Il genocidio culturale del patrimonio librario di Napoli e le sue stazioni dell’assurdo meriterebbero una nuova linea della metropolitana. Non fosse che la «Città dei Libri Perduti», avendo come peggior nemico più che bibliofili senza scrupoli da romanzo (ma non mancano nemmeno quelli), i tempi smisurati della Pubblica amministrazione, si rischierebbe, per realizzare l’opera, di sommare ulteriore attesa all’immobilismo quasi strutturale, in materia, della città.
Tratto distintivo al pari del vulcano, la palude dell’inerzia intralcia intrappola cristallizza l’iniziativa, eppure il tempo – come canta Paolo Conte – passa anche sotto ai sofà. L’avvocato astigiano, cantautore per vocazione, letterato honoris causa, richiama alla mente un’altra figura di avvocato, filosofo – sempre honoris causa – il quale ha ingaggiato con il tempo una sfida che più che gnoseologica è epica.

L’avvocato Gerardo Marotta ha fondato l’Istituto per gli studi filosofici di Napoli nel 1975. In Viale Calascione, nel suo studio sulla collina di Pizzofalcone, ebbe allora inizio un’avventura splendida e amara, sulla scia del «Gruppo Gramsci», l’intellighenzia descritta in un capitolo di «Mistero napoletano» di Ermanno Rea, che, fedele alla lezione del pensatore sardo, nel secondo dopoguerra elesse a caposaldo per l’attuazione dell’unità italiana e della giustizia sociale la risoluzione della «Questione meridionale».

La formazione, guidata da Guido Piegari, includeva tra i suoi più stretti collaboratori l’allora direttore dell’associazione «Cultura Nuova» Gerardo Marotta. Fu a lui che indirizzò il canto del cigno per un’Europa culturalmente in declino Elena Croce, figlia del celebre filosofo, assieme al presidente dell’Accademia dei Lincei, Enrico Cerulli, incoraggiandolo a trasformare l’amore per la filosofia in uno spazio fruibile al pubblico, attraverso la fondazione di un istituto da lui finanziato. Sostenitore, con Genovesi e con gli Illuministi, del concetto di pubblica felicità, l’avvocato accolse l’appello accorato e ciò che seguì fu impresa mirabilissima e tutt’altro che donchisciottesca.

Guidate da un filosofo dell’azione, a braccetto con Vico e Hegel e sulla scorta della riforma scolastica De Gasperi e del viaggio etnografico intrapreso negli anni venti in Calabria da Umberto Zanotti Bianco, le iniziative dell’Istituto per gli studi filosofici hanno portato, tra l’altro, a 400 scuole estive nel Mezzogiorno: un viaggio all’inferno, «tra la perduta gente», per estinguere ai lumi della cultura l’oscurantismo radicato in secoli di abbandono. Da Viale Calascione al palazzo settecentesco Serra di Cassano in via Monte di Dio, in 41 anni di attività le sue iniziative hanno coinvolto il gotha del pensiero mondiale: Jacques Derrida, Hans Georg Gadamer e Karl Popper per citare qualche grande nome. Ma anche sociologi, medici e matematici vi hanno tenuto i loro seminari; migliaia di giovani ricercatori hanno potuto beneficiare delle borse di studio assegnate loro dall’Istituto; alle lezioni e convegni tenuti in tutto il mondo hanno preso parte vari premi Nobel, da Rita Levi Montalcini a Carlo Rubbia.

Benché nel 1993 l’Unesco riconobbe ufficialmente l’importanza dell’Istituto «nel fare della sua città una vera capitale culturale», e a dispetto del riconoscimento da parte della Sovrintendenza ai beni librari della Regione Campania – ottenuto nel 2008 – del valore della Biblioteca (che oggi conta circa trecentomila opere) i costi della missione laica di Gerardo Marotta, che affratella Napoli a Parigi, «La Sorbona» a Via Monte di Dio, dal 2009 sono diventati insostenibili. Il colpo di grazia lo inferse l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti, che stabilì che «con la cultura non si mangia» e tagliò senza pietà le sovvenzioni di stato che erano state assegnate dal presidente del consiglio Carlo Azeglio Ciampi nel 1993 attraverso i fondi dell’8 per mille.

