«Il Libano è un paese che soffre ancora di traumi», dice Maya Yamout. «Un mio compagno di università, uno studente di fisica e matematica nato in una famiglia molto agiata di Beirut, iniziò a isolarsi da tutto e a rifiutare di incontrare me e gli altri amici. Alcuni mesi dopo apprendemmo che si era unito allo Stato Islamico in Siria. Ecco, il lavoro della nostra ONG consiste nel tentare di capire quali sono le diverse ragioni che possono condurre una persona al radicalismo»: Maya, insieme alla sorella Nancy con la quale ha fondato la ONG Rescue Me, è l’unica civile – a eccezione dei familiari dei detenuti – che può accedere al Blocco B del penitenziario Roumieh di Beirut, il settore dove sono rinchiusi gli affiliati all’ISIS e ad Al Qaeda.

Il loro lavoro è iniziato con una tesi universitaria presso la MUBS (Modern University for Business&Science) della capitale libanese, dove hanno ultimato un master di management per le istituzioni a fine sociale. Le loro ricerche sul campo erano concentrate sullo studio della prevenzione del crimine e sulla deradicalizzazione, con una particolare attenzione ai giovani. Oggi, dopo sette anni di attività e lunghissime conversazioni con oltre 70 detenuti, le sorelle Yamout possono tracciare un profilo abbastanza preciso dei jihadisti, che secondo Rescue Me si possono raggruppare in quattro categorie, identificate a seconda della prevalenza di questo o quel fattore capace di spingere un individuo ad abbracciare un’ideologia radicale.

Esistono gli psicopatici, spiegano Maya e Nancy, persone isolate e non inserite nel loro contesto sociale che dimostrano scarso rimorso o empatia con gli altri e un forte egocentrismo. Diversi sono i casi etnici e geopolitici, individui che si sono sentiti abusati nel contesto politico del loro paese, come ad esempio i sunniti iracheni dopo la caduta di Saddam Hussein. Esistono, ovviamente, anche i casi religiosi puri: persone mosse da un’ideologia estremistica che è arrivata al punto di travisare i fondamenti della religione islamica.
E infine ci sono i profili che le sorelle Yamout definiscono “di rappresaglia”: uomini e donne che si radicalizzano dopo aver perduto un parente in prigione o in combattimento; si tratta spesso di un padre o di un fratello maggiore, una figura primaria di riferimento il cui vuoto viene riempito dall’ideologia estremista.

I reclutatori di ISIS/Daesh e degli altri gruppi estremisti sono scaltri, raccontano le sorelle Yamout, sanno esattamente come approcciare persone che ricadono in uno di questi profili o in una combinazione di essi, e fanno leva su diversi approcci a seconda della persona che desiderano radicalizzare. Spesso la radicalizzazione è un’offerta di lavoro rivolta ai più disperati, ma ovviamente non è solo il denaro a spingere verso l’estremismo: ISIS e gli altri estremisti offrono soprattutto un’illusione di identità e appartenenza che – contrariamente a quanto si crede – non riguarda solo gli uomini. «Le donne ricoprono un ruolo molto importante nel diffondere l’ideologia, occupano un ruolo molto attivo nello Stato islamico, anche la propaganda corrente tende a minimizzarlo», spiega Nancy. Le due assistenti sociali sono giunte a questa conclusione dopo lunghe ore di conversazione con i detenuti maschi del carcere di Roumieh: «Non c’è solo il caso della brigata femminile nota come “Al Khansa”, dove le donne sono apprezzate per la loro abilità di cecchine e per il piazzamento di ordigni esplosivi improvvisati, i cosiddetti IED. Molte donne non vengono solo relegate al ruolo di “mogli” o “cuoche”, ma si occupano di logistica, nascondono i jihadisti e li aiutano a scappare. Un esempio è Juman Hmayed, che trasportava e nascondeva terroristi in Libano ed è stata successivamente rilasciata nel corso di uno scambio di prigionieri per liberare alcuni soldati libanesi rapiti da Al Nusra».

