«Rock’n’roll!». È il mantra del giovane autista lao. Lo ripete quando evita una buca sulla strada dissestata dai recenti monsoni, supera un blocco stradale incurante degli operai cinesi che sventolano una bandiera rossa di stop, procede tra i caterpillar che tracciano una nuova strada, evita le malandate corriere che procedono in senso opposto.
«Bo pen nhang» prenditela calma, gli ripeto, utilizzando la frase più comune del lessico lao. Ma quell’autista sembra voler disintegrare tutti gli stereotipi locali. Più semplicemente è fatto di ya-ba, la droga che fa impazzire, pillole di metanfetamine che permettono di affrontare ritmi di lavoro altrimenti impossibili. Le usano gli uomini che lavorano nelle imprese edili, le prostitute e, appunto, gli autisti. Prodotte soprattutto in Birmania dagli ex tagliatori di teste Wa, diffuse a decine di milioni in tutto il Sud-est asiatico, transitano a tonnellate nei pick-up che attraversano questa zona, nel nord-ovest del Laos, dove il Mekong, che discende dalla provincia cinese dello Yunnan, segna il confine con Birmania e Thailandia.
Quel rock rotolando a bordo di una vecchia Toyota decorata con amuleti e talismani diventa la colonna sonora di un viaggio lungo la statale 3 che va da Luang Namtha a Boten, la metafisica città al confine con la Cina che è divenuta un punto cardinale nelle mie mappe del Sud-est asiatico. Per una quarantina di chilometri la strada segue una valle delineata da colline, ancora scampate alla deforestazione, che danno colore al fiume che scorre sul fondo: il Nam Tha, il fiume Tha, il fiume verde, affluente del Mekong al confine thai.
Forse in qualche villaggio tra quelle colline c’è ancora una “porta degli spiriti” che non bisognerebbe attraversare. Ma è improbabile: in quell’area stanno costruendo una diga sul Nam Tha e oltre diecimila lao, soprattutto minoranze etniche, sono stati trasferiti. Probabilmente confondo la realtà con i ricordi. Se quella porta esiste ancora, è nella mia geografia fantastica, nella memoria di un viaggio compiuto anni prima, quando infransi quel tabù e scontai il peccato con un attacco di malaria.

«I vietnamiti piantano il riso, i cambogiani lo coltivano, i lao lo ascoltano crescere» si diceva, per definire sia il carattere del popolo sia quel senso rilassatezza che coglieva chiunque ci passasse. Gli americani, poi, lo liquidarono come “land-locked”, bloccato, chiuso da altre terre (è l’unico paese dell’area senza sbocco al mare). Fu la sua maledizione: durante la guerra era attraversato dal Sentiero di Ho Chi Minh, via di rifornimento dal Nord al Sud del Vietnam. Divenne quindi l’obiettivo principale e più facile dei B52 americani. Tra il 1964 e il 1973 vi furono sganciate oltre 2 milioni di tonnellate di bombe. Ancor oggi, ogni anno, decine di persone muoiono per gli ordigni inesplosi. Senza contare i bufali. Sempre per la sua posizione, divenne la base per la guerra segreta condotta dalla Cia. A Great Place to Have a War, insomma, come l’ha definito Joshua Kurlantzick del Council on Foreign Relations. In tutta questa storia il Laos ha anche dovuto subire un piccolo torto, che può apparire marginale rispetto alla Storia, ma è significativo dello spirito di un tempo in cui la cultura dei popoli era inversamente proporzionale al loro prodotto interno lordo. Lo descrive Tom Robbins in Villa Incognito, romanzo che trasforma gli incubi della guerra in un sogno psichedelico: «Intorno al 1960, quando gli eventi in quella piccola regione del Sud-est asiatico costrinsero i media occidentali a prestare attenzione al Laos, l’Associated Press, i network e le riviste decisero che avrebbero messo a dura prova l’intelletto americano – rigido e tuttavia poroso – per far comprendere che lao era l’aggettivo di Laos e, sempre preferendo abbassare di livello un pubblico che lanciargli una sfida, inventarono il termine laotiano, parola piuttosto brutta».
Il Laos resta una delle nazioni più povere del mondo, con un tasso di malnutrizione infantile e di mortalità materna tra i più alti al mondo. Eppure, o forse anche per questo, per molti mantiene il fascino di un Eden incontaminato, agisce come uno psicofarmaco che induce alla rilassatezza. Come se qui il cervello si sintonizzasse su una frequenza diversa.

Appare così, ad esempio, a Jeetendra, un singalese che lavora per la World Bank a Vientiane, la capitale. «Il Laos è un paese dove il tempo sembra essersi fermato nel suo sviluppo sociale e mentale» dice. Anche se, aggiunge con sincero sgomento, si sta trasformando in laboratorio di oscuri complotti. «Follow the money» ripete, esortandomi a un’inchiesta che sveli le occulte trame della finanza in Sud-est asiatico. Il denaro è lo sterco del diavolo anche per Robert Cooper. È arrivato in Laos nel 1971, quando il banchetto davanti al suo ufficio vendeva tabacco e oppio. Robert ha lavorato per Sua Maestà Britannica qui e a Kabul. Oggi gestisce il Book Café di Vientiane, dove intrattiene altri Asian old hands, vecchi frequentatori dell’Asia. Ora vorrebbe trasferirsi in Nepal per lo stesso motivo che lo ha trattenuto qui. «Amo i paesi poveri» dice. «Ma sono troppo vecchio per muovermi».
Pur ascoltando il riso, infatti, il Laos è tornato sulle mappe. Nell’ultimo decennio la crescita media e stata dell’8%. Il vero interrogativo è quale sarà il suo futuro, se riuscirà ad accordare i suoi opposti. Un po’ com’è accaduto nella definizione ufficiale del sistema politico: “democrazia a partito unico”, mentre in economia il comunismo si coniuga al capitalismo. Tanto che nel 2009 la stessa amministrazione statunitense ha dichiarato che il Laos «ha cessato di essere una nazione marxista-leninista». «Lenin? Mi pare che sia un leader vietnamita» dice un giovane di Vientiane, in una confusione giustificata forse dai manifesti della vecchia propaganda che mettevano assieme gli eroi della rivoluzione, da Lenin a Ho Chi Minh.
Adesso che sembra esistere, che è “land linked”, punto di connessione della Greater Mekong Subregion – che comprende Yunnan, Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam e che, a sua volta, s’incastra nel sistema del mercato globale – per molti il Laos non è più un paradiso. Diventa un esempio della globalizzazione, santificato dall’apertura di una fabbrica della Coca Cola. Anzi, della global-as-asian, una globalizzazione di stampo tutto asiatico, dove il soft power di Pechino si diffonde in modo virale attraverso i corridoi economici che intersecano il paese.
«Molto speakeasy». Questa è la definizione di Laos che ci ripetiamo io e il fotografo che mi accompagna in viaggio. È un buon titolo per il reportage che stiamo producendo. L’idea ce l’ha data un locale di Luang Prabang, la città d’arte del Laos. L’inglese che l’ha aperto lo pubblicizza così: Speakeasy, uno di quei posti riservati a pochi, dove bisogna essere ammessi. Ma che, alla fine, è tanto più conosciuto quanto più si tiene nell’ombra: attrae per la sua riservatezza.
Ecco perché andiamo a Boten. È lo speakeasy del Laos, una metafora del paese: prima un villaggio di frontiera, poi un centro di traffici, vizi e gioco, una Disneyland fuorilegge. Oggi è una città fantasma in attesa di reincarnazione. L’ultimo tratto di strada, quando la n°3 punta a nord, sembra delineare questo percorso spazio-temporale. I segni della deforestazione sono sempre più vasti. Sulle colline attorno a Boten resta solo qualche macchia di bambù e banani. Il resto è coperto da piantagioni di alberi da gomma. Finanziate da investitori cinesi. Il traffico di pick-up e malandate corriere locali è intercalato da colonne di grandi camion. Quasi tutti con targa cinese, trasportano container, molti col logo della Maersk, la più grande compagnia mondiale di trasporti integrati. In un immenso parcheggio a qualche chilometro dalla città ce ne sono centinaia.