A nulla è valso vendere le proprietà di famiglia, dissipando un cospicuo patrimonio: i volumi, frutto delle appassionate ricerche dell’avvocato Marotta, a causa dell’affitto troppo alto sono finiti inscatolati e ripartiti tra i sotterranei dell’Istituto, un capannone industriale di Casoria, l’ex manicomio Leonardo Bianchi e l’Istituto professionale per ciechi Colosimo. La Regione Campania già nel 2001 individuò come nuova sede della biblioteca i locali dell’ex Coni in Piazza Santa Maria degli Angeli, a pochi passi dalla sede dell’Istituto. La Procura ha aperto un fascicolo per il reato di «danneggiamento al patrimonio archeologico, storico o artistico» per far luce sulle eventuali responsabilità a monte di una impasse lunga 15 anni, che ha fatto dire recentemente all’assessore Nino Daniele che «l’avvocato Gerardo Marotta è un perseguitato politico dell’indifferenza». L’indagine è contro ignoti, ma la vergogna per quel che sta subendo Marotta dovrebbe essere sul volto di tutti.

E se inchiesta c’è da fare è anche quella che riguarda la perdita della memoria storica, l’oblio nel quale è caduta quella generazione di intellettuali, giacobini e illuministi, a capo della repubblica di Napoli che seguì alla rivoluzione del 1799, e che finì per mano borbonica nel sangue di uno sterminio ignominioso dopo 144 giorni di utopia. La storia di Napoli, del come sia diventata da centro culturale europeo a «città involontaria» come la definì Anna Maria Ortese, sta tutta nello spazio che passa tra due romanzi: «Il resto di niente» di Enzo Striano e «Ferito a morte» di Raffaele La Capria: nel vuoto di combattività e nelle verità sbiadite degli intellettuali descritti con astio amaro impietoso, sempre dalla Ortese, ne «Il silenzio della ragione». Si snoda lungo il filo che lega una giovane «Lènor» Pimentel Fonseca, che paga con la vita il prezzo delle sue idee progressiste, e la partenza di Massimo da una Napoli «città che ti ferisce a morte o ti addormenta, o tutte e due cose insieme». Il portone dell’Istituto per gli studi filosofici su via Egiziaca è sbarrato dal 20 giugno 1799, quando il giovane rivoluzionario Gennaro Serra di Cassano fu trascinato via da quella porta per essere decapitato in piazza Mercato. Suo padre, in segno di lutto, deliberò che restasse chiuso fino a quando gli ideali dell’illuminismo napoletano fossero stati ripresi, e i martiri del 1799 finalmente vendicati. Quel giorno, a detta dello stesso avvocato Marotta, sembra essere molto lontano.
L’avvocato, 91 anni quest’anno, «è provato, ma ottimista» ci racconta al telefono il figlio Massimiliano. «Vorrebbe vedere la Biblioteca completata, prima di morire». E adesso il tempo sembra davvero voler dargli ragione, a giudicare dalla recente accelerazione in positivo degli eventi. I trecentomila volumi della Biblioteca dell’Istituto per gli Studi Filosofici sono in corso di trasferimento presso un’unica sede, un capannone di oltre mille metri quadrati ad Arzano, concesso in comodato d’uso a tempo indeterminato dalla «Trasporti pubblici spa» il cui amministratore delegato, Augusto Cracco, ha preso a cuore la storia di Marotta, innamorato della filosofia e del sapere non economico.

E se le origini della Napoli dei nuovi barbari le ritroviamo in due romanzi, il suo sviluppo sta invece tra due personaggi. Da una parte l’avvocato Gerardo Marotta: più teatrale che romanzesco, fonde la nobiltà d’animo cristallina dei migliori personaggi di Eduardo De Filippo con l’opera omnia di Ionesco: un Bérenger indicante al mondo i dettagli di un crimine, ma che resta ostinatamente inascoltato.
Dall’altra parte Marino Massimo De Caro, Andrea Diprè del libro antico (la somiglianza fisica è un dato pressoché oggettivo) il quale da una fotografia su sfondo busto-marmoreo ha allestito su Facebook il suo personalissimo «Purgatorio 2.0» per predicare l’avvento dell’onestà libraria, in una richiesta disattesa di «mi piace» volti a salvare la propria anima e a mitigare i dolori per la perduta reputazione sepolta sotto migliaia di pagine di atti processuali che lo tengono legato allo scandalo della Biblioteca dei Girolamini come il capitano Achab rimase impigliato per sempre a Moby Dick.

