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Prof. Alfredo
l'avventuriero di Otranto

“Robin Hood! Dove sei? Robin Hood!”. Le grida si disperdevano nel fitto bosco piemontese. Alfredo si era attardato ad osservare una scritta incisa sopra un masso, poi udì le grida e cominciò a correre. Quel maledetto fucile gli pesava come un macigno sulla gracile spalla da quindicenne, gli scarponi affondavano nel fango, il fiato alzava nuvole di vapore nell’aria impregnata di umidità. Aveva quasi raggiunto i suoi compagni quando sentì dall’altro lato del bosco, separato dal torrente Belbo, un ritmico rumore metallico. Alfredo riconobbe subito quel suono, per i partigiani come lui era un segno inconfondibile della presenza del nemico. Erano le gavette dei tedeschi, sempre più vicini. Quando giunse davanti alla sua squadra il cuore gli stava esplodendo in petto, ma era comunque riuscito a compiere il suo lavoro: i tedeschi non erano ancora sbucati dal nugolo di tronchi di quercia e pino e lui aveva portato il fucile al suo caposquadra, tale Virgilio, uomo impavido e irruento. Dopo qualche minuto i tedeschi comparvero dall’altro lato del fiume, Virgilio strappò il fucile dalle spalle del giovane Alfredo, pronto a sparare. Tutti erano pronti a sparare. Eppure, non successe nulla. Le due formazioni si guardarono da lontano per qualche secondo, sfidandosi immobili, poi proseguirono nei rispettivi sentieri. “Proseguiamo”, ordinò Virgilio con un gesto della mano, Alfredo guardò la scena con stupore, la vena sul collo ancora gli pulsava. Col tempo avrebbe imparato che la guerra odora di polvere da sparo ed è scandita da imprevedibili attese.


Una cosa però non avrebbe mai perso col passare degli anni: la passione nell’osservare i segni che l’uomo lascia durante il suo passaggio nel tempo. Le testimonianze della sua esistenza nelle varie epoche. Se durante il periodo da partigiano fermarsi ad osservare una pietra incisa poteva essere una leggerezza fatale, in seguito Alfredo ebbe modo di coltivare la propria passione. I suoi compagni gli diedero il nome da battaglia, “Robin Hood”, proprio per la sua indole avventuriera, spinta alla scoperta, e anche per quella aria da sognatore, sempre perso in qualche mondo fiabesco. Ma i suoi compagni partigiani, se l’avessero conosciuto qualche decennio più tardi, gli avrebbero probabilmente dato un altro nome di battaglia: “Indiana Jones”, come ama definirsi lui stesso.

Perché questo è stato Alfredo Calabrese nel corso degli anni:
un istrionico avventuriero, un implacabile scopritore di reperti e antichi manoscritti.
Un ibrido tra il celebre personaggio ideato da George Lucas e Dean Corso,
il cacciatore di libri rappresentato da Johnny Deep in “La nona porta”.

La sua passione l’ha spesso catapultato in situazione improbabili, si è imbattuto in logge massoniche e vecchie chiese sconsacrate, è stato artefice di numerose scoperte archeologiche del territorio in cui attualmente vive: il Salento.

Soprattutto, ha collezionato. Tanto, tantissimo. Così tanto da riempire l’intero piano terra della sua casa di reperti, dove ci sono circa 15mila manoscritti e centinaia di reperti archeologici. Pareti e intere stanze fagocitate dalla storia. La prima volta che cercai la sua casa museo, intorno alle 15 di un pomeriggio di aprile, il paese, Campi Salentina, era deserto. In Salento la siesta dopo pranzo è un appuntamento imprescindibile, come per gli inglesi il tè delle cinque. Vidi solo una vecchietta vicino ad una fontanella, intenta a riempire una damigiana di acqua. Descrissi l’uomo che stavo cercando e lei esclamò subito: “Ah! Il Professore!” e mi indicò come arrivare alla sua abitazione. “Professore” non è un altro appellativo di Alfredo ma la sua vera professione prima di andare in pensione: era insegnante di Scultura all’Accademia di Belle Arti di Lecce. Seguendo le indicazioni della vecchia arrivo davanti al portone di un palazzo signorile, ci sono due citofoni, sul primo c’è scritto “Alfredo Calabrese”, sul secondo “Laboratorio”. Pigio il secondo pulsante e la porta si apre immediatamente, in un lento cigolio.