Conquistare la fiducia dei prigionieri accusati di radicalizzazione a Roumieh, farli aprire, convincerli a confidarsi con due donne giovani non è stato né facile né rapido. Le barriere religiose e culturali – tra cui, ovviamente, l’affidarsi a due donne – e il timore di rappresaglie da parte degli altri detenuti sono solo alcune delle difficoltà che le sorelle Mayout hanno dovuto superare. I jihadisti intervistati dalle due assistenti sociali nel corso degli anni hanno accettato di incontrarle di loro spontanea volontà perché, nonostante la diffidenza iniziale, a volte essere donna può essere un vantaggio: «Il punto è che ricordiamo loro le sorelle o le madri, la vita prima che abbracciassero un movimento estremista, è questo fattore può rappresentare uno degli “slipping points”, ossia uno dei momenti nei quali un jihadista decide di affidarsi a noi». Quando Nancy e Maya intervistano i detenuti portano sempre loro dolci o sapone, e mai sigarette come ci si potrebbe aspettare. «L’olfatto stimola la memoria in un modo molto potente – prosegue Nancy – e se le sigarette non fanno altro che ricordare gli interrogatori in prigione o il periodo in cui combattevano, dolci e sapone li riportano indietro al periodo precedente alla radicalizzazione». Secondo le due operatrici, circa la metà dei detenuti intervistati in questi sette anni si possono considerare deradicalizzati, nonostante le stesse prigioni siano note per importanti centri di reclutamento; ed è proprio questo fattore a conferire un importante valore strategico al lavoro di Maya e Nancy: Rescue Me è presente proprio in uno dei contesti nei quali esiste il più alto rischio di radicalizzazione e ritorce contro i reclutatori i loro stessi strumenti: l’empatia, la fiducia, il rispetto.

Ma spesso, quando il processo di deradicalizzazione si può considerare concluso, il problema principale da affrontare rimane il reinserimento nella società. Il jihadista pentito non è gradito, ritornare nella propria comunità e nella propria famiglia può essere estremamente complicato; più lungo è il periodo trascorso in prigione, più diventa difficile un potenziale rientro alla vita ordinaria. Nancy e Maya raccontano, ad esempio, di lunghe conversazioni con mogli di detenuti per convincerle a riaccettarli a casa, mentre alcuni casi di successo riguardano invece la fascia di età tra i 17 e i 19 anni, con la quale spesso Rescue Me si trova a lavorare in funzione di prevenzione. A volte, a quest’età, un corso di fotografia o un programma di istruzione incentrato sull’arte possono essere utili ad affrontare il problema della radicalizzazione e a discutere del perché il jihadismo può apparire seducente: «Dopo qualche sessione i ragazzi hanno cominciato a condividere i loro pensieri e poco a poco, tramite le nozioni di fotografia che stavano acquisendo, hanno realizzato dei reportage. Abbiamo notato che man mano che l’interesse per la fotografia cresceva, insieme alle loro competenze, i ragazzi non parlavano più di jihadismo».


“Per riuscire a combattere l’ideologia dietro la radicalizzazione è fondamentale focalizzare gli sforzi sull’educazione nelle scuole. Specie quelle in zone disagiate dove le opportunità per il futuro sono poche e il jihadismo ha più facilità a prendere piede” spiega Nancy. Riferendosi in particolare al destino dei giovani che hanno aderito allo Stato Islamico e che combattono ora a Mosul e Raqqa, il direttore del RUSI (Royal United Services Institute), Raffaello Pantucci, aggiunge che è importante non perdere d’occhio le conseguenze sul lungo periodo «dobbiamo pensare al ‘dopo Mosul’: sarà possibile un loro reinserimento nella società?».

CREDITS
Testo di Gaja Pellegrini-Bettoli