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La Profezia di Hong Kong

Le Triadi di Mong Kok

4 ottobre 2014, notte

Muso duro e fiocco azzurro all’occhiello, gruppi di uomini spingono contro le barricate degli attivisti, mentre duecento poliziotti osservano la scena a qualche passo di distanza. “Sono provocatori delle Triadi che fingono manifestazioni spontanee. Una tattica già vista nei giorni scorsi, ma stanotte si stanno facendo ancora più aggressivi”, dice Avery. Alle tre del mattino del sesto giorno di occupazioni, l’aria densa da stroncare il respiro dopo l’ultimo acquazzone, Mong Kok è diventato ormai il fronte più insidioso delle proteste di Hong Kong. Il quartiere vibra di tensione fin dal pomeriggio: lontano dalle arterie e dai grattacieli finanziari di Central e Admiralty, Mong Kok è un intrico di vie strette snodate intorno a un pugno di strade principali, infestato da migliaia di neon luminosi che corrono a perdita d’occhio offrendo negozi di abbigliamento ed elettronica a basso costo, gioiellerie dozzinali e ristoranti angusti, nightclub dove si contrattano massaggi cinesi, massaggi hongkonghesi, massaggi thai, massaggi filippini, massaggi russi. Qui, i tendoni del presidio costituito dagli attivisti per bloccare il traffico di Nathan Road sono minacciati da quegli stessi negozianti e lavoratori che il movimento puntava a coinvolgere nelle proteste per la conquista del suffragio universale. In mattinata hanno avviato manifestazioni segnate dal colore azzurro – in contrapposizione al giallo dello schieramento pro-democrazia-, e da ore si lavorano ai fianchi oltre duemila manifestanti rimasti nel perimetro del presidio. Si riversano a ondate regolari contro le transenne in un balletto estenuante, mentre i tafferugli nei vicoli esplodono e finiscono rapidi come le piogge di Hong Kong: gli studenti che lasciano il cuore dell’occupazione per una doccia o una pipì veloce vengono isolati e picchiati da bande di sconosciuti privi di segnali di riconoscimento, capaci di dileguarsi come fumo appena finito il pestaggio. I fiocchi azzurri non sanno cosa farsene del principio “una testa- un voto”. I fiocchi azzurri esigono il ritorno dell’ordine davanti ai loro negozi. I fiocchi azzurri pretendono la fine immediata di Occupy Central. Per i pro-democrazia, Nathan Road si è trasformata in una strada senza uscita.

Avery Ng, vicepresidente della Lega dei Socialdemocratici, ha scelto di manifestare a Mong Kok dal primo giorno, e dopo oltre dodici ore trascorse in strada a subire assalti è sicuro che le contromanifestazioni siano dirette dalle Triadi. Racconta che un’ora fa trecento attivisti si sono allontanati per proteggere uno di loro sul punto di essere fermato dai poliziotti, e proprio in quel momento si è materializzato un folto gruppo di fiocchi azzurri che li ha separati dal resto della piazza, iniziando a provocarli: “Abbiamo impiegato circa mezz’ora per ricondurre i trecento studenti qui in Nathan Road, che in questo momento è più sicura. Sospettiamo che la polizia voglia usare la scusa dei tafferugli per stroncare le proteste a Mong Kok e mettere a segno una raffica di arresti indiscriminati anche a Central e Admiralty”, mi dice. Il timore sottinteso: qualche attivista spaventato potrebbe abbandonare la resistenza passiva scelta da Occupy e reagire alle violenze, giustificando un intervento risolutivo.