Appena varco la soglia l’ambiente è umido e scuro, nell’aria aleggia un odore di muffa. Si accende una piccola luce e il senso di soffocamento è istantaneo. La stanza è completamente piena di oggetti, ce ne sono così tanti che, almeno inizialmente, è impossibile identificarli. Inizio a mettere a fuoco e vedo scaffali di legno riempiti con cimeli di ogni tipo, all’ingresso una teca di vetro custodisce le scarpe e i guanti bianchi di Papa Pio X, sulle pareti sono incastonati quadri e reperti archeologici. Cammino lateralmente per paura di urtare qualcosa. Mentre avanzo tra i minuscoli corridoi piccole luci si accendono illuminando fievolmente le stanze, lo sguardo incontra busti di ogni forma e dimensione: grotteschi e mostruosi, femminili e maschili. Statue votive, anfore e sfere di pietra per armare antichi cannoni sono accatastati in ogni angolo. Un gatto dal manto grigio e con un collarino rosso mi indica la via, saltando da un mobile all’altro, fino ad arrivare ad un altro ambiente, fagocitato da librerie cariche di manoscritti del cinquecento. Con uno scatto il gatto si adagia su una scrivania incastrata in un angolino, lo schermo di un computer illumina il volto di un uomo anziano: i pochi capelli bianchi sono tirati indietro, sul naso si poggiano un paio di occhiali tondeggianti. Indossa una camicia bianca, sul colletto è annodata una cravatta blu con disegnati degli unicorni. Un grande orologio rettangolare cinge il polso. Alfredo si abbassa le lenti sulla punta del naso per guardarmi meglio ed esclama: “Benvenuto!”.

A fatica entro nell’angusto spazio dove c’è la scrivania, mi siedo su uno sgabello e Alfredo comincia a raccontarmi la sua vita. Passò la sua adolescenza in Piemonte, per stare vicino al padre medico che lavorava a Genova. Erano gli anni del fascismo e prima di diventare partigiano vestì gli abiti del balilla, come erano costretti molti bambini che vissero quegli anni carichi di repentini cambiamenti. “Per noi bambini il fascismo era un gioco. Ci piaceva indossare quelle uniformi buffe, imbracciavamo piccoli fucili di legno e facevamo tanta ginnastica. Questo per noi era il fascismo. La politica l’avrei capita più tardi, quando presi la decisione di diventare partigiano. Anche perché Incisa Scapaccino, il paese dove risiedevo, era uno dei fulcri dei cosiddetti partigiani delle Langhe. Era intenso il sentimento antifascista che aleggiava. Facevo quest’attività di nascosto da mio padre, lui voleva che pensassi a studiare. Sapevo che tornava ogni fine settimana, per portare sale e sigarette, prodotti che in Piemonte scarseggiavano e che i locali erano disposti a barattare in cambio di latte e altro cibo. Allora in quei giorni tornavo di gran fretta sui libri. Proprio un fine settimana vennero i tedeschi a fare un rastrellamento nella nostra abitazione, io studiavo insieme ai miei fratelli, nella stanza c’era anche il nostro professore. Spalancarono la porta con un calcio, ci presero e ci incolonnarono in piazza, insieme ad altre persone. Credevo mi avessero scoperto, che avessero capito, anche se avevo quindici anni, che ero un partigiano. Proprio mentre puntarono i fucili contro di noi, vidi mia sorella di dieci anni che si attaccò alla manica di un ufficiale, tirandola verso il basso. Lo implorò di lasciarmi andare, disse che ero solo un ragazzino e non potevo fare del male a nessuno. L’ufficiale si impietosì e mi portarono via. Proprio mentre ero di spalle ai miei compagni sentì gli spari dell’esecuzione, mi girai di scatto e li vidi ancora tutti in piedi, solo il mio professore cadde a terra, svenuto. I tedeschi spararono sopra le loro teste, volevano solo divertirsi. Poi li presero e li portarono in Municipio, dove furono interrogati e pestati”.