La seconda stazione di questo fanta-tour fatto di assurdi librari passa per via Duomo, di fronte all’ampolla sacra ai napoletani contenente il sangue del Santo, ai suoi miracoli, alle preci dei devoti, agli ori e alle pietre preziose del suo tesoro. Qui ha sede la più antica biblioteca di Napoli, aperta al pubblico nel 1586, e specializzata in teologia cristiana, filosofia, chiesa cristiana in Europa, storia della chiesa, musica sacra e storia generale dell’Europa: circa 160.000 tra volumi ed opuscoli, stampati musicali, 5.000 edizioni del Cinquecento, 120 incunaboli. Suddivisa in quattro splendide sale settecentesche, oltre a due, moderne, del complesso monumentale di San Filippo Neri, la Biblioteca è (era) una delle più ricche del Mezzogiorno e la più antica tra quelle napoletane, a lungo frequentata da Giambattista Vico. Proprio su consiglio di Vico nel 1727 i padri oratoriani, acquistarono la Biblioteca di Giuseppe Valletta, grande testimonianza del sapere giuridico, filosofico, religioso e letterario del Seicento e del Settecento napoletano.

Dall’aprile 2012 la struttura è posta sotto sequestro. Fu allora che venne alla luce il trafugamento di 4.000 volumi, sottratti alla Biblioteca da chi avrebbe dovuto custodirla. La nomina di Marino Massimo De Caro, appena un anno prima, da parte dell’allora ministro dei Beni e delle Attività culturali Giancarlo Galan aveva suscitato non poca perplessità nell’ambiente accademico: il direttore non era provvisto di qualifiche professionali e conoscenze scientifiche adeguate. Non si trattava di uno storico o un bibliotecario, né di un filologo. Non aveva terminato nemmeno gli studi in giurisprudenza. Lorenzo Ornaghi, succeduto a Galan al Ministero col governo Monti ne confermò l’incarico. Le voci dei padri della congregazione dell’Oratorio ispirata a san Filippo Neri, affidatari della Biblioteca, si andarono sommando a una serie di articoli di denuncia dello storico dell’arte Tomaso Montanari. La sparizione di quattromila volumi non passa esattamente inosservata, benché il dato numerico, in mancanza di un elenco completo delle opere custodite dalla Biblioteca dei Girolamini, non si è mai potuto stabilire con certezza. L’inchiesta che ne è seguita è sfociata nell’arresto di De Caro, già auto-dimessosi, e nella sua condanna, confermata in tutti i gradi di giudizio, a sette anni per peculato; e nell’apertura di un secondo procedimento in cui è imputato anche l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri.
La dicitura «Bibliotheca Congrecations Oratori Neapolis» manoscritta e poi abrasa è stata ritrovata su centinaia di volumi antichi presso le aste librarie di mezza Europa: da Monaco a Londra passando per la Svizzera, dove il «Placentinus Guillelmus», opera del medico e chirurgo di epoca medievale Guglielmo da Saliceto, uno dei «Monumenta» spariti dai Girolamini, è stato scovato. Un book-crossing per bibliofili di valore inestimabile. All’intangibile ha pensato la Corte dei Conti a dare un prezzo: 20 milioni di euro, che Massimo De Caro e il suo sodale, don Sandro Marsano – anche lui indagato in concorso con l’ex direttore – dovranno restituire alla storica Biblioteca. Dovrebbero.

«Mi bastarono pochi giorni per comprendere la fragilità dei Girolamini e la possibilità di sottrarre libri – raccontò ai pm che lo interrogavano De Caro –. Ma ciò che mi fu subito chiaro, in particolare, è che erano già numerosi gli ammanchi e questo rendeva più semplice portare via ciò che mi interessava. Il primo trasporto avvenne già a metà giugno, e fui io stesso nei giorni precedenti a selezionare i volumi da portar via, non potendomi avvalere di altri, poiché – concluse il racconto – non avevo ancora ottenuto da Marsano la disattivazione degli allarmi della struttura».
E forse è un segnale del destino che i tre libri più importanti che sono stati trafugati racchiudano il delirio di onnipotenza di chi non ha saputo sottrarsi alla secolare domanda: Quis custodiet custodes? Chi controlla il controllore?
«L’Elogio della Follia» di Erasmo da Rotterdam, «L’Utopia» di Tommaso Moro e «De rebus gestis» di Giambattista Vico sono il perfetto trittico di un’ammonizione quasi divina a non cercare vie di fuga da questo scempio.
Testi introvabili trattati come generi alimentari di bottega, come salumi venduti un tanto al chilo. Per un testo di Aristotele, il pizzicagnolo De Caro chiedeva 12mila euro. Per un Keplero o una trascrizione di Omero, ce ne voleva il triplo. Per «Cronache di Norimberga» di Schedel, la cassa batteva uno scontrino da 30mila euro.
E tenga il resto.

Una città che brutalizza il sapere non è un’isola felice, malgrado la vulgata imposta dai nuovi signori del potere politico cittadino. Non è più la Napoli di De Sica e Rosi, e forse nemmeno quella di Garrone. È la «Dogville» di Lars Von Trier.
«Questa città è imbevuta di volgarità», disse una volta il maestro Roberto De Simone. Ma è anche imbevuta di indifferenza che, a queste latitudini, diventa «strafottenza». Così, i nuovi barbari che stanno depredando Napoli, privandola di carta e memoria, hanno gioco facile a dinamitare – come fanno i terroristi dell’Isis nei villaggi sumeri della Mezzaluna fertile – un patrimonio culturale unico al mondo.
Non solo i Girolamini e la biblioteca di Marotta. C’è l’archivio storico di San Lorenzo, 4 chilometri di documenti da sedici anni negati al pubblico perché la struttura è inagibile e perché non c’è nessuno che sappia come riordinare quel prezioso materiale.
C’è l’antica biblioteca Angiulli, chiusa nel 2007 e spogliata dei 18mila volumi rinchiusi ad ammuffire negli scantinati di una scuola del centro storico.
C’è l’archivio cartografico di Castelnuovo, inaccessibile da 9 anni perché senza guardiani (e chissà i ladri che cosa avranno lasciato, a quest’ora).
C’è l’archivio storico del Comune, un milione di fogli che ricostruisce la storia della città dal Quattrocento ad oggi: non consultabile.
C’è la biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella che custodisce le partiture autografe di Cimarosa, Donizetti, Rossini ma che è da sempre senza personale. Proprio il maestro De Simone, nel 2010, fu il primo a lanciare l’allarme sul rischio di disgregarne il tesoro e a lasciare come «eredità d’affetti» e d’effetti la disposizione che i suoi libri vadano a Salisburgo, laddove c’è ancora il desiderio di far vivere la cultura.
E c’è infine la biblioteca dell’Educandato sul cui saccheggio è stata aperta una inchiesta che assomiglia tanto a quella sui Girolamini. L’edificio conserva opere del Seicento e del Settecento, ma nessuno le ha mai catalogate. Eccetto i mariuoli e i ricettatori, forse.
Accendere gli occhi e i cuori in un tour della bellezza negletta, varrebbe per intero il prezzo in indignazione per uno scempio che si estende ben oltre il golfo di Napoli e si iscrive in una globalizzazione dell’imbarbarimento, nello Zeitgeist al contrario di questi tempi poveri, di cui il dato economico è forse quello meno allarmante.
Diceva Guglielmo da Baskerville nel «Nome della Rosa»: «Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto».
Per questo Napoli urla, ma nessuno la sente.

CREDITS
Testo e foto di Simone Di Meo e Simona Ciniglio