Il tasso di decifrabilità della situazione si smorza di ora in ora con il crescere della stanchezza. Tra la folla esausta si spargono voci e racconti di episodi impossibili da verificare. Un anziano attivista si presenta come ex poliziotto e sostiene che il fronte democratico è pieno di agenti provocatori, ma la sua voce viene seppellita da un vicino che gli urla “Vergogna! Bugiardo!”: “Vedi? Anche quel tizio è un poliziotto”, mi dice. La paranoia che serpeggia tra i manifestanti sembra sostenuta dai precedenti: meno di 36 ore fa alcuni agenti sono stati sorpresi e fotografati ad Admiralty, mentre portavano dentro il palazzo del governo carichi di gas lacrimogeni e munizioni calibro 7,65 nascoste dentro casse di generi alimentari, violando l’accordo siglato con gli studenti il giorno prima. Nel pomeriggio a Mong Kok sono comparsi curiosi ragazzotti tutti aria da duro e tatuaggi, appollaiati sulle centraline elettriche e i tetti delle stazioni metro: cellulare in pugno e sguardo aguzzato sugli incroci tra Nathan Road e i vicoli intorno, discutevano rivolgendo a qualcuno dall’altro capo della linea cenni ampi, quasi aggraziati, come direttori d’orchestra. A pochi minuti dalla fine della telefonata, nuovi drappelli di fiocchi azzurri si sommavano a quelli premuti contro le barricate.

Mong Kok

Mong Kok

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Mong Kok

Mong Kok

Mong Kok

Mong Kok

Mong Kok

Nella partita in corso tra governo e attivisti per il controllo delle strade di Hong Kong stanno entrando in gioco altre entità. L’arrivo in campo delle Triadi rimescola le carte del mazzo in una mano truccata, confonde i fronti, rende impossibile raccontare la vicenda semplicemente come il confronto tra due schieramenti, le divise blu dei poliziotti da un lato e i nastri gialli di Occupy dall’altro. La società di Hong Kong non si può spiegare operando tagli chirurgici. L’identità di Hong Kong è profondamente segnata dall’ambivalenza. Quello che abbiamo qui è il risultato di un intreccio unico al mondo lungo 175 anni tra popolazione cantonese, amministrazione coloniale vittoriana, capitali finanziari britannici, associazioni cinesi occulte, missioni cristiane, religioni e superstizioni asiatiche, diverse ondate migratorie, dominazione giapponese, scontri più o meno segreti per il trionfo del comunismo in Asia, capitalismo finanziario globale.

L’ambivalenza pervade l’immaginario di Hong Kong: i film, i romanzi, i videogame degli autori locali sono popolati da poliziotti e mafiosi infiltrati, doppiogiochisti, personaggi che attraversano continui cambi di schieramento e crisi d’identità. L’ambivalenza dell’immaginario di Hong Kong si specchia in vicende reali. Mong Kok e i quartieri vicini producono storie dai contorni sfuggenti: tra il 2001 e il 2006 la stessa pistola uccide tre poliziotti e una guardia giurata. Il colpevole viene crivellato durante una sanguinosa sparatoria nel tunnel della metro a tre fermate da qui: si chiama Tsui Po-Ko, un talentuoso ispettore di polizia, tiratore scelto, che arrotondava lo stipendio con le rapine in banca per pagare prostitute e debiti di gioco. Ancora oggi in molti mormorano che i suoi superiori lo avessero infiltrato tra le Triadi, ignorando di esporre una psiche instabile al fascino del sottobosco malavitoso.

Le Triadi possiedono Mong Kok e Mong Kok viene plasmata dalle Triadi. Appena sotto la superficie delle vetrine dei negozi, nei nightclub e dietro i neon dei bar si agitano forze antiche come la Sun Yee On, la Wo Shing Wo e la micidiale 14K, società segrete forgiate contro la dominazione coloniale o derivate dalle complessità della politica cinese, che oggi controllano sterminati imperi criminali. Le Triadi conoscono l’ambivalenza e la praticano: questi stessi vicoli sono stati il teatro degli scontri del 1956, quando uomini delle gang armati di machete davano la caccia ai simpatizzanti del Partito Comunista Cinese: in tre giorni di guerriglia urbana morirono 59 persone. Per mantenere l’ordine oggi si schierano a fianco di Pechino, il nemico giurato che combattevano cinquant’anni fa. L’ambivalenza filtra nelle credenze: per proteggere le barricate gli studenti hanno eretto un altare a Guan Yu, un generale cinese del Secondo Secolo divinizzato dopo la morte, che incarna il coraggio, la fratellanza e la vittoria in battaglia. “Nessuno tocca Guan Yu”, mi dice uno dei manifestanti, e la ragione è evidente: ogni stazione di polizia di Hong Kong custodisce una statua del generale, la stessa identica statua che protegge i giuramenti segreti degli uomini delle Triadi. E l’ambivalenza si manifesta nella politica: la Lega dei Socialdemocratici, il partito di Avery Ng, è guidato dal leggendario Leung “Long Hair” Kwok-hung, un personaggio che alle sedute del Consiglio Legislativo si presenta indossando la maglietta del Che e in aula combatte per l’introduzione di misure come salario minimo garantito, contrattazione collettiva e tassazione sulle rendite finanziarie. Ma la Lega dei Socialdemocratici è anche in prima fila nella lotta per il suffragio universale, e di conseguenza incarna uno dei peggiori nemici del Partito Comunista Cinese in città. Hong Kong non soffre di personalità multipla, ma la sua complessità fa saltare i parametri di giudizio.

“Sono tornati”, dice Avery. L’orologio segna le ore piccole, molti manifestanti si sono addormentati e ci troviamo in mezzo al presidio, quando la folla più vicina alle transenne si mette a rumoreggiare. Mi muovo verso il confine della zona occupata e invece del solito gruppo di fiocchi azzurri trovo uno schieramento di auto parcheggiate di fronte alle barricate. I dieci- quindici tizi sbucati fuori dalle vetture sembrano lì apposta per fare a pezzi l’immagine romantica del gangster hongkonghese, oltre che le transenne: niente gessato o giacca bianca, indossano canottiere lise e collane di giada al collo, sguainano sguardi minacciosi verso i manifestanti e parole a mezza bocca che non capisco. Al centro c’è un uomo sulla trentina, capelli lunghi tirati all’indietro e occhiali scuri schermati alle quattro del mattino passate. “Quello è un boss” sussurra qualcuno vicino a me, e cerco di scattargli una foto senza dare nell’occhio. Qualche manifestante supera le transenne per fronteggiarli. I due gruppi parlottano un po’, qualcuno alza la voce, i gangster non si guardano indietro ma sono consapevoli della quarantina di poliziotti alle loro spalle. Dopo cinque minuti salgono a bordo delle auto e si allontanano tra gli applausi della gente. Prima dell’alba il portavoce della polizia di Hong Kong Hui Chun-tak convoca una conferenza stampa per rispondere alle critiche sulla gestione della piazza. Negli scontri di oggi sono rimasti feriti in 18 tra poliziotti e manifestanti, ma il bilancio effettivo è parecchio superiore perché molti studenti non si sono fatti medicare in ospedale. La polizia ha arrestato 19 persone, 8 delle quali hanno numerosi precedenti per reati legati alle Triadi. Tra cinquantatré giorni esatti Guan Yu – o qualche altro dio – distoglierà lo sguardo da Mong Kok, e la polizia sgombrerà il presidio. Ma per adesso le barricate restano in piedi una notte ancora.

 