Dopo gli anni della guerra Alfredo, per seguire le orme del padre medico, si iscrisse alla facoltà di medicina. Ma mentre era nei laboratori di anatomia patologica passava il tempo a disegnare i vetrini o i volti del padre e della madre. Alfredo aveva preso proprio dalla donna, un’abile scultrice che gli trasmise l’amore per l’arte. Grazie a lei, proprio negli anni di studi universitari, conobbe Pietro Canonica, grande scultore italiano, ritrattista delle più importanti corti del mondo. Alfredo si avvicinò imbarazzato al maestro e gli fece vedere alcuni lavori. Canonica chinò il capo e osservò attentamente, mentre il giovane, nell’attesa di una risposta, trattené quasi il fiato. Poi il maestro alzò lo sguardo e disse “iscriviti all’accademia. Di medici ce ne sono tanti, scultori bravi scarseggiano”. Alfredo non ebbe bisogno di sentire altro, lasciò gli studi di medicina e si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Roma. Se il suo futuro da artista si delineò negli anni universitari, quello da collezionista maturò molto prima. Il primo oggetto che collezionò fu un articolo di giornale sulla guerra d’Africa. “Avevo sei anni e ancora non sapevo leggere – dice il professore – però sentivo sempre alla radio le notizie che arrivavano da questa guerra. Misi l’articolo in un cassetto, lo conservai per quando sarei diventato grande e sarei stato in grado di leggerlo.

Dopo in me è nata una esigenza di conservare tutto quello che trovavo,
soprattutto gli oggetti legati alla storia dell’uomo,
in particolare tutto quello che era prodotto dall’uomo:
la scultura, il reperto, il manoscritto.

Immagino di vivere le epoche del passato attraverso gli oggetti che custodisco. Del resto ho accumulato tutto questo per due motivi: il primo è immaginare di impersonificare ogni autore, ogni personaggio, dei migliaia di antichi manoscritti che custodisco. Ci hanno messo anni per realizzarli, scrivendo notti intere a lume di candela. Le loro anime sono tutte là dentro, nei libri, ne sono sicuro. Il secondo motivo è perché mi sento un custode del tempo. Portare qui dentro i reperti che trovavo significava salvarli dal degrado, dall’usura, dalle razzie, dai furti. Ho cercato di accumulare la storia qui dentro, per salvarla”. Mi racconta di quella volta che ha scoperto due menhir, uno di questi poi trafugato. In Salento i furti di monoliti stanno diventando un problema serio, solo nel dicembre del 2015 ne rubarono tre. Quando fu rubata la sua scoperta Alfredo avviò delle proprie indagini per scoprire il responsabile. Si recò sul posto, avvicinandosi al grande buco lasciato dall’estrazione del menhir, notò per terra due solchi lasciati dalle ruote di un furgone, quindi cacciò dal cofano della macchina alcuni attrezzi da lavoro presi nel laboratorio di scultura. Si avvicinò ai solchi e ci fece il calco. Si girò tutta la zona e cominciò a confrontare il calco con i segni di vari autoveicoli. Alla fine, dice, riuscì a risalire al colpevole. “Alcuni personaggi poco raccomandabili, per mostrare la loro grandezza, fanno rubare i menhir per poi usarli come architrave dei loro camini” afferma.

