, uno dei quali a poca distanza da casa mia.
Calcolate che partecipare ad uno speed date ha un costo. In questo caso 20 euro per le donne e 30 per gli uomini. La prova sul campo delle teorie economiche dell’utilità marginale ponderata. Si sa, la galanteria è un principio a cui non si può rinunciare, o forse, più probabilmente, la disperazione di un maschio alla ricerca di un coito è tale da spingerlo ad investire qualsiasi cifra pur di annusare una parvente possibilità di eiaculazione in compagnia di qualcuno.

Arriva dunque il grande giorno e da puntuale cronica mi presento sul luogo dell’incontro armata di un abito rosso. Trovo che il rosso sia un colore terapeutico e dato che mi stavo per buttare nella sagra del tabbozzo ho voluto dare sfogo a tutta la positività che ero in grado di concepire.
Ad accogliermi, quasi come un segno di presagio, un fatiscente pub dalle pretese british e gli arredi che trasudavano atmosfere amarcord anni Ottanta. All’interno sofà in appiccicosa ecopelle rossa facevano da corredo a terribili riproduzioni di lampade in stile Tiffany e tavolini in noce laccata. Un odore stantio di birra miscelata a collante per dentiere aleggiava tutto intorno, condito da ventate di olio fritto aromatizzato al fish and chips. L’equivalente di un salotto in stile retrò in una casa borghese napoletana la domenica a pranzo. Per un momento sono stata divisa tra una sensazione di decadenza e degrado e uno strano e improvviso senso di appartenenza a questo luogo che a suo modo ormai mi sembrava familiare, poi il drammatico ritorno alla realtà.
In attesa alla cassa code di uomini attempati animati da uno spirito che mi ha ricordato quello dei villaggi turistici: nei loro occhi ho visto la luce di chi si aspetta una grande giornata tra giochi, balli di gruppo e partite di bocce. L’istinto mi implorava di urlare ma la mia latente vena masochista ha avuto il sopravvento trascinandomi in quella che sarebbe stata una lunga agonia.

Appena arrivo mi danno un numero, il 90 per l’appunto, che posizionato sulla mia scollatura stranamente generosa (non sono di certo una maggiorata) rende il tutto ancora più sconcertante, soprattutto dopo aver dato un’occhiata agli aitanti soggetti in attesa spasmodica al buffet che di lì a poco avrebbero interagito con me con fare ammiccante, probabilmente utilizzando la mia immagine per la prima seduta di autoerotismo sotto la doccia. Ammetto che mi è salita l’ansia ed ho pensato più volte di voler scappare, poi mi hanno servito un Moscow Mule e il contorno si è arricchito di sfumature interessanti.
Insieme alla spilla col numero mi hanno anche consegnato due fogli: uno per gli appunti, dove scrivere ogni mia impressione (vista la fauna che si aggira intorno a me, è come restituire la motosega a Leatherface) e l’altro con i numeri che avrei dovuto segnare nel caso remoto qualcuno degli interlocutori mi avesse effettivamente fulminato con il suo prorompente sex appeal.

Il gioco funziona così, 3 minuti a disposizione per interagire sanciti dal suono di una campanella che ordina agli uomini di cambiare posto. Al termine delle danze, le potenziali coppie, uomini e donne che hanno reciprocamente segnalato la loro preferenza, vengono messe in contatto con lo scambio ufficiale dei numeri di telefono.
Beh, il finale di questa storia credo sia già ovvio. Ma voglio continuare a raccontarvela lo stesso.
Come da copione la prima cosa che ho notato è stata la disparità tra pubblico maschile e femminile: 18 donne contro 50 uomini dal testosterone compresso, in fila per dare il meglio di sé nei 180 secondi a disposizione. D’improvviso mi sento come Cassie Wright in Gang Bang, assalita da maschi marchiati come tori da monta ardenti di interagire con me. Eppure non ho ancora visto niente.

Comunque, let’s get it started.

Numero 65, età 37 anni, ingegnere in qualcosa e sorriso inebetito di chi ha improvvisamente beccato un vitalizio al Gratta&Vinci. Per rompere il ghiaccio mi dice senza vergogna, ostentando quasi un certo orgoglio, di essere al suo secondo speed date, il primo gli era andato sorprendentemente male perché non aveva ricevuto nessun Match, mi chiedo come mai. Forse il suo aspetto viscido che ricordava un pezzo di sashimi? Il fatto che fosse innaturalmente stempiato (ho avuto una certa passione per i calvi in un momento della mia vita ma mai nessuno mi ha sconvolto tanto), o la convinzione in me che non sapesse minimamente cosa fosse un clitoride? Mi ha dato 32 anni, ed è già bastato questo per essere circoscritto nella blacklist di coloro che avrei gratuitamente insultato in questo longform.

Numero 50, ammetto che in quel magma di angoscia il suo aspetto non mi dispiace. Scopro che non ama la città e che vive in un paesino che conta poco più di 2mila abitanti in provincia di Milano. Aggiunge di preferire la calma al trambusto cittadino e di avere una passione per i campi da bocce, attività a cui si dedica quando parcheggia il suo taxi.