Poco più avanti in un spiazzo di terra battuta ci sono altri mastodonti: un gruppo di elefanti, legati con massicce catene, una grottesca collana tra le grinze del collo. Il cartello colorato accanto a una traballante pedana per salire in groppa agli elefanti richiama l’attrazione turistica. Ma dall’aria di abbandono non sembra riscuotere molto successo. Forse è un residuo della “Boten Golden Land” o forse un anticipo della “Beautiful Boten Specific Economic Zone”. In entrambi i casi, altisonanti nomi di progetti d’investimento cinesi. La prima è stata cancellata dalla storia. La seconda sembra destinata a realizzarsi: nel settembre 2015 è stato siglato un accordo di cooperazione tra i governi lao e cinese. La Boten Specific Economic Zone sarà finanziata con 15,27 miliardi di dollari per sviluppare il commercio e il turismo. Il progetto più vantato e che appare irrinunciabile da oltre dieci anni è un campo da golf a 18 buche. Per ora se ne vede ben poco: un duty free centre all’ingresso della città (che propone stecche di Liqun o Panda, le sigarette dell’èlite cinese, cioccolato svizzero e whiskey single-malt di diversa origine) e le fondamenta di quello che dovrebbe essere un condominio di lusso da 18 piani, almeno stando al cartellone che ne mostra un idillico rendering. A benedire il progetto un altro cartellone ritrae il presidente cinese Xi Jinping che dà la mano a un quasi riverente Choummaly Sayasone (l’allora presidente Lao). Tutto il resto sono le macerie della “Golden Land”, qualche bottega e qualche locanda per camionisti. Boten appare come una versione alla Mad Max dei caravanserragli lungo la via della seta. Ed è esattamente questo, in una materializzazione di quei corsi e ricorsi storici che in Asia si ripresentano come i monsoni.
Boten, infatti, è uno snodo strategico delle nuove vie della seta, oggi riunite nella strategia cinese definita “One Belt One Road”, espressione che si può interpretare in molti modi, ma che è meglio rappresentata da una tela di ragno. Comprende, ha scritto l’Economist, «le strade, le ferrovie, le condotte che stanno ridefinendo ciò che intendiamo per Asia», i cosiddetti Economic Corridors.

Il punto di partenza da cui si diramano nella Greater Mekong Sub-region è Kunming, capoluogo dello Yunnan, a sua volta terminale sud-est del network ferroviario cinese ad alta velocità, il più ambizioso progetto di lavori pubblici planetario. Da Kunming, quindi, si sviluppano due direttrici strategiche. Una punta a sud-ovest, per raggiungere il Golfo del Bengala attraverso la Birmania e offrire un decisivo sbocco sull’oceano Indiano: è la mitica e tragica Burma Road tentata da inglesi e giapponesi. L’altra è il North-South Corridor: una linea ad alta velocità (intendendo con ciò una velocità media di 160 km l’ora) che da Kunming raggiunge il confine lao a Boten e quindi prosegue sino alla capitale Vientiane. In tutto sono 427 chilometri di ferrovia, 31 stazioni, 76 tunnel (per una lunghezza totale di 195.78 chilometri) e 154 ponti (per 67.15 chilometri).
La cerimonia che ha siglato l’accordo tra Cina e Laos per la costruzione dell’opera si è svolta il 2 dicembre del 2015, quarantesimo anniversario della Repubblica Democratica del Laos, la Lao PDR (acronimo che molti traducevano con “Please Don’t Rush”, si prega di non correre, ironizzando sulla proverbiale rilassatezza lao). In questo caso, però, i cinesi garantiscono che sarà completata entro il 2020 ed hanno già stanziato il 70% dei 6.28 miliardi di dollari previsti. Il resto è di competenza lao, che garantisce la sua quota e dovrebbe rimborsare il prestito con le concessioni su una miniera di bauxite e cinque di potassio. È l’ennesimo patto col diavolo: il potassio è richiestissimo dai cinesi come fertilizzante agricolo, ma in questo modo i lao si privano di una risorsa fondamentale per i loro raccolti di riso. Col risultato che probabilmente dovranno importarlo.
Riprendiamo la via. Da Boten un altro ramo North-South Corridor dovrebbe tagliare l’angolo nord-ovest del Laos per entrare in Thailandia nel punto di confine di Chiang Khong, superando il Mekong con l’ennesimo ponte dell’amicizia: lungo 630 metri, co-finanziato da Cina e Thailandia. Si proseguirebbe quindi con una strada a quattro corsie verso Bangkok. Anche in questo caso, s’ipotizza inoltre una linea ad alta velocità tra il confine e il Suvarnabhumi International Airport della capitale Thailandese. Una volta a Bangkok, strade e ferrovie dovrebbero connettersi a una “bretella” che collegherà Birmania a Vietnam. Ma la vera destinazione finale – ammesso che ci sia una fine per i lavori in corso asiatici – è Singapore. La Cina avrà così un accesso diretto allo Stretto di Malacca, dove passa circa l’ottanta per cento del petrolio destinato ad alimentare la sua economia.
