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Sconfiggere Boko Haram a colpi di anacardi

Alle 10 di mattina, sulle colline che dal centro del Kwara State risalgono verso nordest, la temperatura supera già i 40 gradi. È tutto normale: ci troviamo nella parte subcontinentale della Nigeria, è appena terminata la stagione delle piogge e sta per iniziare quella del raccolto. Il caldo – meglio se sferzato dal vento e non troppo umido, proprio come accade qui – fa bene allo shea e ai cashews. Lo shea e i cashews, in inglese (perché le colline del Kwara State ospitano oltre 30 dialetti diversi, il che costringe tutti a parlare tra loro la lingua dei colonizzatori), sono il karité e gli anacardi. Il primo idrata la pelle, i secondi sono ottimi come snack di accompagnamento per i drink. Wikipedia sostiene che circa l’85 per cento del karité utilizzato nel mondo e oltre il 40 per cento degli anacardi che mangiamo arrivino proprio dalla Nigeria, sebbene entrambe le piante siano originarie della fascia tropicale sudamericana.
Un gruppo di donne in abiti colorati, con gonne alle quali stanno attaccati bimbi bellissimi che non hanno ancora mai visto un uomo bianco né una macchina fotografica, mi aspetta in cima alla collina. Mentre ricambio il loro sorriso, ancora non so che quassù scoprirò altre tre verità importanti, e delle quali su Wiki non c’è traccia:

1) L’interno dei semi del karité non è bianco latte, bensì oscilla tra il nero e il verde petrolio, a seconda dell’esposizione solare: raggiunge il colore più gradito all’industria delle creme di bellezza solo perché viene appositamente tagliato con burro di cacao, olio di palma e altri ingredienti. Insomma, contrariamente a quel che avete creduto per anni, donne, più il vostro siero pelle liscia appare candido, e meno è genuino.

2) Gli anacardi che mangiamo noi, tostati, salati e imbustati, sono pessimi sia dal punto di vista calorico che da quello del gusto. Essiccati al sole senza aggiunta di altri ingredienti e conservati sotto vetro, come li vendono qui, sono eccezionali, regalano un buon apporto di ferro e vitamina D e fanno ingrassare molto meno.

3) Karité e anacardi possono rivelarsi uno strumento utilissimo per il progresso sociale e la lotta al fondamentalismo islamico.

L’ho scoperto arrampicandomi fin quassù in una giornata qualsiasi di fine febbraio. Come buona parte della Nigeria e come il Kwara State e la LGO (Local government area) di Ilorin North, che ne sono i contenitori amministrativi, la contea di Ilota è a maggioranza musulmana. Nelle sue comunità, che ondeggiano tra i 200 e i 2000 membri, la legge statale convive con forme più o meno blande di sharìa, la cui applicazione è demandata però ai capivillaggio e solo in casi straordinari agli imam. L’ho scoperto perché è qui – in questa terra ricca di risorse agricole e contraddizioni etniche, schiacciata fra l’urbanizzazione massiccia e i panorami da urlo della riserva forestale River Moshi – che dal 2013 viene sperimentato un piano straordinario di aiuti agricoli governativi riservati alle donne, parte della più strutturata strategia denominata Forward Nigeria e lanciata dal PDP, il partito di centrodestra che governa il Paese con il presidente Goodluck Jonathan. Al programma sono stati destinati solo lo scorso anno oltre 200 milioni di euro in 16 dei 36 Stati nigeriani: «Il sistema è quello dei sussidi finalizzati alla creazione di cooperative produttrici e in grado di crescere gradualmente all’aumentare del numero di donne coinvolte e, naturalmente, del business» mi spiega l’avvocato Abdul Razaq, consulente del governo sui temi economici per il Kwara State ed esponente di una delle famiglie musulmane più in vista del Paese.

I numeri confortano la sua tesi. La Nigeria ha il potenziale per essere un esportatore chiave di prodotti agricoli, con oltre 84 milioni di ettari di terra coltivabile – più delle dimensioni complessive della Turchia, per intenderci – di cui attualmente si sfrutta solo il 40%. Vi sono inoltre precipitazioni abbondanti e una forza lavoro in grado di aumentare la produzione agricola. Attraverso le riforme e il contributo di investimenti nazionali ed esteri, il settore può crescere per nutrire i nigeriani e il resto del mondo. Il processo è solo all’inizio, ma le performance economiche dell’ultimo biennio, pur lette con le dovute cautele, parlano chiaro: grazie a questo e ad altri incentivi (su tutti quello per l’acquisto di fertilizzanti) la Nigeria tra il 2013 e il 2014 ha ridotto del 40% le importazioni alimentari e aumentato in maniera quasi speculare le sue esportazioni, compiendo importanti passi in avanti verso l’autosufficienza alimentare e la crescita economica, ancora troppo dipendente dal petrolio, che a queste latitudini condiziona quasi ogni altra scelta. Basti pensare che anche i sussidi all’agricoltura sono legati all’andamento del greggio: non a caso, nella Nigeria che è appena andata alle urne, sono uno dei temi più sensibili del dibattito per la corsa alla presidenza.