Mi racconta i suoi aneddoti mentre percorriamo gli striminziti corridoi di questo bunker della memoria. Ogni tanto si ferma, afferra un oggetto e mi spiega la storia: c’è una spada arrugginita appartenente ad una loggia massonica, con la quale si praticava il rito di iniziazione in cui gli affiliati, schierati uno accanto all’altro, puntavano le spade verso il nuovo adepto. C’è una corrispondenza privata tra l’imperatore cinese del 1700 e Papa Clemente XI, in cui l’imperatore chiede come moglie una sorella del pontefice, in modo da unire, simbolicamente, le religioni dei due continenti. Poi apre un fascicolo pieno di fogli ingialliti, scritti con il calamaio, dove in basso ci sono stampe di sigilli reali. Sono lettere di sovrani e re: Carlo I di Savoia, Rodolfo d’Asburgo, Filippo IV di Spagna. “Rodolfo era più modesto, si firmava con il suo nome, invece il sovrano di Spagna era più pomposo, si firmava ‘il Re’” dice Alfredo. Poi si ferma un attimo e mi guarda fisso negli occhi: “ma tu te lo immagini il re, piegato a scrivere queste lettere. Io sì, io me lo immagino, lo vedo proprio. Per questo mi appassionano i manoscritti, perché vedo i loro autori scrivere, entro nella loro intimità. Di libri stampati ce ne possono essere, dieci, cento, mille. I manoscritti sono elementi unici” dice sventolando una lettera in cui Rodolfo d’Asburgo chiese a un detenuto di confessare la verità, in cambio della libertà.

* * *

“Indiana Jones” e la scoperta dei 200 Cristi

Alfredo è particolarmente interessato alla storia dell’invasione dei Turchi, soprattutto perché questa si lega ad una delle sue scoperte più importanti e rocambolesche. “Devi sapere che i Turchi erano interessati ad Otranto perché volevano invadere Brindisi via terra, prendere la città alle spalle, in quanto via mare era inaccessibile. Durante il tragitto da Otranto a Brindisi saccheggiarono e occuparono alcune località, una di queste fu il mio paese: Campi Salentina. Arrivarono con 400 cavalli e 10.000 uomini” afferma con voce solenne. “Distrussero la chiesa gotica e spezzarono tutte le statue dei Cristi che trovarono in paese”. Dopo questa affermazione Alfredo smette di parlare, come per riflettere, poi dice : “usciamo a prenderci un caffè, così ti faccio vedere una cosa”. Indossa una giacca nera e usciamo dall’abitazione. Sono le cinque del pomeriggio, il paese si è lentamente svegliato. Alfredo ha delle braccia lunghe che gli penzolano dalle spalle, cammina con le gambe divaricate, stile cow boy. Arriviamo nella piazza principale, in un angolo c’è una lunga fila di vecchi seduti su delle sedie. Coppola in testa e bastone in mano, si crogiolano ai raggi del sole. Sopra le loro teste, lungo una parete, è affissa una targa arrugginita che raffigura il tricolore: “Associazione Nazionale Combattenti e Reduci” si legge sull’insegna. Di fronte c’è la chiesa madre, la bellissima chiesa rinascimentale di Santa Maria delle Grazie. “Buonasera professore” esclamano i vecchi in coro. Alfredo risponde con un cenno della mano, poi sale i gradini della chiesa e ricomincia a raccontare: “nel 1981 feci fare ad un mio allievo una tesi su questa chiesa, dopo qualche giorno il ragazzo mi portò la pianta dell’edificio. Esaminandola l’occhio mi cadde su un particolare: un muro doppio, spesso quatto metri e lungo sei. Pensai subito che dentro quel muro ci potesse essere qualcosa. Così, insieme al mio allievo, decidemmo di fare un sondaggio. Tra due pilastri c’era una nicchia con una madonna, aspettai che se andasse il prete, aprì il vetro della nicchia e con un trapano feci un buco nel muro. Come supponevo, era vuoto. La punta del trapano girava in una cavità. Quindi allargammo il buco finché non potei infilare la testa”. Alfredo mima la scena, muove la mani come se stesse aprendo un varco nell’aria, allunga il collo per infilarsi in quel buco immaginario e ruota il capo con gli occhi sgranati.

“Madonna mia! Il gotico!” esclama.
“Mi trovai in una grande vano sconosciuto,
una cappella, con le pareti affrescate e delle arcate in pieno stile gotico.
Era un pezzo della chiesa distrutta dai turchi nel 1480.
Quest’angolo fu salvato perché consentiva l’accesso al campanile,
da dove gli occupanti controllavano il territorio”.

Ormai siamo dentro l’edificio, dove si sta celebrando messa. I fedeli guardano in direzione dell’altare, Alfredo sfila lungo un corridoio laterale continuando a parlare, sforzandosi di tenere basso il tono della voce. “Dopo aver scoperto la cappella gotica ho continuato le mie ricerche sulla chiesa, ho pensato che ci potesse essere una cripta nascosta dietro l’altare maggiore. Quindi cominciai ad insistere con il parroco a cambiare il pavimento dietro l’altare, erano mattonelle di poco valore e soprattutto io avrei potuto approfittarne per scavare e vedere cosa c’era sotto”. Il prete si convinse e cominciarono i lavori. Alfredo si inginocchiò dietro l’altare e cominciò a scavare. Ad un tratto notò una specie di sepolcro, con dei pezzi di carparo che delimitavano una zona. Da lì spuntarono fuori 1.400 frammenti di terracotta. Alfredo li contò uno per uno e li ricompose. Tutti quei frammenti facevano parte delle statue dei cristi che i turchi distrussero quando occuparono il paese. Furono ricostruite 200 statue. “Hanno voluto costruire la chiesa sulle memorie degli antichi, sui resti della distruzione dei turchi. Hanno raccolto la devastazione e sopra ci hanno fatto la nuova chiesa”.

Quello che appassiona Alfredo è tutto ciò che viene abbandonato.
Non è mai stato intrigato dai grandi nomi o da ricerche su storie già note,
ama le scoperte di personaggi dimenticati, disprezzati.

Molti degli oggetti che possiede vengono da rigattieri che ha scovato in giro per il mondo. Moltissimi sono stati scoperti grazie ad un particolare fiuto. Si informa quando ci sono case da sgomberare e si presenta per vedere cosa viene buttato. Se trova qualcosa di interessante se lo porta a casa. Così antichi manoscritti sono sbucati da cantine dismesse o dentro scatoloni da buttare al macero. Ma i veri tesori Alfredo li ha trovati nelle discariche. “Le giro tutte alla ricerca di reperti, perché lì dentro si butta la storia. La gente dimentica e getta via. Io raccolgo. Mi metto cappello in testa e occhiali da sole per non farmi riconoscere e mi ci infilo dentro. Se vedo delle belle ceramiche, appartenenti a vecchi pavimenti, le prendo e mi metto con un pennellino e uno scalpello a togliere il cemento alla base per cercare le incisioni del suo realizzatore. Così, ad esempio, ho scoperto delle ceramiche della nobile famiglia dei Paladini. Facevano le migliori ceramiche dell’800, esportate in tutto il mondo. In una vecchia cava ne avevano buttate a centinaia. Prima c’erano delle belle discariche, dove trovai di tutto: porte, architravi, sculture, vasi romani. Adesso sono state tutte tombate. Tantissimi reperti che ho vengono dalle discariche. Come questo, ad esempio” dice roteandomi in faccia un teschio. “Venni a sapere che stavano demolendo una casa del ‘500. Andai nella discarica dove buttarono gli inerti e trovai, tra le altre cose, questo teschio. Prima della demolizione stava al centro della volta, all’interno delle mura. Era un simbolo. Già dalla preistoria, per tenere lontana la morte, seppellivano i neonati morti all’ingresso delle capanne. Così la morte avrebbe saputo che quella casa era già stata omaggiata. Poi, nel tempo, l’uomo è passato a mettere dei simboli all’interno delle abitazioni. Come questo antico teschio di pietra scolpita. Poi guarda qui” afferma girandosi e incuneandosi in uno stretto corridoio. Lo seguo. Superiamo una porticina, dove dobbiamo abbassarci per non urtare la testa, e ci troviamo nello studio dove scolpisce. Un candelabro pende dal soffitto, sui muri sono affissi decine di busti. Ci si sente osservati da ogni direzione. Al centro della stanza, sopra dei tavoli, ci sono gli strumenti da lavoro: scalpelli, strane forbici e prodotti per lavorare la pietra. Un busto incappucciato in una busta della spazzatura spicca ad un lato della stanza. “Sto lavorando ad un ritratto di mio zio, Michele Pierri. Fu il marito di Alda Merini” afferma mentre apre una grata che accede nel cortile interno. Una Vespa arrugginita degli anni ‘50 è adagiata sul tronco di un albero di limone, una grande pianta di gelsomino si attorciglia intorno a centinaia di antiche pietre, capitelli, pavimenti romani, mattonelle dell’800. “Ecco il giardino delle pietre dimenticate, sono tutti reperti che vengono dalle discariche” afferma aprendo le braccia. Poi mi invita a sollevare delle palle di pietra adagiate in un angolo. Mi accovaccio per sollevarne una, sono pesantissime. “Sono così piccole eppure così pesanti, merito del granito. Sono le palle che gli Aragonesi catapultarono contro la città di Otranto quando era occupato dai Turchi. Anche queste erano in una discarica e sai da dove provenivano? Dalla cattedrale”.

* * *

I reperti tombati della Cattedrale di Otranto

Sono gli anni ’80. Ad Otranto, nella cattedrale di Santa Maria Annunziata, comincia il restauro del mosaico interno. Un grande pavimento formato da piccoli tasselli, al centro del quale si staglia un gigantesco Albero della vita. L’opera, realizzata tra il 1163 e il 1165, è una delle più importanti creazioni mosaiche appartenenti al medioevo italiano. Alfredo, in quei giorni, è lì. Fa parte di una commissione di arte sacra che annualmente si raduna ad Otranto per un convegno. Dopo la conferenza i partecipanti sono invitati a vedere i lavori di restauro che si stanno tenendo nella vicina cattedrale. Il restauro è top secret, praticamente a nessuno è consentito l’accesso in una chiesa blindata. Solo i convegnisti possono entrare. Il gruppo di studiosi entra nella chiesa, alcuni chiacchierano tra di loro, altri ammirano la magnificenza dell’edificio. Alfredo invece è abituato ad osservare dove gli altri non guardano. Nota che all’esterno, sotto un portale cinquecentesco, è parcheggiato un camion. Al veicolo si avvicinano degli operai che ogni tanto ci buttano dentro cumuli di materiale. Alfredo, approfittando di un momento di assenza degli operai, si avvicina al rimorchio per vedere il contenuto del carico, nota subito delle palline di avorio, ossa e bottoni di piombo mischiati nella terra di scarto. Quindi si acquatta vicino ai gradini e aspetta che il camion sia abbastanza carico per partire. Nel frattempo la spedizione di studiosi va a pranzo. Quando il camion parte Alfredo comincia il pedinamento. Prendono la litoranea che da Otranto sale verso Nord, superano l’area protetta dei laghi Alimini e svoltano a sinistra, verso l’interno. Dopo un pezzo di strada il camion entra in una strada di campagna, poco più avanti c’è una cava. Lì dentro versano tutto il carico e poi se ne vanno. Alfredo scende dalla macchina e si sporge dalla cava, si alza i calzoni per non strapparli e si accovaccia, lentamente scende nel fosso, facendo attenzione a non franare. Appena dentro la pancia della cava viene sopraffatto da un fetore insopportabile, si rende conto di essere al centro di una grande discarica.

