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Oppio e arance: la strada verso il Rajasthan

Stazione di Bundi, Rajasthan. Il motore dell’autobus notturno su cui ho viaggiato si spegne alle prime luci dell’alba, lasciando spazio ad un piacevole semi-silenzio. Il silenzio vero è quasi impossibile da trovare in India. Il sole del mattino colpisce di riflesso il sontuoso palazzo che sovrasta il centro abitato e alcune scimmie si abbeverano nelle acque di uno stagno ricoperto di fiori di loto. Nell’aria il tipico odore inafferrabile delle mattine indiane: un misto di incenso, sterco di vacca, cumino e fogne.
C’è già gente in giro: l’India si sveglia presto. L’atmosfera però è calma, ancora a metà tra la notte e il giorno, avvolta da un torpore che non è sonno ma nemmeno piena attività. L’India si sveglia presto, è vero, ma parte tardi. E quella delle prime ore del mattino è un’India che vale la pena esplorare, nonostante i ritardi.



Sto per incontrare alcuni proprietari terrieri che potrebbero essere coinvolti in quello che cerco, un fenomeno di transizione che sta trasformando un pezzo delle campagne del Rajasthan: nel distretto di Jhalawar, tradizionale luogo di coltivazione legale dell’oppio, molti agricoltori stanno smettendo di coltivare papavero.
Meglio le arance: meno regole, meno restrizioni, meno impegno e più denaro, sembrerebbe. Interi villaggi avrebbero abbandonato totalmente la coltura del Papaver Somniferum, lasciandosi alle spalle una tradizione secolare. Per secoli l’oppio grezzo ha incontrato la vita di queste zone, quella legale e quella illegale, senza troppe distinzioni sociali. Nei matrimoni era un dono sempre presente e sovrani e nobili lo fumavano per diletto. La gente dei villaggi lo ha sempre utilizzato per sigillare la buona fede di un accordo e i soldati in marcia lo impiegavano per lenire fatica e dolori della guerra. L’oppio ha determinato anche la fortuna della Compagnia delle Indie Orientali, insieme a quella delle retrovie di contrabbandieri e pseudo-commercianti attaccati al carrozzone dell’Inghilterra coloniale.


Il biglietto stropicciato su cui ho annotato il numero di telefono del mio contatto è ancora nel taschino. In un misto di inglese e hindi mi spiega che suo padre mi sta cercando, ma non riesce a trovarmi. Guardo intorno, il piazzale è deserto, poco più piccolo di un campo da calcetto; attorno a me una decina di persone. Nessuno ha l’atteggiamento indaffarato di chi è alla ricerca di qualcosa. Sorrido: «Kiran, in stazione ci sono dieci persone. Nove indiani e un solo straniero, bianco. Ecco, quello sono io».
Il signor Raguveer Singh mi si avvicina pacifico, due metri d’uomo sulla sessantina abbondante e un vistoso baffo in stile rajasthano, con le punte all’insù. Non è solo, con lui c’è il fratello, baffo nero corvino, forse tinto, e penna pronta all’uso nel taschino della camicia.


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Raguveer Singh e suo fratello.

Inforchiamo un affollato autobus governativo e poi un altro e un altro ancora. Fuori dal finestrino i centri abitati spariscono, lasciando spazio all’entroterra del Rajasthan: secco, brullo e ricoperto di arbusti a perdita d’occhio. Scambio due chiacchiere con i miei accompagnatori, un botta e risposta casuale di rottura del ghiaccio in pieno stile “sala d’attesa”.
«Certo che ci mettono un sacco a rifare questa strada. Guarda quelli lì, passano più tempo a bere chai che al lavoro».
«I giovani fumano troppe sigarette, pensa che mio figlio da quando vive a Jaipur ne ha sempre un pacchetto in tasca».
