Gli uomini della Policia Federal, con i loro lunghi fucili automatici Dmps Panther, le tute nere, i giubbotti antiproiettile e i passamontagna, anche loro neri, sono dappertutto.
Si muovono su grossi pick-up e tre o quattro di loro stanno immancabilmente in piedi, minacciosi, anche quando vi sorpassano su un’autostrada. Pattugliano in gruppi sempre numerosi le piazze principali, gli Zocalos, di tutte le città a partire da quello – enorme – di Città del Messico.

E capita anche di incontrarne un paio che prendono un caffè accanto a voi, al bar di un albergo in Baja California. Sempre vestiti di scuro, sempre minacciosi e sempre coi i fuciloni ben in vista, magari appoggiati con noncuranza sul bancone.
Sono loro il volto pubblico dello schieramento dello Stato messicano – o di quel che ne rimane – nella guerra contro i narcos. I marines, che ne sono la vera punta di lancia, si vedono molto più raramente. In 40 giorni di viaggio in Messico solo una volta mi è capitato di vederne un corteo nella provincia di Oaxaca, nel Messico centro-meridionale: anche loro viaggiano sui pick-up, anche loro ostentano i mitragliatori e anche loro fanno paura, nelle loro tute mimetiche scure. Sono sempre i marines che compaiono quando un leader dei narcos viene ucciso nella provincia di Nayarit in un’operazione in stile iracheno e quando “los presos”, i criminali catturati, vengono mostrati ai fotografi e ai cameramen. Sono loro, tanto per dirne una, che hanno arrestato Joaquín Loera Guzmán detto El Chapo, il più conosciuto e forse il più potente dei trafficanti internazionali di droga.
Oltre alla Polícia Federal e alla Segreteria della Marina, fanno parte dello schieramento anti-narcos anche la Segreteria dell’Esercito e la Procura Generale della Repubblica.

In estrema sintesi, ecco le novità degli ultimi mesi: dopo l’ennesimo arresto e l’estradizione negli USA del “Chapo” (il piccoletto) la sua organizzazione, il Cartello di Sinaloa, è dilaniata da una guerra interna per la successione che vede i figli del leader – i cosidetti “chapitos” – e il fratello, Aureliano detto “El Guano”, uniti contro il numero due Ismael Zambada Garcia, detto “El Mayo”, che avrebbe ereditato il comando. Intanto, sulla costa occidentale del Paese, è emerso un nuovo gruppo, il Cartello di Jalisco Nuova Generazione, che a colpi di AK-47 – detto dai sicari “cuerno de chivo”, “corno di capra” – e di valigie piene di dollari sta conquistando una ad una le “piazze” più importanti del Paese.
Il ruolo centrale dell’esercito nella guerra interna viene criticato da una larga parte dell’ opinione pubblica messicana, secondo la quale i soldati mirano più a uccidere che a catturare i sospetti e spesso si sono resi responsabili di massacri di civili non molto diversi da quelli compiuti dagli stessi narcos.
Alcuni gruppi umanitari sospettano che i marines o gli agenti della Polícia Federal abbiano qualcosa a che fare con la vicenda, tuttora oscura, dei 43 studenti “scomparsi” nel settembre del 2014 nello Stato di Guerrero, uno dei punti caldi della guerra dei narcos. I soldati non rispondono a nessuna autorità civile, e secondo molti messicani sono agli ordini dei “gringos” statunitensi più che del governo di Enrique Peña Nieto, che nel 2012 ha riportato al potere il Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI). Il PRI è un coacervo di interessi locali o particolari che, dopo essere stato per sette decenni il partito unico che dominava sia lo Stato che l’economia illegale e criminale, è stato scalzato dal Partito di Azione Nazionale (PAN, destra liberista), al quale sono appartenuti i due presidenti, Vicente Fox e Felipe Calderón, entrambi al potere con il tradizionale mandato di sei anni dopo il quale, in Messico, un politico non può ricandidarsi.
Secondo un’interpretazione diffusa tra attivisti e osservatori, il crollo del PRI avrebbe esposto il Messico a un risultato analogo a quello della morte del dittatore Josip Broz Tito nei Balcani o dell’eliminazione di Saddam Hussein in Iraq.
I regimi autoritari, insomma, “incorporano” la corruzione nel sistema di governo e in qualche modo riescono a controllare le spinte centrifughe, compresa quella delle organizzazioni criminali. Con la crisi di un sistema di potere, quelle forze si scatenano con conseguenze drammatiche.
I due “panisti”, e in particolare Calderón, hanno lanciato la guerra aperta ai narcos, e sono stati criticati per il bagno di sangue che hanno provocato: in Messico, nei 12 anni di potere del PAN sono morte nella guerra ai narcos più persone che nelle “vere” guerre combattute nello stesso periodo in Afghanistan e Iraq. Secondo il sito Frontline del Public Broadcasting Service americano, i civili morti in Afghanistan sono meno di 30mila e circa 160mila in Iraq, contro i 165mila uccisi in Messico.
Fox e Calderón sono stati anche accusati di favorire il Cartello di Sinaloa, quello guidato dal “Chapo” Guzmán, che è stato lasciato tranquillo mentre marines e federali attaccavano i suoi rivali. Il “Chapo” è stato arrestato, riarrestato dopo una delle sue mitiche fughe, e infine consegnato ai “gringos” quando il PRI ha ripreso il potere con Peña Nieto.
L’attacco di quest’ultimo al Cartello di Sinaloa ha coinciso con l’emergere del Cartello di Jalisco Nuova Generazione.
Come se tutto questo non fosse già abbastanza complicato, molti media locali ripetono spesso un’avvertenza fondamentale: la parola “cartello” va presa con le molle. Secondo molti dei giornalisti investigativi che si sono occupati dei narcos il termine è stato inventato dagli agenti della Drug Enforcement Administration (DEA) americana in servizio in Messico per convincere i loro superiori ad appoggiarli con uomini e mezzi, sostenendo implicitamente che i messicani erano pericolosi quanto i gruppi colombiani degli anni ’80-90, il Cartello di Medellín di Pablo Escobar e quello di Cali. La realtà della malavita organizzata messicana, secondo questi autori, sarebbe molto più articolata su interessi locali, alleanze con politici e altri uomini che si trovano all’interno delle istituzioni, soprattutto a livello di provincia e di distretto.
Il Cartello di Jalisco Nuova Generazione è alleato con un’altra organizzazione nota come i Cuinis (da “cunado”, cognato in spagnolo): il CJNG è infatti diretto da Nemecio Osguera detto “El Mencho”, mentre il capo dei Cuinis è Abigael González Valencia, ossia il cognato di Osguera. Quest’ultimo sarebbe stato il vero cervello dell’organizzazione fino al suo arresto, nel 2015.


Le organizzazioni criminali messicane più conosciute sono il Cartello di Sinaloa, Los Zetas, il Cartello del Golfo, la Famiglia di Michoacán, il Cartello di Tijuana, quello di Juarez e quello dei Beltrán Leyva, cinque fratelli originari di Sinaloa che per un periodo sono stati alleati del “Chapo” Guzman, poi suoi nemici spietati, tanto spietati che ne hanno assassinato uno dei figli.
Ma nel suo nuovo libro En Manos del Narco il giornalista di Veracruz Ricardo Ravelo racconta che, al contrario dei narcisisti leader degli altri “cartelli”, González Valencia e Nemecio Osguera hanno mantenuto decenni un basso profilo, evitando di comparire sui media, di farsi celebrare negli innumerevoli narcocorridos (di seguito una selezione di canzoni), e soprattutto di esportare droga – marijuana, eroina e metanfetamina prodotte in Messico, cocaina colombiana e venezuelana – negli USA.

Per anni si sono invece concentrati sull’Europa – dove avrebbero degli alleati siciliani – e sull’Asia. Attraverso l’alleanza col trafficante messicano di origine cinese Yegong Zhenli, i Cuinis hanno ottenuto il monopolio del traffico di efedrina dalla Cina, assicurandosi il controllo della sostanza fondamentale per la produzione delle metanfetamine.
L’efedrina viene prodotta a costi bassissimi nella provincia cinese del Guangdong ed esportata a Hong Kong, da dove parte per il Messico. Punto di arrivo – secondo un’inchiesta della Procura Generale del Messico citata da Ravelo – sarebbe il porto di Lazaro Cardens, controllato da alcuni anni dai Cuinis, che lo hanno strappato dopo una sanguinosa guerra di strada al gruppo criminale noto come i Guerrieri Templari.
L’esistenza dei Cuinis è stata scoperta dagli investigatori solo dopo l’arresto del trafficante colombiano Gino Brunetti, nel 2001. Brunetti è stato uno dei primi colombiani a collaborare con i messicani per l’esportazione di cocaina e di metanfetamina prima in Europa e in Asia, e poi negli USA.

La “guerra alla droga”, che sicuramente è viziata da complicità ai massimi livelli, ha comunque condotto a qualche risultato. È vero che alcuni dei maggiori Cartelli – quello di Sinaloa, quello di Jalisco Nuova Generazione, gli Zetas e molti altri – sono ancora attivi e potenti. È anche vero che quasi tutti i 37 narcos indicati nel 2009 dal governo messicano come i più pericolosi nel 2009 sono stati arrestati o uccisi. Alcune organizzazioni, come quella dei cinque fratelli Beltran Leyva , sono state smantellate. Gli stessi Zetas, pur rimanendo un gruppo forte e spietato, composto in larga parte da ex-militari delle forze speciali messicane o centroamericane (come i temibili Kabiles, il corpo “scelto” che in Guatemala ha condotto un massacro di indios durato alcuni decenni), sono stati decimati.
Solo tre dei “grandi capi” – “El Mayo” Zambada, Eduardo Almanza Morales degli Zetas e Juan Pablo Ledesma del Cartello di Juarez – sono ancora a piede libero. La leggenda popolare sostiene che “El Mayo” si sarebbe fatto una plastica facciale e circolerebbe liberamente per il Paese.
Ma il cancro si è ormai diffuso in tutta la società messicana. Molti esperti tra cui Ioan Grillo, un giornalista britannico che ha lavorato a lungo in Messico, autore di numerosi libri tra cui il fondamentale El Narco, ha sottolineato che il denaro della droga viene ormai investito in tutti o quasi i settori dell’economia messicana: si possono involontariamente finanziare le imprese dei narcos facendo il pieno di benzina, comprando un biglietto degli autobus che fanno servizio interstatale o pagando il conto di un albergo nelle località turistiche. Le complicità nelle istituzioni sono estremamente diffuse a tutti i livelli, il problema sembra irrisolvibile. Nessuna attività frutta ricchezza come il traffico di droga e il mercato è sempre più esteso, prima di tutto negli USA, ma anche in Europa e in Asia. Inoltre, l’economia messicana è in crisi, e deve ora fronteggiare le sfuriate del presidente americano Donald Trump – “El Tromp”, come lo chiamano i messicani -, destinate a provocare difficoltà ulteriori.

La simpatia di una larga fetta della popolazione per i narcos si esprime, oltre che nei corridos, in una serie di soap-opera televisive come La Reina del Sur la cui protagonista Kate Del Castill – in una strepitosa sovrapposizione tra fiction e realtà – ha intervistato El Chapo insieme a Sean Penn pochi giorni prima che il narcotrafficante fosse arrestato per la terza volta. Il pop dei narcos è ovunque, in serie come Camelia La Texana, che ricostruisce la storia dei narcos nella provincia di Sinaloa, una specie di Sicilia messicana dove sono nati i culti della Santa Muerte (uno scheletro vestito come la Madonna della tradizione cristiana) e del Santo Jesus Malverde considerati i protettori dei narcos e del “popolo oppresso”.
In questi serial i narcos sono violenti e spietati, ma sono rappresentati anche come leader popolari che aiutano i deboli mentre politici, militari e poliziotti sono quasi sempre corrotti fino al midollo, privilegiati che approfittano delle loro posizioni per arricchirsi e che disprezzano i cittadini.

Così, mentre l’estetica dei narcos si impadronisce dell’immaginario dei messicani e i loro soldi hanno già conquistato l’intera economia, nessuno sembra avere il coraggio di usare l’arma della liberalizzazione totale di tutte le droghe. Una chimera, ma forse l’unica che potrebbe risultare efficace se fosse applicata simultaneamente su tutti i mercati maturi.

CREDITS
Testo di Beniamino Natale