Ci sono rifiuti di ogni tipo, mischiati a reperti della cattedrale di Otranto di immenso valore. Nota alcune palle di cannone, quelle realizzate in pietra al tempo degli Aragonesi, poi vede interi pezzi dell’antico mosaico. Con frenesia comincia a caricare tutto quello che può, riempie le tasche del giubbotto di frammenti del mosaico, afferra le pesantissime palle e con grande sforzo risale la pareti della discarica. Mette i reperti in macchina e parte. Il giorno dopo si reca dal vescovo e denuncia tutto. L’uomo di chiesa si dimostra meravigliato e pronto a prendere provvedimenti, ma quando qualche giorno dopo Alfredo ritorna alla discarica scopre che questa era stata completamente coperta da uno strato di terra. Tombata con dentro i reperti della cattedrale. “Il restauro del pavimento è stato sbagliato, hanno tolto il pavimento come si toglie un affresco. Non ho avuto il tempo di scavare ancora, altrimenti chissà cosa avrei trovato lì dentro” afferma.

Il giorno che andiamo a trovare il luogo della discarica il cielo è sgombero da nuvole. Il rosso dei papaveri e il giallo dei fori di campo colora un paesaggio di uliveti e appezzamenti di grano. La strada è la Cannole – Otranto. Sono passati più di trent’anni ma Alfredo ricorda tutto come fosse ieri. Imbocchiamo una stradina sterrata sulla destra, la discarica tombata è proprio all’inizio del sentiero, in località Pozzello. Il terreno al centro ha un accentuato rilievo, una specie di collinetta, poco più in fondo, separata solo da un campo agricolo, comincia la riserva naturale dei Laghi Alimini, uno dei paesaggi più belli del Salento: una distesa grigia di cannucce di palude, con i fiori a forma di pannocchia che sbucano anche a quattro metri di altezza, anticipa un boschetto di eucalipti. Poi arriva il primo grande lago. Intorno il silenzio, rotto qualche volta dal vento che agita le fronde degli ulivi e poi dallo scoppiettio di una motoape che avanza nel sentiero. Fermo il conducente e chiedo informazioni sulla discarica. L’uomo abita nella zona e conosce bene quello che sto cercando. Vuole restare nell’anonimato ma conferma e aggiunge ulteriori dettagli sulla discarica. “Era una cava profonda circa 15 metri, da dove venne ricavata la pietra per costruire il Valtour, uno dei primi villaggi turistici di Otranto. Poi tutti cominciarono a usarla come discarica. Tra gli anni ’70 e 80’ era la maggiore della zona, ci buttavano rifiuti anche i paesi limitrofi. C’era di tutto: vecchie automobili, fusti di olio per vetture, carcasse di animali, copertoni. Quando pioveva si creava un lago nero. Poi un giorno sono venuti con delle ruspe, hanno tolto lo strato superficiale di rifiuti e hanno colmato il fosso con della terra. Quel rilievo che si vede nel terreno è la montagnetta di terra usata per colmare tutto. Lì sotto c’è la discarica” afferma indicando la strana collinetta al centro dell’appezzamento. Conferma anche Elio Paiano, corrispondente da Otranto per il Nuovo Quotidiano di Puglia, con cui mi sono recato sul posto. Il Comune di Otranto, tramite il funzionario del settore Ambiente Giuseppe Tondo, fa sapere che la discarica, prima di essere coperta, è stata comunque bonificata nei primi anni ’80. Inevitabilmente con standard operativi molto lontani da quelle che sono oggi le procedure di bonifica. Dei reperti della cattedrale comunque nessuno sa niente. “O stanno ancora lì sotto o se li sono spartiti quelli che hanno colmato la cava” dice l’uomo sulla motoape prima di ripartire. Nel viaggio di ritorno Alfredo resta silenzioso tutto il tempo, con lo sguardo rivolto verso il paesaggio che scorre dai finestrini. Non mi racconta più nessuno dei suoi aneddoti. Non voglio disturbare i suoi pensieri, mi piace immaginare che stia pensando di procurarsi una ruspa per andare a vedere se lì sotto sono ancora sepolti i reperti della cattedrale.

CREDITS
Testo e foto di Stefano Martella
Mappe di Stefano Martella e Informant