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Il mio paese di incompiute

Il divano rosa abbandonato all’esterno del cancello arrugginito aggiunge alla vista un dettaglio surreale. