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Fabio Savi, uno dei killer della Uno Bianca, ha imparato a sparare da bambino. Da adulto, ha ucciso insieme ai suoi fratelli 24 persone. Non ha mai chiesto scusa alle sue vittime e chiede di non essere costretto a ricordarle. In compenso è diventato un paladino dei detenuti. Proprio come Carmelo Musumeci, il boss che scatenò la prima faida di mafia del Nord, e che oggi si batte per misure di recupero e reinserimento più giuste. C’è anche chi in cella ha abbracciato la filosofia, come due ex Bestie di Satana: Nicola Sapone cita Proudhon e Beccaria, e non crede a una divisione così netta tra buoni e cattivi; Andrea Volpe ha la media del 27 e dice di avere trovato conforto nei libri e in Cristo. Persino Giovanni Erra, l’orco che decretò la morte della piccola Desirée Piovanelli, racconta di essere diventato più buono dietro le sbarre e si sforza di comunicarlo attraverso lettere ricche di fiori e disegnini.
Fabio, Carmelo, Nicola, Andrea e Giovanni.
Per anni sono stata una loro amica di penna, come si diceva un tempo. Per anni ho cercato di leggere fra le righe delle loro risposte ironiche, supponenti, inquietanti, a tratti violente e a tratti troppo concilianti. Per anni ho provato a scrutare a fondo la loro anima, per capire cosa nascondesse davvero.
Ho analizzato le loro storie e le ho raccolte in un ebook, ma non mi sentivo ancora completamente a mio agio. Avevo bisogno di nuovi riscontri. Di certezze. Di addentrarmi in quel terreno dove la narrazione cede il passo a una scienza, se non esatta, almeno dotata di fondamenta solide e concrete. E vista la mole e la natura del materiale di cui disponevo ho deciso che sarebbe stata la grafologia ad aiutarmi.


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Forse non tutti sanno che in Italia ha vissuto uno dei primi e più importanti grafologi della storia, Girolamo Moretti. Nel silenzio e nella quiete del monastero di Mondolfo, nelle Marche, questo frate francescano, con l’aiuto dei suoi confratelli, esaminò a partire dall’inizio del Novecento oltre 250mila documenti scritti a mano, certo di poter dedurre dalla grafia il temperamento, le attitudini e persino l’aspetto fisico di chi scriveva. Il suo approccio è ancora oggi ritenuto uno dei più validi, e anche se non tutti riconoscono una valenza scientifica alla disciplina, è innegabile che la grafia sia una delle manifestazioni più intime e uniche di un uomo, e che i profiler criminali figurino tra i suoi osservatori più attenti. «Perché allo psicologo si può mentire, mentre la scrittura arriva direttamente dal cervello: rivela quello che siamo, che proviamo e che vogliamo, e a volte persino i traumi del passato e le malattie del presente», sottolinea Sara Cordella, grafologa e perito del tribunale di Mestre. È a lei che mi sono rivolta per interpretare le lettere dei «miei» assassini. Qui potrete leggere le sue conclusioni, e scegliere se credere o no alla sua interpretazione.


La grafologa Sara Cordella
La grafologa Sara Cordella


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La scrittura di Fabio Savi è chiara, ben leggibile e ordinata: è la grafia di un individuo razionale e anaffettivo, ma anche violento. Siamo di fronte a un uomo che non sa cosa sia la commozione e non conosce l’empatia con il prossimo. Viene logico pensarlo, di uno che ha terrorizzato e insanguinato per anni il centro Italia con le sue scorribande armate: ma quello che Sara analizza è un Fabio qualsiasi, non il killer della Uno Bianca. Perché l’analisi della grafologa, in questo caso come in quelli che seguono, si è concentrata solo sulle lettere, o su porzioni di esse. Senza sapere prima da chi provenissero per non pregiudicarne la lettura.