«Denielji, assaggi un pickle di Mango (una specie di sottaceto macerato in olio, peperoncino, cumino e altre diavolerie)?», «Certo. Accidenti! I più buoni che io abbia mai mangiato, chi li fa? La signora? Complimenti davvero».

Dopo alcune ore di viaggio inizio a vedere i primi aranceti, i filari di alberi dalle foglie verde scuro danno un tocco di colore alla campagna circostante. Finalmente arriviamo, un ragazzo giovane ci aspetta in macchina.
«In questo campo abbiamo circa duecento piante, tutte adulte in piena fase di produzione. Purtroppo questa annata sarà dura: non piove da luglio», mi dicono sconsolati sul bordo di un enorme pozzo mezzo vuoto. «Il raccolto è in ritardo e non sarà dei migliori». I frutti non sono ancora giunti a piena maturazione, mezzi verdi e mezzi gialli sono, almeno nell’aspetto, molto diversi dalle arance italiane. «Tieni Dilli wala – mi chiamano così da queste parti: quello di Delhi – assaggiane una». Non è male, ricorda il miagawa, quell’agrume verdastro che ricorda un incrocio tra un mandarino ed un limone e che da alcuni anni troviamo sui banchi di tutti i supermercati.
Proseguiamo per altri frutteti e comincio a fare qualche domanda. C’è una certa diffidenza nell’aria e uno dei miei accompagnatori prende parola e le dà forma: «Dilli wala, qual è esattamente lo scopo delle tue ricerche? Lavori per qualche azienda agricola che vuole investire da queste parti?». Me lo aspettavo: sono proprietari terrieri, gente abituata a parlar chiaro e a difendere i propri affari. Figli del Rajasthan rurale, zona con risorse limitate dove piove poco e dove il torrido caldo estivo consuma in fretta le scarse riserve idriche. Non c’è spazio per tutti in questi luoghi, accoglienti verso gli ospiti e micidiali per gli invasori. Una terra per secoli governata dall’élite militare dei Rajput, uno dei più influenti gruppi Kshatrya, la casta dei guerrieri, ancora oggi molto forte nelle campagne indiane. Rido e spiego loro che le mie competenze agricole si limitano ai fiori sul balcone e che sono qui per tutt’altro motivo. Voglio capire dove sono finiti i campi di papavero da oppio di queste parti e se davvero le arance sono diventate il nuovo business. «Ah, sei una specie di giornalista allora. Anche mio figlio fa quel lavoro». L’atmosfera si rilassa immediatamente.
«Insomma, queste arance sono o non sono un buon affare?», domando.
«Certo che sono un buon affare. Ogni anno vendiamo tutto il raccolto, non avanza niente. Arance grandi, arance piccole, poco dolci, dolcissime. Poco importa, ce le comprano tutte».
«Chi ve le compra?», chiedo.
«Le vendiamo al mercato di Bhawani Mandi e gli acquirenti all’ingrosso sono soprattutto le case produttrici di bibite e succhi. Vanno moltissimo. Per rinfrescarsi, sai: fa molto caldo qui». Bhawani Mandi è un villaggio di 40mila anime dove non c’è nulla a parte la stazione ferroviaria ed il mercato delle arance. Un villaggio comodo da raggiungere però, che negli ultimi dieci anni è diventato il secondo punto di smercio degli agrumi di tutta l’India.
«Ci fate un buon profitto?», gli chiedo. Tutti annuiscono, sorridendo sotto i baffi. I poco meno di dieci ettari di terra che sto visitando, la maggior parte dei quali coltivati ad arance, fruttano ogni anno più o meno 40 mila euro al netto delle spese. Poco più di tremila euro al mese in una zona dell’India dove il costo della vita quotidiana è irrisorio. Tanto per farsi un’idea, da queste parti una casa di un centinaio di metri quadrati con ampio spazio esterno ha un affitto mensile che si aggira sui 150 euro, un pasto in un ristorante con tanto di acqua in bottiglia e aria condizionata non supera i due euro, e con circa dieci euro una famiglia di quattro persone ci si compra la verdura per l’intera settimana. La maggior parte dei proprietari terrieri, inoltre, non vive di sola agricoltura: il ragazzo che ci accompagna ha un negozio di autoricambi, suo padre è professore nella scuola statale locale, il fratello del signor Singh è un poliziotto.
«Queste zone, però, erano famose per la produzione di oppio. Si guadagna davvero meno con il papavero?».
Mi spiegano che il punto centrale non è il guadagno, ma il rischio da correre nel raggiungerlo. Il governo indiano concede licenze annuali rinnovabili per coltivare oppio destinato all’industria farmaceutica, ma le regole sono severe. Ogni anno, a ottobre, gli ufficiali del Central Narcotic Bureau (CNB) misurano gli appezzamenti di terra prima della messa a dimora del papavero. L’operazione decreta la minima quantità di oppio grezzo che ogni coltivatore deve produrre per potersi vedere rinnovata la licenza l’anno successivo. In Rajasthan, per esempio, è obbligatorio produrre almeno 56 chilogrammi per ettaro misurato. Se la produzione è inferiore, niente licenza per l’anno seguente. È una scommessa sul futuro: il coltivatore, ogni anno, si gioca l’autorizzazione dell’anno dopo. C’è la possibilità di fare ricorso, ma i tempi sono quelli della giustizia indiana.
La quantità minima per ettaro dovrebbe essere basata sulle stime meteorologiche, variando di conseguenza: a migliori previsioni miglior raccolto e viceversa. Le tabelle del CBN però, risultano pressoché invariate dal 2006, specchio di quanto il rapporto tra clima e raccolto sia probabilmente vero solo in teoria. I pagamenti sono collegati alla produttività: più un campo è fecondo, più viene pagato. Chi produce la minima quantità riceve dal governo circa venti euro al chilogrammo, mille euro l’ettaro. Se il coltivatore è bravo e fortunato e produce di più, il valore per chilogrammo sale fino a raggiungere i cinquanta euro, 2.500 all’ettaro.
Le quote minime sono piuttosto alte e sono state pensate per evitare che il contadino dichiari meno di quanto produce, occultando una parte di raccolto per poi rivenderla al mercato nero.
Non è solo la quantità, ma anche la qualità che conta. Il governo paga solo oppio che viene giudicato vendibile in base alla quantità di morfina che contiene. La maggior parte della produzione è destinata all’estero: le case farmaceutiche di Stati Uniti, Giappone, Ungheria, Inghilterra, Francia e Thailandia sono i principali compratori. Il mercato indiano è particolarmente prezioso: l’India è una delle pochissime nazioni dove è possibile acquistare legalmente oppio grezzo già semilavorato, un’operazione che risparmia alle case farmaceutiche tempi e costi. La qualità, inoltre, è garantita dal governo stesso, e i centri di analisi hanno la fama popolare di essere incorruttibili.
«Se hai esperienza, con l’oppio guadagni abbastanza bene», mi dice il ragazzo masticando in continuazione noce di betel. «Il vantaggio del papavero è che occupa il campo solo sei mesi, il resto dell’anno ci si può piantare il grano o la bietola e raddoppiare i guadagni. Con gli aranceti non è così: una volta piantati, fanno solo quello. Però gli aranci sono alberi forti, si ammalano poco. Oggi li pianti, tra quattro anni producono e continueranno a farlo per anni e anni. Due raccolti all’anno garantiti e un costo della manutenzione bassissimo».
Colgo la palla al balzo: «Quanti lavoratori ci sono nel terreno che ho visitato e quanto li pagate?»
«Per i dieci ettari che hai visto servono cinque contadini. Li paghiamo settanta euro a testa, al mese. Chi lavora nei campi d’oppio costa di più, e inoltre servono più di cinque persone».