È un progetto da Grande Muraglia 4.0. Tanto più in territorio lao: sia per la conformazione del territorio, sia perché molte delle aree attraversate sono disseminate di bombe inesplose. Oltre gli iperbolici costi economici, presenta pari costi e rischi d’impatto umano e ambientale: deforestazione, alterazioni dell’ecosistema, dislocazione delle popolazioni, flussi incontrollati di migranti, incremento dei traffici illegali transnazionali. Ma non sono problemi da scoraggiare i cinesi. «C’è un vecchio proverbio che dice: se vuoi diventare ricco costruisci una strada. Se vuoi diventare molto ricco costruisci una ferrovia» mi ha detto il dirigente di un’impresa cinese a Vientiane. È giovane e si fa chiamare Neo, come il protagonista di Matrix.

«La Cina sta occupando tutte le basi» ha dichiarato Benjamin Zawacki, analista americano che studia le relazioni Usa-Cina in Thailandia. Secondo Zawacki la ferrovia «fa parte di un più ampio schema geopolitico cinese per assicurarsi che, nel caso di conflitto con l’America o con un suo alleato, siano protetti i propri rifornimenti». Il megaprogetto della linea pan-asiatica, insomma, oltre al valore economico, accelerando l’import delle risorse e l’export dei prodotti, ha un formidabile significato strategico. Specie con l’acuirsi delle tensioni con gli Stati Uniti e i suoi alleati nel Mar della Cina Meridionale e nel Mare dell’Est, sempre più spesso scenari di incidenti navali, war games e techno-thriller che rischiano di trasformarsi in un conflitto reale.
Riflettendo sulla possibilità che Boten divenga una casella nello scacchiere (ma sarebbe più opportuno definirla un’intersezione nello schema del Wei Chi, il gioco di strategia cinese noto come Go) della Terza guerra mondiale, ho deciso di tornarci. «Credo di essere uno dei pochi occidentali a essere passato tre volte per Boten» dico al fotografo che viaggia con me.
«Non è che c’è da vantarsi» risponde lui. È deluso. Non so che cosa si aspettasse, ma certo è molto diversa da come gliel’avevo descritta. Da come l’avevo vista. Non è più un addormentato villaggio di fango o polvere. E non è più quel cuore di tenebra in cui potevi ambientare ed enfatizzare nuove avventure orientaliste. Tira un’aria di decadimento, di malattia più che di morte. Appare come una location da film horror cinese, di quelli che hanno per protagonisti gli jiangshi, un misto tra vampiri, fantasmi e zombi, versioni Chollywood dei mostri delle leggende e del folklore.
La prima volta, nel 2004, c’ero passato di sfuggita, seguendo il Mekong là dove questo forma un’ansa che si incunea in Thailandia, segnando a est il confine con il Laos e a ovest con la Birmania, delimitando un territorio ormai noto come “Triangolo d’Oro”. Il papavero da oppio cresce bene nel suolo alcalino di quel tratto di fiume ed è questo fiore all’origine della sua fama e dell’intrico di problemi che ne deriva. Ricordo che all’ingresso di un albergo di Muang Sing, la mia prima tappa in Laos, un cartello scritto a mano ammoniva: «È vietato consumare oppio in camera. Anche poco». Oltre che per la droga, la zona era malfamata anche per la malaria. «È endemica e in forma grave» mi aveva detto l’infermiera di una Ong rimproverandomi la mancata profilassi dopo un giro nei dintorni (con l’improvvido passaggio di una porta degli spiriti). Per sfuggire a quell’ambiente tanto malsano, dato che non c’erano più battelli che risalissero il Mekong in secca, avevo proseguito via terra. «E così, di mezzo in mezzo, dopo altre tre ore, alle 12,30, esco dal Laos al posto di frontiera di Boten e raggiungo quello cinese di Mohan alle 12,50. Appena metto piede in Yunnan ho l’impressione di un ritorno al futuro, che si materializza simbolicamente col cambio di fuso di un’ora avanti». Avevo annotato. Insomma: il mio primo passaggio a Boten era stato di dieci minuti.
Negli anni seguenti avevo continuato a seguire le vicende della città. Anche perché s’intrecciavano con quelle del Laos. Nel 2009 il governo di Vientiane aveva approvato due decreti che consentivano a compagnie private di costituire zone economiche speciali nel nord del paese. Era la canonizzazione della Boten Special Economic Zone (BSEZ) costituita nel 2007 da un gruppo di compagnie cinesi. Questa, a sua volta, era un clone della Boten Golden City, il progetto di un centro commerciale e turistico di 52 chilometri quadrati già affittati nel 2003 per 99 anni a una compagnia di Hong Kong, la Boten Golden Land Company.