Ma l’elemento economico, come mi racconta con pazienza Ebun, la collega locale che mi fa da guida e inteprete in questa occasione, pur essendo importante diventa secondario in una realtà complessa e arcaica come quella della contea di Ilota: «Agevolando il lavoro femminile si favorisce la crescita sociale, prima ancora del benessere» osserva. «Creare una cooperativa femminile e darle modo di stare sul mercato autonomamente significa accrescere il senso di comunità in un contesto dove le gerarchie erano stratificate da secoli. Significa contribuire a fermare i processi migratori verso le città, sia da parte degli uomini che delle donne. Significa costruire processi di emancipazione intergender e interraziali attraverso i quali plasmare una realtà che fatica a digerirli. Significa dare un’alternativa di vita alle donne di queste tribù, emarginando fenomeni come la vendita delle spose bambine. Significa diffondere ricchezza e consapevolezza, evitando che gli abitanti della regione finiscano nell’orbita dei fondamentalisti, che si nutrono di ignoranza e povertà».

Basta una breve visita al villaggio di Ota, dove un collettivo di 50 donne di etnia hausa coltiva e trasforma il karité, per avere la prova provata di quanto questo approccio sia vincente nel ristabilire gli equilibri all’interno di un microcosmo altrimenti di difficile penetrazione. Nell’aria c’è un profumo di rose e spezie, e fatta eccezione per il capotribù, due suoi guardaspalle e un paio di anziani, in giro non si vedono uomini. «Sono tutti nell’esercito, o a lavorare con altre persone nelle botteghe all’esterno del villaggio » mi spiega la donna che mi guida verso gli old shea trees, gli alberi di karité simili a quelli di noce, ma con un tronco più smilzo e chiaro. La sua frase, apparentemente banale, già è indice di una rivoluzione: i maschi, che come da tradizione si occupano dei piccoli commerci lungo le strade statali, non si alternano più con le mogli in quest’attività e possono dedicarci più tempo, oppure impiegano altre risorse umane, mentre le fonti di reddito di ogni famiglia diventano due, e spesso è quella femminile a dimostrarsi più stabile. Alle donne, con il tempo, è stato affidato anche il funzionamento concreto del pozzo d’acqua, infrastruttura chiave del villaggio.
Il sostentamento garantito dallo shea è servito anche a smontare antiche credenze tribali e religiose: nei secoli passati la sua capacità di fiorire e di resistere durante i periodi di estrema siccità gli erano valsi l’appellativo di «albero del diavolo». Ora, invece, quando è tempo di raccolto le comunità fanno festa. Gli anziani del villaggio si riuniscono nei pressi della piantagione, i bambini cantano e applaudono, le donne che non sono responsabili dell’operazione cucinano il pollo fritto con il miglio, e anche gli uomini possono riposare per mezza giornata.

Fatima Salaudeen, la donna che guida la cooperativa, mi racconta come funziona l’organizzazione del lavoro. I noccioli caduti dalla pianta vengono essiccati e sgusciati, scaldati in un forno di terracotta e poi frantumati in un mortaio. L’impasto viene poi mescolato con acqua e sbattuto per circa 45 minuti e il burro che si forma scremato: ne risulta una sostanza grezza, dall’odore lievemente acre. I bambini giocano nei pressi delle tinozze, osservano, e imparano una normalità in cui le loro madri lavorano, invece di occuparsi a tempo pieno di loro e della casa.
La crema così ottenuta verrà poi riposta in un magazzino separato in attesa di essere spedito: un tempo a ritirare tutto erano gli emissari delle multinazionali, che stabilivano il prezzo. Oggi lo strumento degli incentivi ha fatto sì che nei centri più grandi, come Lanwa e la stessa Ilorin, siano nate altre cooperative femminili che si occupano di trasformazione, distribuzione e talvolta anche vendita presso il circuito degli acquirenti equo-solidali o quello locale, dove è stata ripristinata la tradizione del black soap.