Il papavero è una pianta che va curata, non è perenne, non offre una seconda chance. Ogni anno si riparte da zero, e ogni anno è una nuova sfida. I contadini che se ne prendono cura sono specializzati, sanno come trattare le numerose malattie che lo colpiscono e sanno quando è il momento migliore per incidere le capsule in modo da ottenere il prodotto migliore. Professionalità che, giustamente, vanno retribuite.
Chiudiamo il giro con un’ospitata a casa del ragazzo che ci accompagna per un inevitabile chai, il primo di una lunga serie. Ci sediamo su due brandine in legno e corda dette “charpai”. Fuori dalla finestra un bufalo rumina pacifico nell’aia. Nella stanza il gruppetto over sessanta under cento si abbandona a pensieri in libertà.
«Le arance hanno portato sviluppo da queste parti Dilli wala. Prima c’erano villaggi poverissimi, ora non più». C’è qualcosa di inquietante nella parola “sviluppo” nell’India di oggi. Se ne parla troppo, dappertutto: domina il discorso politico a tutti i livelli. Lo sviluppo sembra essere la soluzione a tutto, e ognuno ne dà una sua personalissima interpretazione, spesso carica di pericolose aspettative di rivalsa economica.
Solo un anno e mezzo fa il premier Narendra Modi ha conquistato una maggioranza assoluta di portata storica. Ed è stata proprio la parola d’ordine “sviluppo” a costruire il suo successo. La promessa di uno scatto in avanti della crescita capace di trasformare l’India in una superpotenza mondiale è riuscita a catturare le aspirazioni di tutta la società indiana. Dalle baraccopoli alle ville della capitale la priorità è crescere, e in fretta. Il governo sta facendo di tutto per facilitare investimenti in India, invitando le grandi aziende straniere a delocalizzare qui la produzione: “Fate in India e vendete dove volete”, per dirla con uno slogan coniato dallo stesso primo ministro. Uno dei rischi dell’ingresso deregolamentato delle grandi compagnie estere è l’impatto che avrebbe sul tessuto produttivo tradizionale indiano, fatto in gran parte di piccoli artigiani, imprenditori e coltivatori che non riuscirebbero a reggere la concorrenza. Molti di loro fallirebbero ed altri si troverebbero impreparati a modificare la produzione in funzione del mercato. Lo sviluppo di cui si parla è inoltre tutto economico e non lascia spazio né tempo alle profonde problematiche sociali che attanagliano il paese.
«Ma l’oppio è tradizione da queste parti. Se tutti coltivate arance, non rischiate forse di perdere una parte della vostra cultura?», chiedo provocatorio.
«Gli affari sono più importanti. Tutti abbiamo dei desideri per il futuro». Tra sviluppo e tradizione, è il primo ad avere la meglio. Le cifre istituzionali sembrano confermare il lento abbandono della tradizionale coltivazione dell’oppio: il numero di licenze è passato dalle 133 mila del 2000 alle 44 mila dello scorso anno. Un andamento in netta controtendenza alla domanda internazionale di oppio grezzo, in continua crescita. L’eventuale calo della produzione indiana si potrebbe tradurre in un aumento della produzione in paesi in cui le regolamentazioni sono decisamente meno severe e dove l’economia del papavero finanzia un fitto sottobosco al confine tra criminalità e terrorismo. I coltivatori di Pakistan e Afghanistan saranno ben contenti di occupare i vuoti di mercato lasciati dall’India.