I gattopardi di Central

Se a Mong Kok si svelano le viscere della città, Central e Admiralty sono il cuore e il cervello, ed è qui che gli studenti hanno deciso di colpire nel pomeriggio del 28 settembre. Questi grattacieli costituiscono il terzo hub finanziario del mondo dopo Londra e New York: ogni giorno, 24 ore su 24, i palazzi di Bank of China, HSBC, Citibank, Standard Chartered e cento altre istituzioni trattano le venalità d’Oriente e d’Occidente, pompano e ricevono liquidità eterea da e verso i quattro punti cardinali del pianeta, la moltiplicano o la abbattono, la convertono in tutte le valute del globo. Poco distante sorgono il Legislative Council, il parlamento della città, e la Hong Kong City Hall, il palazzo del governo, dove il Capo dell’Esecutivo C.Y. Leung si è asserragliato con i suoi funzionari per gestire una crisi ormai definitivamente sfuggita di mano. A qualche metro, in un vasto edificio dall’aria minacciosa circondato da mura alte e filo spinato, si annida un potere che vigila silenzioso su tutta la situazione: un’intera guarnigione militare cinese dislocata in città dal 1997, anno in cui la Corona britannica ha restituito Hong Kong alla Cina. 6mila soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione pronti a intervenire a un ordine di Pechino, concretizzando il peggiore degli scenari possibili.

Ecco la scacchiera, e nelle prime ore del pomeriggio del 2 ottobre siamo ormai al muro contro muro. La Hong Kong City Hall e il Legislative Council sono circondati dai manifestanti e protetti da vasti cordoni di poliziotti, nei momenti di picco massimo si contano per strada oltre 100mila persone. Admiralty si è trasformata in un carnevale lungo quattro chilometri disseminato di tendoni, assemblee, angoli per l’esercizio del diritto di parola, postazioni pronto soccorso, striscioni satirici con C.Y.Leung in versione diavolo, dittatore nordcoreano e affarista corrotto. La folla si carica urlando “Leung dimettiti!”, cantano a squarciagola “Do you hear the people sing?” dal musical “Les Misérables”, che insieme ai pezzi della band canto-pop “Beyond” è diventato l’inno di Occupy Central. La situazione che tra 24 ore precipiterà a Mong Kok con l’arrivo dei fiocchi azzurri e delle Triadi è il risultato della spaccatura che si sta consumando definitivamente sotto un tendone improvvisato eretto a fianco del Consiglio Legislativo: intorno alle 15 prendono la parola Lester Shum, vicepresidente della Hong Kong Federation of Students, e Agnes Chow, portavoce del gruppo Scholarism. Spiegano brevemente la situazione, poi Agnes fissa l’ultimatum: se il Chief Executive C.Y. Leung non si dimetterà entro la mezzanotte di oggi, il movimento condurrà altre azioni di protesta, inclusa l’occupazione di edifici governativi. Due diciassettenni hanno appena sfidato il capo del governo a nome di qualche centinaio di migliaio di persone. Gli ultimi tre giorni non rappresentavano solo una prova di forza, gli occupanti non intendono ritirarsi.

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Prova
Agnes Chow

L'annuncio di ultimatum al governo

La notizia rimbalza in una frazione di secondo attraverso telecamere e social network, e da qui in poi gli eventi subiscono un’accelerazione ancora più brusca. Le adesioni alle proteste aumentano, la frattura si allarga, contagia nuove fasce della società. Dietro la facciata muta del palazzo del governo si intuiscono nervi tesi, piani d’emergenza, telefonate febbrili sull’asse Hong Kong- Pechino. In questo preciso momento banche e consolati stranieri stanno diramando note riservate sull’incremento del rischio-Paese, i mercati chiudono ancora in rosso, i pundit della finanza minacciano di abbandonare i grattacieli di Central per piazze più stabili, come Singapore. La strada, da sola, non è più sufficiente per decifrare lo scenario.

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Prova
Joshua Wong e Alex Chow

Leader degli studenti

Lascio Admiralty velocemente, percorro quasi due chilometri a rotta di collo e all’altezza di Pedder Street mi imbatto nei preparativi per il corteo della comunità indiana: “Noi, indiani di Hong Kong, dobbiamo molto a questa città e manifesteremo mano nella mano con i nostri fratelli per sostenere il cammino verso la democrazia”, si legge nel messaggio che stanno diffondendo via Facebook. Vicino al Foreign Correspondent’s Club dieci operai cinesi a torso nudo si concedono una pausa sigaretta. Per loro le proteste sono solo una seccatura: se il lavoro frena, rallenta anche il flusso di dollari hongkonghesi da spedire alle famiglie oltreconfine. Domani alcuni di loro potrebbero indossare un fiocco azzurro.

Mong Kok

Admiralty

Admiralty

Mong Kok

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A un tavolo del club mi aspetta un avvocato inglese. Lo chiameremo Peter: sulla cinquantina, doppio passaporto britannico e di Hong Kong, sfoggia un fiocco giallo all’occhiello. È uno dei legali che hanno organizzato alcuni picchetti davanti al Legislative Council e il servizio di patrocinio gratuito per gli arrestati. Secondo Peter, C.Y. Leung è un morto che cammina. “Però il colpo di grazia non gli è stato inflitto dall’ultimatum degli studenti”, aggiunge. “Le voci che circolano tra l’establishment dicono che è politicamente spacciato. Le proteste montavano da mesi, ma Leung ha lasciato che gli esplodessero in mano, perdendo il consenso di Pechino e delle famiglie più importanti di Hong Kong. Non può dimettersi stanotte, perché dimostrerebbe che basta qualche migliaio di persone in piazza per mettere paura al governo locale e alla Cina, ma credo che rimarrà in piedi ancora qualche mese e poi si metterà da parte adducendo scuse sul suo stato di salute, come fanno i funzionari del Partito Comunista Cinese. Ormai il suo potere di decisione è prossimo allo zero”, dice Peter. Peter rappresenta un’altra faccia della battaglia per Hong Kong, quella che si combatte lontano dalle strade, tra i corridoi felpati dei tribunali e dei palazzi governativi, nelle istituzioni finanziarie e nei club di tradizione britannica riservati alle élites, nelle ville delle aristocrazie locali. Le sue parole disseppelliscono una mappa occulta di Hong Kong ,tutta da sovrapporre alla mappa di ogni giorno: da Central ad Admiralty, da Causeaway Bay a Kowloon, fino ai New Territories e al confine con la Cina, sotto il groviglio di strade dai nomi vittoriani e cantonesi scorre un fitto reticolo di relazioni sommerse, poteri sovrapposti, punti di conflitto, convergenze inaspettate. L’oligarchia di Hong Kong è costituita da un pugno di famiglie globalizzate con interessi in tutto il mondo e patrimoni immensi. Si calcola che quasi ogni dollaro guadagnato dall’hongkonghese medio finisca inevitabilmente nelle tasche di uno di questi antichi clan, senza contare gli introiti derivanti dalle attività all’estero. Uomini come l’86enne magnate delle telecomunicazioni Li Ka-shing, l’85enne signore delle gioiellerie e dei trasporti Chen Yu-tung o i fratelli Kwok hanno generato complesse dinastie che si ramificano in ogni aspetto della vita politica, economica e universitaria della metropoli. Se proprio un rampollo si dimostra del tutto incapace sul fronte del business, c’è sempre lo spettacolo: lo star-system hongkonghese domina l’Estremo Oriente, e nessuno negherà un contratto per dischi di canto-pop, commedie romantiche o film di arti marziali a un giovane dell’élite. Al pari di tutte le aristocrazie, queste famiglie si imparentano tra loro e a volte producono storie dai risvolti tenebrosi. C’è il sequestro mai completamente chiarito del rampollo di una delle casate più importanti, il cui colpevole è stato condotto in Cina e condannato a morte su espressa richiesta della famiglia per seppellire una volta per tutte i motivi del rapimento. La misteriosa madre dei tre figli in provetta eredi del patrimonio del miliardario Lee Shau-kee, forse un’attrice famosa scelta con criteri da ingegneria genetica, pagata una fortuna per rinunciare a ogni diritto sui bambini e mantenere il silenzio sui gusti sessuali del donatore. I rapporti ambigui che alcuni dei magnati hanno intrattenuto con l’invasore giapponese negli anni ’40. Storie buone per l’ultimo drink di mezzanotte in un bar di Lan Kwai Fong, ma alludono a una certa anima della città. Le oligarchie esercitano tutta la loro influenza sull’attuale sistema elettorale, eredità della Corona britannica: al momento il Chief Executive viene eletto da un ristretto gruppo di 1200 persone, espressione di ordini professionali o associazioni di lavoratori di settore, e quindi legate a doppio filo ai tycoon, che negli ultimi 25 anni si sono anche popolate di uomini del Partito Comunista Cinese. “Con l’eccezione del miliardario Jimmy Lai e delle timide dichiarazioni di qualche esemplare di quarta generazione, queste famiglie appoggiano Pechino proprio come prima del 1997 appoggiavano Londra. Il sistema messo a punto dalla Cina è un suffragio universale fasullo che impone agli hongkonghesi di scegliere tra tre candidati voluti dal Partito. Lo status quo è salvo”, spiega Peter. Perché un avvocato conosciuto sceglie di schierarsi con il movimento democratico? “Perché sono hongkonghese”, risponde Peter. “Per il governo cinese Hong Kong è un corpo estraneo, e da un certo punto di vista i funzionari hanno perfettamente ragione”. I partiti, le organizzazioni e i gruppi di Occupy Central non nascono dal nulla, dice Peter, ma sono la conseguenza diretta di una società che, con tutti i suoi difetti, è davvero pluralista. Riuscire a omologarla rappresenta un interesse convergente tra le antiche aristocrazie locali e la Cina in ascesa. Peter manifesta pessimismo sul futuro di Occupy Central, prevede l’arrivo delle Triadi. I fatti gli daranno ragione. Alle 23:30, mezz’ora prima della scadenza dell’ultimatum, C.Y. Leung annuncia che non si dimetterà e passa la palla alla sua vice Carrie Lam, incaricata di incontrare i manifestanti. Molti analisti leggono la mossa come un passaggio di consegne al nuovo leader scelto da Pechino.

I negoziati tra Carrie Lam e gli studenti si concluderanno in uno stallo. Le occupazioni andranno avanti per settimane. Nella notte tra il 30 novembre e l’1 dicembre si assisterà a nuovi, violenti scontri tra polizia e manifestanti. Mercoledì 3 dicembre i tre padri nobili di Occupy Central, Benny Tai, Chan Kin-man e Chu Yiu-ming si consegneranno alla polizia in segno di disobbedienza civile, mentre i leader degli studenti come Joshua Wong annunceranno scioperi della fame per tenere in vita le proteste. L’undici dicembre, a settantacinque giorni esatti dall’inizio delle occupazioni, la polizia sgombrerà anche Central e Admiralty. I manifestanti si faranno arrestare spontaneamente in segno di disobbedienza civile. Promettono di tornare. Dicono che Occupy Central è pronta per diventare qualcos’altro. Intanto la frattura provocata dal movimento cresce, si moltiplica, le crepe corrono lungo assi continentali, arrivano a Westminster e a Whitehall, a Washington e a Wall Street, dove in questi mesi funzionari governativi ed establishment economico si interrogano sulla posizione da mantenere: meglio una Hong Kong sempre più pluralista o una Hong Kong ancora più addomesticata alla potenza di Pechino? Forse Hong Kong è diventata un laboratorio. Può darsi che in Occidente, dopo le proteste, qualcuno stia guardando alla città come a un modello ancora più affascinante: una perfetta saldatura tra libertà economica senza confini – capace di moltiplicare all’infinito le rendite finanziarie – e sistema di governo cripto-autoritario, dove il suffragio universale si rivela solo un gioco delle tre carte. Hong Kong come profezia. Al tramonto i grattacieli di Central e Admiralty si accendono di migliaia di luci, i riflessi incendiano le acque di Victoria Harbour di una bellezza struggente. È un’ora di grazia. L’unico momento del giorno in cui Hong Kong sembra pacificata.

CREDITS
Testo, Foto e Video: Antonio Talia
Foto header: Alessandro Digaetano