Le stesse sensazioni e gli stessi stimoli li troviamo nella seconda tappa del nostro viaggio, quando visitiamo un’altra cooperativa, questa volta formata da una ventina di donne, e specializzata nella vendita degli anacardi o, come li chiamano qui, dei «fagioli d’oro». La cooperativa, nata da un’idea di cinque di loro, è stata finanziata congiuntamente dal governo e dalla camera di commercio del Kwara State con cinque milioni di nara (la moneta locale; al cambio attuale sono circa 23mila euro). Rebecca Toki, una delle fondatrici e attuale responsabile della vendita all’estero, ci racconta com’è andata: «Io e alcune delle altre donne eravamo già impegnate nella raccolta, ma con i fondi che ci sono stati messi a disposizione abbiamo prima di tutto comprato i campi dove prima eravamo solo usufruttuarie, arricchendo l’intero villaggio, visto che i proventi sono stati divisi all’interno della comunità e utilizzati in parte per erigere case di mattoni. Poi ci siamo occupate della distribuzione, e di come rispettando i migliori standard internazionali in materia di igiene e qualità potessimo spuntare condizioni migliori. Siamo al secondo raccolto e le cose stanno funzionando bene». Il denaro guadagnato consente alle donne di pagare le spese scolastiche dei figli, che vengono mandati tutti a scuola, e non solo uno o due come accadeva prima. Inoltre consente loro di soddisfare i bisogni primari, come cibo e medicinali. L’impegno e il successo chiamano al lavoro altre donne e così il benessere diffuso aumenta.
Rebecca mi porge un anacardo, lo assaggio: è buonissimo. Niente a che vedere con il sapore di quelli che in Occidente peschiamo dal sacchetto mentre guardiamo una partita. Niente.

Non è un caso isolato, anche se qui grazie ai massicci incentivi governativi il cambio di passo è più evidente, ma un semplice avamposto di ciò che quasi tutto il Kwara State, e la provincia di Ilorin in particolare, rappresentano: un’integrazione di successo. Tanto più preziosa se si considera che proprio in Nigeria, altre province a maggioranza musulmana, quelle del Nordest, sono da anni teatro delle sanguinose scorribande di Boko Haram, il gruppo terroristico di matrice salafita recentemente affiliato all’Isis contro il quale il governo di Abuja conduce da alcune settimane una massiccia offensiva. “Ma loro non hanno niente a che fare con l’Islam” ci dice Ibrahim Zulu-Gambari, massima autorità islamica del Kwara State, ricevendoci nel suo ufficio all’interno della moschea cittadina, una delle più grandi del Paese. «Qui l’Islam si sposa con pace, convivenza e benessere. E dovrebbe essere così dovunque. Queste donne hanno la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita diventando promotrici di cambiamento e di sviluppo sociale ed economico per le loro famiglie e l’intera comunità di appartenenza. Non c’è nulla di male o di contrario ai nostri principi».

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«Qui l’Islam si sposa con pace, convivenza e benessere. E dovrebbe essere così dovunque»

È d’accordo con lui AbdulGaniyu Ambali, prorettore dell’università di Ilorin, ultima meta del nostro reportage e altro esempio eccellente di integrazione: «Qui amiamo definirci costruttori di una moderna coscienza nigeriana» racconta. «In un Paese che dall’indipendenza del 1960 a oggi ha subito tre guerre civili, tutte su base etnico-religiosa, e ancora oggi è costretto a fare i conti con il terrorismo di matrice fondamentalista, i nostri studenti sono equamente divisi tra cristiani e musulmani, mentre le studentesse sono il 35%, una delle medie più alte dell’intero continente. La soluzione è questa, e non ce ne sono altre: favorendo i processi di integrazione e la crescita economica, soprattutto quella della popolazione femminile, si prosciuga lo stagno stesso in cui nuotano i terroristi. Dobbiamo riuscire a portare questa mentalità anche nelle aree dove ancora è forte il consenso per Boko Haram: è difficile, ma non impossibile».

Tornato in albergo, dopo essermi concesso un’altra manciata di anacardi (rigorosamente al naturale) e un bagno a base di black soap, rifletto sulla storia passata e presente.
La contea di Ilota prende il nome dagli iloti, che nella gerarchia spartana erano gli ultimi, coloro ai quali non era permessa né la carriera militare né quella nel commercio: il battesimo è il regalo poco cortese di uno degli esploratori inglesi che per primi arrivarono qua alla fine del diciottesimo secolo, probabilmente un amante della storia greca. Che a due secoli e mezzo di distanza si stupirebbe, forse, di osservare quanto si sia evoluta la comunità degli ultimi.

Disclaimer: il reportage è stato reso possibile dall’aiuto logistico e dall’ospitalità di Forward Nigeria e di aziende e persone legate al programma, nonché al presidente e alla maggioranza di governo in carica al momento del reportage. Ciononostante, non è stata fatta alcuna pressione su chi scrive in ordine ai contenuti delle interviste e alla realizzazione del servizio. La realtà nigeriana è complessa: mixa crescita economica turbocapitalista e sacche di povertà importanti, un sistema politico di impronta occidentale e tensioni etniche e religiose ancora fortissime, e il servizio è stato realizzato in piena campagna elettorale, quando molti di questi nodi venivano al pettine. Siamo consapevoli di aver raccontato solo una parte della realtà. Ma era una parte positiva, una sorta di storia nella storia che ci pareva utile raccontare per capire meglio il contesto.

CREDITS

  • Testo di Anthony Lewis
  • Foto di Clement Adeniran/Plug Media
  • Video Interviste di Ebun Feludu/Plug Media