Numero 08, all’apparenza tenero toy boy con laurea alla Bocconi. «Uno normale», penso, respiro, poi arriva l’epifania: balbetta e mostra evidenti difficoltà di comunicazione, cerca di spiegarmi che ha preparato un discorso per l’occasione. 120 secondi organizzati metodicamente in cui mi racconta tutto quello che c’è da sapere di lui: laureato, stagista, ha una band, ama i Darkness ed è ancora vergine.

Il numero 118 è senza alcuna ombra di dubbio il mio preferito. Mi racconta che fa l’idraulico, al che mi lascio andare al mio sarcasmo prendendolo in giro sui luoghi comuni che riguardano la categoria, associati prettamente a manovali che ti si presentano a casa in questo modo. Il mio manovale ha un problema di sovrappeso, un occhio tecnicamente più piccolo dell’altro, una bocca fin troppo larga e qualcosa nel movimento del suo sopracciglio destro che è decisamente inquietante. Nonostante ciò, mi racconta che in effetti sì, una volta ha sedotto una cliente, una donna sposata con cui ha convissuto un anno e che gli ha tremendamente spezzato il cuore. Credo sia stata la prima donna della sua vita. Quanta tenerezza ma

Numero 63. «Ciao, questo è il mio settimo speed date».

Numero 78. Ricordo che non si è minimamente sforzato di apparire una persona normale. Convinto del suo aspetto fisico (l’equivalente obeso di un omino Lego), ricordo l’umidiccio della sua saliva sul candore dei miei capelli appena shampati quando si china per rubarmi un bacio.

Numero 24. Ha 49 anni ed è un infiltrato. Mi dice che gli piacciono le donne giovani ed il suo interloquire è ricco di citazioni letterarie. Lavora in radio ed è uno «quasi famoso». Più del viscidume del suo meriggiare pallido e assorto nel vuoto della mia scollatura ricordo la sua determinazione nello spillarmi un appuntamento, con tanto di biglietto da visita lasciatomi nel palmo della mano. Apprezzo lo sforzo ma i casi geriatrici ancora no.

A fine serata, quando al Moscow Mule di cui sono stata omaggiata ne ho già sommati altri due a pagamento, non mi stupisce che a Londra lo speed date si sia evoluto in una malsana alternativa del mezzo: lo shh dating. Le modalità restano le stesse solo che nei tre minuti i malcapitati consenzienti di turno possono solo ed esclusivamente guardarsi negli occhi senza proferire parola. Un modo diverso, straziante e diversamente umiliante per interagire con uomini probabilmente confusi sull’anatomia femminile. Non mi stupisce nemmeno riscontrare, una volta rincasata, che un sondaggio condotto in America su un campione di 2000 miei coetanei ha rivelato che due terzi di loro nutrono fiducia nello strumento prima di sperimentarlo, ma solo il 34 per cento ne trae un’impressione positiva dopo. E parliamo di gente cresciuta a dosi massicce di Beverly Hills 90210, Dawson’s Creek e O.C., quindi innamorata dell’amore ma pure sufficientemente avvezza alla sua morbosità mordi e fuggi e all’impossibilità che dietro un adone si nasconda l’uomo perfetto. Restringendo il campione alle facce tra il divertito e il terrorizzato delle mie 17 compagne d’avventura sedute ai tavoli vicini, credo che un simile exit poll in salsa italiana darebbe risultati ancora peggiori. E meno male che i geni del marketing di cui sopra non hanno ancora introdotto alle nostre latitudini i bar per single…

Morale della favola. Essere una ragazza single a 30 anni non è certamente un marchio di qualità. La gente ti commisera e crede che l’unica trasgressione a te concessa sia affondare il cucchiaio in un barattolo di crema al cioccolato, il che alcune volte è vero. Abbiamo rinunciato al mito dell’amore secondo Jane Austen, a quel genere di banalità filosofiche ed esistenziali trite e polivalenti che negli anni Novanta andavano forte per rimorchiare sui muretti, all’idillio degli incontri fortuiti tra sconosciuti al parco, in metropolitana o sotto la pioggia. Abbiamo sostituito il romanticismo con la fustigazione emotiva ed abbiamo fatto in modo che l’industria culturale cibasse il nostro cinismo con storie sul sesso sadomaso al gusto di vaniglia e perversioni con individui antropomorfi pur di risvegliare una sopita sensibilità di donna. Nonostante ciò meritiamo molto più di uomini che sfruttano la retorica bibliografica di Fabio Volo per attirare l’attenzione. Se gli approcci analogici nell’era post Tinder sono più scoraggianti dei frigidi tentativi di rimorchio che avvengono quotidianamente sul web preferisco senza dubbio immolarmi e regalare la mia fu virtù ad un platonico Messia a mia immagine e somiglianza.

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