«Questa grafia», sostiene Sara, «è caratterizzata da segni specifici, tutti in alto grado: le lettere, soprattutto le f, p, g, t, sono molto grandi, voluminose. I loro assi pendono sempre verso destra, in maniera metodicamente parallela: provate a guardare la parola “purtroppo”, nell’ultima riga. Le assi delle p sono, appunto, perfettamente parallele; le aste verticali sono tracciate in modo netto e discendente e quelle orizzontali appaiono lunghe e importanti. Tutto questo parla di una personalità complessa, anaffettiva e razionale. Se da un lato, infatti, la grafia pendente a destra sarebbe tipica di chi ricerca l’altro, la compresenza degli altri segni (in particolare il fatto che gli assi non si tocchino mai) indica che, per Savi, l’altro è un semplice oggetto da usare e gettare via. Manca del tutto lo spirito di empatia, la capacità di entrare in relazione con il prossimo. Savi è un uomo dominato da un rigido controllo, legato alla forma e alla formalità, attaccato alle proprie idee con la stessa nettezza con cui solca la pagina a penna. Gli assi netti e marcati stanno a indicare anche la tendenza ad imporsi e l’ambizione a comandare. Per un soggetto che non sa entrare in relazione con il suo prossimo, il comando diventa inevitabilmente sottomissione. Insomma, Savi tende a dominare gli altri. Le persone con questo tipo di grafia amano i complimenti, le onorificenze e ostentano sicurezza in ogni azione. Pretendono devozione e fedeltà, ma non per affetto, per il semplice piacere del dominio. Manca totalmente, nella grafia di Savi, qualsiasi tipo di relazione paritaria, qualsiasi forma di emozione e commozione. E queste, purtroppo, sono caratteristiche che non subiscono variazioni nel tempo: l’affettività, l’empatia, la capacità di emozionarsi, di provare dolore ma anche piacere, sono sentimenti “costituzionali” che nascono con noi e muoiono con noi». Sentimenti che, evidentemente, non appartengono a tutti.


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Esistono personalità che non si sviluppano mai, che cristallizzano il loro percorso di crescita all’adolescenza. Persone che, addirittura, si fermano prima. È il caso di Giovanni Erra, uno degli assassini del delitto di Leno, in provincia di Brescia. Da un uomo ci si aspetterebbero maturità, spirito di protezione, forza fisica ed equilibrio: ma quei tratti mancavano del tutto nella persona che, secondo le sentenze penali passate in giudicato, ambiva ad essere accettata e riconosciuta come leader da un gruppo di adolescenti di provincia. E quei tratti, secondo la grafologa, sono assenti anche nella sua grafia.

«Osservando con distacco le lettere di Giovanni Erra, perché questo dovrebbe essere sempre il primo approccio per effettuare un’analisi in profondità, si notano delle zone di bianco che attraversano il foglio in verticale», spiega Sara. «Sono quelli che la grafologia francese definisce “camini”: rappresentano spazi di vuoto emotivo e valoriale, zone di non detto, tratti di isolamento totale. Nazareno Palaferri, uno dei massimi esperti italiani di grafologia, sostiene che se questi spazi bianchi sono troppo marcati indicano uno stato di dipendenza, o per meglio dire un vissuto che ha costretto troppo spesso il suo autore a pensare e ad attendere. Non è un uomo d’azione, quindi, Erra: è un uomo solo, e per giunta terrorizzato dalla solitudine. Un uomo che entra in continua contraddizione con se stesso e con gli altri. Un uomo che ha difficoltà a portare a termine le cose perché vive con il continuo senso di difficoltà e di incapacità. Diventa, allora, naturale per lui, “mimetizzarsi” nel branco, ma non un branco di suoi simili. Un branco nel quale lui possa sentirsi superiore e dominante e che possa tenere in alta considerazione qualsiasi sua parola e iniziativa, cosa che mai farebbero persone della sua stessa età». Il profilo tracciato dalla grafologa è inquietante, perché corrisponde praticamente alla lettera con quello messo nero su bianco dai giudici bresciani. «Un’altra caratteristica ci riporta, nella calligrafia di Giovanni Erra, a un personalità immatura, pietrificata nella sua preadolescenza: è l’abuso della punteggiatura», continua Sara. «Più punti di domanda e punti esclamativi di seguito sono indici di un tratto istrionico che disturba la personalità interferendo sullo sviluppo emotivo-affettivo». Completano il quadro gli ovali aperti. «È questo un segno, come poi vedremo anche per Nicola Sapone, di chi tende a cedere ai propri impulsi, rischiando di perdere l’autocontrollo, di essere costantemente una persona inaffidabile». Insomma, Erra è rimasto un bambino che ha voluto fare l’adulto in mezzo ai ragazzini, senza comprendere che il gioco era pericoloso. E che Desirée non era un giocattolo.