L’oppio afghano, in particolare, potrebbe trasformarsi nel miglior concorrente che l’India si troverebbe ad avere sulla piazza. La produzione del tormentato paese dell’Asia Centrale gode di ottima salute, nonostante i ripetuti sforzi di contrasto. Stando ai calcoli dello United Nations Office on Drugs and Crimes (UNODC), dal 2009 ad oggi il terreno di coltivazione del papavero è aumentato più o meno dell’80 per cento, passando da 123 a 224 mila ettari. I dati raccolti dal Ministero afghano incaricato del contrasto al narcotraffico, informano che i magazzini statali contano una quantità di oppio grezzo sequestrato e “parcheggiato” che potrebbe soddisfare la domanda mondiale per quasi due anni. Un prodotto fatto e finito, pronto per il mercato. La coltivazione e il commercio del papavero sono però considerate attività illegali in Afghanistan: per anni l’oppio proveniente dalla regione ha rifornito circa il 90 per cento del mercato illecito mondiale, costruendo un sostanzioso patrimonio criminale pressoché impossibile da controllare o recuperare. Resta quindi, per ora, tecnicamente impossibile commerciare l’oppio grezzo afghano a livello legale. La repressione del fenomeno si è dimostrata inefficace e sembrerebbe che stiano venendo riprese in considerazione soluzioni alternative per sbloccare la situazione di illegalità diffusa. Già nel 2007 il think-tank International Council on Security and Development (ICOS) aveva lanciato il progetto “Poppy for Medicine” – papaveri per medicine -, un piano per legalizzare la produzione afghana appoggiandosi alla rete di controllo dei villaggi così da arginare l’economia criminale, creare reddito ed incontrare la domanda mondiale di oppio grezzo per scopi farmaceutici. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha più volte sottolineato che la richiesta internazionale è destinata ad aumentare, un fenomeno dovuto soprattutto alla maggior prescrizione di morfina nei paesi in via di sviluppo fino ad ora poco inclini all`utilizzo del farmaco sia per i costi che per carenza di conoscenze specifiche. “Poppy for Medicine” non ha avuto applicazione pratica, per ora. Se la produzione indiana dovesse diminuire drasticamente, non è inverosimile ipotizzare che un progetto di questo tipo possa subire un’accelerazione ed essere avviato anche solo in fase sperimentale per soddisfare quantomeno il fabbisogno immediato delle case farmaceutiche.
«E poi sono tradizioni superate, roba da villaggio, da aree rurali», aggiunge il padrone di casa. È curioso percepire come una persona che possiede aranceti, pozzi e un bufalo nell’aia non si consideri parte dell’India rurale. E di come ne parli con un certo senso di superiorità. Bevo l’ultimo chai, ringrazio e ripercorro all’indietro la sequenza di autobus governativi.
I dintorni di Chittorgarh sono famosi per la coltivazione di oppio: la maggior parte della produzione rajasthana proviene da quelle parti. Decido di andarci senza la mediazione dei proprietari terrieri: incutono soggezione ai contadini che in loro presenza non parlano mai.
Mi serve un mezzo, chiedo in giro e recupero l’indirizzo di un posto che noleggia motociclette: i campi di papavero non sono segnalati sulle mappe, vanno cercati, e muovermi da solo mi sembra il modo migliore per farlo. Nel negozio c’è un ragazzo giovane, mezzo addormentato che si stupisce della mia richiesta. Gli spiego le mie intenzioni, mi guarda e mi propone di aggiungersi alla ricerca e di mostrarmi alcuni campi di oppio che, per motivi non esattamente chiari, conosce bene.
«Ma scusa, e con il negozio come fai? Lo chiudi? Starò in giro tutto il giorno» chiedo, in preda a una preoccupazione tutta occidentale. Fa spallucce e abbassa la saracinesca: «Con te ho già fatto abbastanza affari per oggi, e poi mi annoiavo. Andiamo. Guido io, mi chiamo Mahmud».

Chilometri e ore di strada sterrata e polverosa ci portano a un minuscolo insediamento rurale, talmente piccolo che non credo esista su nessuna mappa. Attraversiamo a piedi un po’ di campi incolti e raggiungiamo una donna in sari che sta lavorando la terra. La donna ci indirizza al piccolo tempio del villaggio: il marito è un contadino, coltiva oppio e ultimamente ha avuto qualche problema con le licenze. Lo troviamo seduto sotto un albero di banyan, avvolto in un turbante arancione. Fuma una lunga pipa di terracotta. Orecchino d’oro e volto segnato dal lavoro nei campi.
«Mi sono stufato di coltivare papaveri», ci dice. «Due anni fa ha piovuto troppo, non ho raggiunto la quota, quindi niente licenza. Ho fatto appello, ho vinto ma era troppo tardi per coltivare. Quest’anno ho la licenza e non piove da luglio, ancora non ho messo a dimora le piante. Avete visto il mio campo, sembra il deserto. Basta! l’anno prossimo coltivo limoni o arance, ho sentito che si guadagna bene. Sono stufo di piangere per colpa del governo, sono un agricoltore e non un mendicante».
In questa osservazione c’è tutto l’orgoglio di una categoria, uomini che – anche se analfabeti – sanno di essere fondamentali alla sopravvivenza di un’economia nazionale. Gente abituata a lavorare e faticare, ma non a chiedere la carità.
«Ma… e la tradizione?», chiedo con l’aiuto di Mahmud.
«Per rispettare la tradizione basta un fazzoletto di terra, non serve un campo intero. I campi di papavero sono per i grandi compratori, per vendere, non certo per mantenere la tradizione».
«In teoria, coltivare per uso personale è illegale. C’è la galera», osservo.
«Non è illegale, lo hai detto tu. È tradizione», mi dice alzando i palmi delle mani al cielo in segno di giustificazione. Scoppiamo a ridere insieme, di gusto, complici in quell’attitudine di trovare sempre uno spazietto tra i detti e i non detti delle leggi così comune nel suo paese come nel mio.
Lo ringrazio del suo tempo e chiedo di potergli scattare una fotografia. È reticente, come tutti: nel profondo Rajasthan nessuno ama farsi fotografare. Acconsente ad un singolo scatto. Un saluto brusco e ripartiamo.
La situazione in cui si trova Sandeep – così mi ha detto di chiamarsi il contadino – non è un caso isolato e rappresenta, in fondo, quello che sta trasformando i paesaggi e le tradizioni di questi luoghi. La situazione dell’agricoltura in India vive un momento critico, soprattutto per i piccoli coltivatori che si vedono sempre di più negare prestiti e crediti dalla banche, timorose di non vederli estinti per tempo. I contadini rimangono spesso senza denaro e sempre più spesso scelgono di vendere i loro appezzamenti ai proprietari terrieri o di cambiare completamente raccolto. Purtroppo sono in diversi a non reggere la situazione e a scegliere il suicidio: solo l’anno scorso si sono tolti la vita 5650 coltivatori.
Il lento abbandono della coltivazione di Papaver Somniferum in Rajasthan fa parte di tutto questo. È un piccolo esempio di quello che sta succedendo nella mentalità economica di buona parte dell’India attuale. Un paese che va di fretta, con una popolazione alla rincorsa del sogno di un boom economico. Un desiderio che ha bisogno di investimenti sicuri, di profitto garantito che fa gradualmente perdere interesse nel preservare e dare continuità alle produzioni tradizionali. Quando il papavero non rende, si passa ad altro. Lo coltiveranno altrove, poco male se è una tradizione secolare.
Se la coltivazione dell’oppio è difficile per chi ha ettari di terreno, ancora di più lo è per chi come Sandeep non è nemmeno proprietario della sua terra. Un misero ettaro di campagna, secco, privo di licenza da un anno e con un pessimo raccolto davanti. Una famiglia da sfamare e l’affitto da pagare che, a differenza del monsone, arriva sempre puntuale. Mi chiedo quanto valga una tradizione, per quanto nobile e secolare, di fronte a prospettive del genere. Che senso abbia per un contadino affittuario coltivare ogni anno una pianta così incerta, per ottenere poi un prodotto che finisce in asettici laboratori dove case farmaceutiche producono farmaci che lui, sul suo charpai con la sua pipa di terracotta, non si potrà mai permettere.
Forse, davvero, meglio le arance.

CREDITS
Testo e foto di Daniele Pagani
Elaborazione Mappa di Informant