Era l’ennesima mossa nella «strategia cinese dei casinò». I cinesi stanno costruendo un impero del gioco d’azzardo, sfruttando quella compulsione asiatica che arriva fino al “rain gambling”, le scommesse su quando pioverà. Ma, dato che in Cina le scommesse sono illegali, l’impero deve espandersi oltre i suoi confini per soddisfare il vizio dell’emergente classe media cinese e del Sud-est asiatico. E attorno ai casinò in stile Las Vegas, come mosche sul miele, le triadi offrono giochi più popolari: il combattimento dei galli, street fighting. Anche roulette russa, dice qualcuno. «Come nel film “Il cacciatore”» assicura un italiano che lavora a Saigon. «Ci sono due varianti: in una si ruota il tamburo dopo ogni colpo, nell’altra no. In questo caso, l’ultima scommessa è scontata ma nel frattempo la posta è diventata sempre più alta».
L’italiano si riferiva alle città-casinò aperte in Cambogia, al confine con la Thailandia e il Vietnam. Alcune, come Poipet – il più importante centro del gioco d’azzardo asiatico dopo Macao – e Koh Kong, si trovano in aree che sino vent’anni fa erano gli ultimi santuari dei khmer rossi, e poi, quasi naturalmente, sono divenute covo di trafficanti. Anche Bavet, al confine con il Vietnam, si trova in una zona dalla storia violenta, quel territorio noto come “il becco del pappagallo”, dove nel dicembre 1978 i viet lanciarono l’invasione della Cambogia.
Non so se accadesse anche Boten. Ma è probabile. Dalla fine del 2006, grazie alla politica lao di libero ingresso dalla Cina, esercitava un’attrazione irresistibile per i Blood Brothers, come il giornalista Bertil Lintner, profondo conoscitore degli affari occulti in Asia, definisce chi li manovra.
Ad attrarre me erano tutte queste storie, che nel 2011 mi richiamarono a Boten, prima tappa di un tour tra i punti di frontiera cinesi nel Sud-est asiatico. Quando ci arrivai pensai di essermi sbagliato, aver preso un’altra strada. Il villaggio che avevo visto era scomparso. Avrei scoperto che era stato spostato, con quasi tutti i suoi abitanti, una ventina di chilometri più a sud. In compenso il posto di frontiera era più vicino. Ma la differenza maggiore era che Boten non era più in Laos.
«Questa è Cina» mi disse un giovane impiegato del Royal Hotel di Boten. E continuò a ripeterlo nonostante le mie obiezioni che sottolineavo puntando il dito verso il posto di confine. Aveva ragione lui. E non solo perché a Boten si parlava cinese, la maggioranza della popolazione era cinese, la valuta corrente il renminbi, il fuso orario era quello di Pechino, si mangiava alla cinese e si beveva tè e non caffè, come in Laos. Era Cina perché rientrava nella Boten Special Economic Zone: il governo lao aveva ceduto a quello cinese ogni diritto e potere, a eccezione di quello militare, giudiziario e diplomatico. A Boten il controllo economico si manifestava soprattutto nei piani immobiliari: la fase 1, conclusa poco prima del mio arrivo, comprendeva due casinò e immensi condomini che alloggiavano tutti quelli che a Boten trafficavano e lavoravano. Molti, però, erano disabitati o semivuoti, in attesa dei nuovi inquilini previsti per le fasi successive, che prevedevano l’apertura di altri casinò, alberghi, centri commerciali. E, ovviamente, il campo da golf a 18 buche.

Quella che mi apparve a Boten era un’immagine surreale in cui le piazze erano spianate coperte dai detriti di ciò che era il precedente villaggio lao, oltre le quali s’innalzavano palazzi color pastello in stile Disney-dorico-liberty. Dove le nuove strade, indicate da cartelli segnaletici cinesi e delimitate da file di negozi dalle serrande ancora abbassate, intersecavano vicoli bordati da baracche e canali di scolo.

In questo impianto urbano, che sembrava disegnato da un programmatore di videogame cyberpunk, si alternavano negozi in duty-free, sale gioco, biliardi e pornoshop. Questi, oltre ai tradizionali accessori erotici, esponevano eleganti confezioni metalliche in vendita a circa 50 euro: racchiudevano tre fiale di bile d’orso adagiate su un panno di stoffa rossa. Molto più cara la cistifellea d’orso: circa 800 euro. Quei magici elisir di potenza virile erano prodotti locali: in uno dei palazzi di Boten, accanto a un condominio riservato alle prostitute, erano allevati in gabbia alcuni orsi da cui era regolarmente drenata la bile e che poi erano macellati. La carne d’orso era solo una delle specialità dei ristoranti locali, che esponevano menù con i disegni di ogni genere d’animale esotico: tigri, leopardi, elefanti, rinoceronti, pangolini (la carne dell’unico mammifero coperto da scaglie è considerata un vero e proprio status symbol). Un rapporto della Environmental Investigation Agency avrebbe poi definito la zona di Boten «un supermercato illegale di specie in via d’estinzione».
Oltre al gioco, agli stimolanti sessuali e alle ghiottonerie, Boten offriva ai visitatori cinesi molta compagnia: i bordelli erano l’esercizio commerciale più diffuso, in forma di negozi di parrucchiere o sale massaggio, mentre attorno all’albergo e ai casinò le prostitute fermavano i clienti consegnando un biglietto da visita disegnato a fiorellini col loro numero di cellulare. Di fronte a tale invasione i contadini lao non potevano, né sembravano volere, opporre resistenza. «Le nostre vite scorrono lente. Non come là» mi disse uno di loro, indicando la strada verso Boten. Dove vivevano lui e la sua famiglia, prima di essere trasferiti. In compenso, i cinesi hanno offerto lavoro a lui e ai suoi compaesani come manovali e muratori. Sono loro, nuovi coolie, a costruire la strada. E così lo sterrato che avevo percorso per raggiungere il confine era diventata una strada, percorsa dai golf buggy del Royal Hotel, guidati da un valletto in divisa bianca, che accompagnavano i clienti (molti cinesi lasciavano le loro Lexus, Mercedes o Bmw oltre confine). Il punto d’uscita dal Laos era ancora in costruzione, in stile pagoda. Quello d’ingresso in Cina appena terminato: sembrava uno dei nuovi aeroporti asiatici, una struttura di metallo a tubi intrecciati. Una specie di stargate.
Il 2011, l’anno del mio secondo passaggio a Boten, segna anche un punto di svolta per il Laos. Ne è simbolo, l’11 gennaio, l’apertura del Lao Securities Exchange (LSX), la prima borsa a operare in Laos. Il palazzotto dalla facciata a vetri in Khamphaengmeuang boulevard, che dovrebbe costituire il financial district di Vientiane, discosto dal centro storico e dalla riva del Mekong, sembra quasi voler segnare un distacco dall’immagine rilassata della capitale della Repubblica Democratica Popolare del Laos.

Nel 2012 il governo lao sigla addirittura un accordo con la Export-Import Bank of China per finanziare la costruzione del LaoSAT-1, un satellite per le telecomunicazioni. Che sarà lanciato da una base cinese nel novembre 2015. Nel frattempo quasi il cinque per cento del territorio nazionale, circa 1,1 milioni di ettari, è stato suddiviso in 2600 concessioni a imprese estere (soprattutto cinesi, ma anche thai e malaysiane).
Entro il 2020, ha annunciato Bouasone Bouphavanh, attuale presidente della commissione per lo sviluppo economico, il Laos dovrebbe essere in grado di emergere dalla lista ONU delle nazioni meno sviluppate (il reddito medio annuo è oggi di circa 640 euro) per entrare in quella della World Trade Organization. Se tutto ciò sarà possibile è perché il Laos è potenzialmente uno dei maggiori esportatori di energia in una regione che ne consuma sempre di più. È stato definito la “Batteria idroelettrica” del Sud-est asiatico. Il governo assicura che i progetti di dighe (dieci costruite dai cinesi) genereranno guadagni di miliardi di dollari da investire nell’educazione e nella sanità. Secondo le organizzazioni ambientaliste, invece, il costo sociale di queste imprese sarà molto più alto, costringendo le popolazioni rivierasche al trasferimento (spesso forzato) e distruggendo un’economia rurale senza offrire alternative. Ma sono contestazioni destinate a essere sommerse, come molte terre, dai bacini idroelettrici
L’immagine di questa epocale trasformazione si materializza nella sua potente devastazione a Xayaburi, che sino a al 2010 era isolato villaggio sulla riva destra del Mekong.

Quell’anno iniziò la costruzione di una gigantesca diga da 1,285 megawatt (questa, o onor del vero, finanziata dalla Thailandia, che acquisterà il 95% dell’elettricità prodotta). L’opera, che dovrebbe essere operativa nel 2019, ha richiesto lo spostamento forzato di 2100 abitanti dei villaggi dell’area, che sono stati compensati con circa 15 dollari. Raggiungibile con una lunga deviazione dalla strada tra Vientiane e Luang Prabang, è considerata off-limits, visibile solo all’orizzonte. Eppure, per uno di quei misteri dell’Asia, grazie a un militare disponibile e a un pugno di dollari, proprio durante il mio ultimo viaggio a Boten, nel 2015, sono riuscito ad avvicinarmi. E poi, incredulo, a salirci sopra. Da lassù la vista ha un fascino orrido, inquietante.