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Le loro storie personali sono diverse, diverso è il modo in cui hanno affrontato il processo, diverso è stato l’approccio che hanno avuto con me nelle loro lettere. Ma dal punto di vista caratteriale Nicola Sapone e Andrea Volpe, due dei leader delle Bestie di Satana, hanno molto in comune, almeno secondo il parere della grafologa. Sono aggressivi, impulsivi, relativamente chiusi rispetto al mondo (soprattutto Sapone) ma capaci di attivare processi di leadership (soprattutto Volpe). Anche in questo caso, l’analisi della loro scrittura consente di ricostruire in maniera quasi analoga le dinamiche del gruppo.

«La scrittura di Nicola Sapone si presenta poco regolare e disordinata», sottolinea la grafologa. «Le singole lettere sono a volte composte in maniera frammentata, per esempio la lettera n, e gli ovali non sono chiusi. Queste caratteristiche indicano una tendenza alla suscettibilità eccessiva e a una mancanza di duttilità che finisce per limitare la capacità di adattamento. Le persone con questa grafia vivono come se percepissero una costante sensazione di isolamento. L’apertura degli ovali è, invece, espressione di irrequietezza in tutti gli aspetti della persona fino all’esaltazione emotiva». Sapone, dunque, è un individuo oscuro e tormentato, anche se non vuole darlo a vedere? La sua firma, spigolosa, troppo distanziata tra nome e cognome e poco leggibile sembra confermarlo: «La lettera angolosa indica difficoltà di adattamento. Gli altri, invece, sono sintomi di egocentrismo, che rimandano anche a un’esigenza di controllare e dominare l’ambiente, portando il soggetto a preferire il gruppo isolato piuttosto che la società, di cui in realtà ha paura». Diagnosi ancora una volta azzeccata.

Anche la grafia di Andrea Volpe è quasi illeggibile. «In realtà» ribatte Sara «è la compresenza di alcuni segni grafologici a rendere di difficile comprensione la sua scrittura: una forte pendenza verso destra, molto spazio tra lettera e lettera, stacchi di penna all’interno delle parole e a volte anche delle singole lettere, gli ovali delle lettere mai chiusi del tutto. C’è, in chi affianca queste caratteristiche, una chiara difficoltà a distinguere gli spazi dell’uno e dell’altro, a confondere i piani, ma anche una continua ricerca dell’altro, del gruppo per, in qualche modo, colmare e celare la tendenza a non avere rimorsi di coscienza e la difficoltà a ponderare prima di agire o anche solo di parlare. Gli stacchi indicano una chiara tendenza all’egocentrismo che si rafforza e si alimenta in presenza dell’altro, del quale ha bisogno ma al quale mai, comunque, si adatta».
Tutti i membri delle Bestie di Satana concordano sul fatto che, dopo l’arrivo di Volpe, si inizino a progettare gli omicidi. Questo, dal punto di vista grafologico, è pienamente sostenibile e condivisibile. Ma facendo una puntualizzazione. «La grafia di Volpe non è la grafia di un leader a 360 gradi», conclude Sara. «Non è il personaggio che, appena arrivato, impone il suo carisma e le sue idee. E’ la grafia di chi, in realtà, può depauperare il gruppo, togliendogli l’inibizione del rimorso. Di chi può far credere che tutto sia lecito e fattibile. Soprattutto insieme, quando non si discriminano le singole responsabilità e i singoli atti». La logica del branco, di nuovo, prepotente, come con Giovanni Erra.


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La scrittura di Carmelo Musumeci, pur disponendo di poco materiale, solo la sua firma e l’intestazione delle buste, ha una caratteristica che, già da sola, ne delinea perfettamente il carattere: la grafia, infatti, procede in linea perfettamente orizzontale, quasi dando la parvenza di essere scritta con un righello sottostante.

«Dal punto di vista grafologico questo è indice di fermezza e di grande forza di carattere», nota Sara. «La forza di volontà ha un movimento orizzontale perché, come se si brandisse una lancia, in linea orizzontale si riescono a respingere gli ostacoli. Chi scrive è, o ambisce a essere in un breve lasso di tempo, una persona in grado di affrontare ogni confronto, ma non testarda. Nella sua espressione più importante, la fermezza può travalicare nell’imposizione del proprio punto di vista. Le persone con questo tipo di grafia possono arrivare a spezzarsi, ma mai a piegarsi, trovano impossibile lasciar correre, ma che restano ragionevoli di fronte ad argomenti logici. La fanno da padrone, soprattutto nella firma, orgoglio e ambizione che, a tratti, possono pure essere colti come saccenteria, ma non lo sono». Una persona solida, Carmelo Musumeci, che ha saputo non mollare neppure in un luogo dove la speranza muore.

CREDITS
Testo e foto di Chiara Prazzoli