Intanto, col crescere dell’economia, tra reale progresso e distopia, cresceva l’avversione verso i cinesi. Denaro e investimenti erano accompagnati da un flusso di migranti economici dalle regioni più povere della Repubblica Popolare. Il governo di Pechino incoraggiava il trasferimento in Laos con incentivi che potevano raggiungere i centomila dollari a persona, i trecentomila a famiglia. A condizione che ci restassero per parecchi anni, almeno finché non avessero assolto la missione di arricchirsi. Ecco perché delle 11.320 persone che lavorano nelle zone economiche speciali, solo 4229 sono lao, impiegati soprattutto come bassa manovalanza, mentre i piccoli commercianti lao sono stati schiacciati dalla concorrenza cinese. E così diventavano sempre più frequenti gli “strani incidenti” generalmente irrisolti, di cui erano vittime i cinesi in Laos.
L’unico, reale cambiamento nel modello di sviluppo potrebbe essere sostenuto dal Vietnam, che teme tanto le conseguenze ecologiche delle dighe sull’alto corso del Mekong, che la crescente influenza cinese. In questo potrebbe a sua volta essere appoggiato dalla politica dell’amministrazione statunitense, se Donald Trump si mostrerà interessato a ristabilire l’influenza in Sud-est asiatico: è il cosiddetto “Pivot to Asia” teorizzato per prima da Hillary Clinton, e che fa perno soprattutto sul Vietnam, maggior antagonista della Cina per le sue rivendicazioni sulle isole del Bien Dong (come i vietnamiti chiamano il Mar Cinese Meridionale).
In fondo il legame tra Cina e Laos è relativamente recente: risale al 1989. Ben più lungo e forte quello col Vietnam, che sostenne il Pathet Lao (terra dei lao), il movimento politico d’ispirazione comunista, dalla sua fondazione sino alla vittoria sulle forze governative reali sostenute dagli Stati Uniti. Da allora la storia del Laos ha seguito le tracce del Vietnam, sia nei campi di rieducazione, sia nell’apertura all’economia di mercato: il chintanakane moi, la “nuova maniera di pensare”, promulgata nel 1986, corrisponde al doi moi, il “rinnovamento” vietnamita. In tutto quel periodo il Laos ha sostenuto il Vietnam anche contro la Cina, dopo la sanguinosa guerra di confine del 1979 tra i due paesi. Il cambio della guardia nel Politburo del Laos, avvenuto a inizio 2016, sembrerebbe confermare un ritorno del Laos alla casa madre: il nuovo presidente Vorachith, 78 anni, si è formato alla scuola del Pathet Lao e addestrato in Vietnam. Ciò non significa che il paese voglia voltare le spalle al Grande Fratello. Anche perché il Vietnam è uno dei più strenui oppositori alle dighe sul Mekong, che rischiano di devastare la fertile economia del Delta.

Spiega bene Oliver Turner, ricercatore di economia politica dell’Università di Manchester: «Gli analisti esteri tendono a considerare nazioni come il Laos alla stregua di pedine nel grande gioco globale. Ma sono ben più di questo e qualche volta riescono a orientare le politiche regionali».
Di questi grandi giochi a Boten giungeva solo una debole eco. Negli ultimi anni, poco a poco, era stata in parte riconquistata dalla foresta. Nel 2011 la città era ormai in mano alla criminalità organizzata: chi non poteva pagare i debiti di gioco spariva. Magari non del tutto: a quanto si sussurrava, di alcuni erano stati ritrovati pezzi sparsi. Così fu deciso di chiudere i casinò. Anzi, di chiudere Boten per farla risorgere in forma diversa. Decisione che faceva comodo ai cinesi, considerando che nei casinò di Boten si erano rovinati parecchi dirigenti e funzionari del Partito comunista. E che il governo lao aveva sollecitato in uno slancio di orgoglio nazionale. Uno dei problemi maggiori, infatti, era divenuto il contagio da gioco nelle piccole sale aperte a Boten e frequentate soprattutto dai lao. «Aumentano prostituzione, rapine, abuso di droghe. Spesso i genitori abbandonano i bambini per andare a giocare. Qualcuno li vende», mi aveva detto un’attivista sociale.
Quell’affermazione e le storie sempre più pulp raccontate nei bar di Bangkok, alla fine del 2015 mi riportano a Boten.

A forza di rock e di ya-ba, il taxista mi deposita di fronte al Royal. Sono disorientato: è identico a quello dove mi ero fermato anni prima, ma mi sembra in una posizione diversa. Alla fine capisco: erano due, entrambi si chiamavano Royal. Due enormi blocchi di cemento che formavano un angolo attorno a un parcheggio ora abbandonato. La volta precedente mi ero fermato al blocco nord. Adesso è in rovina: gli interni sono svuotati e riconquistati dalla vegetazione che copre ciò che resta dei pavimenti e incornicia le finestre sfondate.
Non che il Royal ancora aperto sia messo molto meglio: nel cortile dietro l’ingresso, che doveva essere una specie di giardino interno, s’è formata una pozza d’acqua verdastra in cui galleggiano rifiuti d’ogni genere. Anche una bicicletta. All’ingresso, nel bancone dove erano esposti prodotti in duty free, restano solo qualche lattina di bibita e qualche pacchetto di biscotti. Tutto scaduto da anni. I corridoi sono illuminati da fioche lampadine incrostate di sporco. La camera sembra quella di un bordello abbandonato. A ben pensarci lo è. Il che mi garantirà di non essere disturbato com’era accaduto in precedenza: durante la notte il bussare alla porta era intercalato da continue telefonate di voci femminili cinesi che dicevano qualcosa d’incomprensibile ma inequivocabile.
In giro per Boten passo dal déjà vu allo spaesamento. È quasi tutto chiuso o abbandonato. Il casinò principale è riconoscibile solo dai due grandi leoni in gesso che avrebbero dovuto proteggere l’ingresso. L’interno è uno spazio in cui il vuoto si alterna al pieno, ossia cumuli di mobili, sedie, tavoli della roulette. È sparita anche la tendopoli lao e con essa la maggior parte della popolazione: di quasi 10.000 anime ne sono rimaste 500. Quello che è più o meno uguale è il teatro, sopra una collinetta all’ingresso della città. Dove ogni giorno, due volte il giorno, viene rappresentato uno “show en travesti” messo in scena da una compagnia di kathoey, i transessuali thai. All’ingresso ne incontriamo uno, che s’illumina quando diciamo che veniamo da Bangkok. Lui è dell’Isaan, la regione più povera della Thailandia, serbatoio di manovalanza e prostitute. Si vanta di aver lavorato a Taipei ed essersi trasferito a Boten perché gli avevano offerto un posto molto vantaggioso. «Qui c’è il futuro» assicura. E come fanno in tanti qui, punta il dito indicando la strada e immaginando la ferrovia. «Col treno potrò andare a Bangkok in poche ore» dice. Impossibile, a quel punto, esimersi dall’acquistare un biglietto per lo spettacolo. Non ricordo il prezzo. Ma ne vale la pena. L’interno è in perfetto stato, le cinquecento poltrone coperte di velluto rosso comodissime. I costumi un trionfo di piume, paillettes, lustrini. Lo spettacolo di un kitsch sontuoso, con balletti intercalati a canzoni, cori e scenette. Il tutto eseguito con professionalità e impegno. Quasi fossero all’Alcazar, il cabaret del genere più famoso di Bangkok. Il tutto per due spettatori. Anzi uno solo, io, visto che il fotografo continua a muoversi come una vespa impazzita.

Dopo una giornata così ti senti stremato. È come se avessi accumulato una specie di malessere. Come quella malinconia che ti affligge dopo un attacco di malaria. Che non viene alleviata dalla cena, nella stessa locanda dove avevo passato le mie precedenti serate, allora ravvivate da luci e musiche. Solo il menù è lo stesso e ancora una volta ordino un trancio di paa beuk, il pesce gatto gigante. Dimenticando che lo servono immerso in una salsa inquietante e che all’uso cinese lo cospargono di peperoncino del Sichuan. Ma quello che m’indispettisce di più è che qui non si riesca a trovare la birra nazionale, la Beer Lao. È stata definita “la miglior birra locale dell’Asia”. Secondo gli esperti il suo segreto sta nell’aggiunta di riso al malto, che le dà un gusto leggero e frizzante. Tanto che è divenuta di moda in tutto il mondo. Meno che a Boten.
Mi rassegno.
Bevo una tiepida, cinese Tsingtao.

CREDITS
Testo e foto di Massimo Morello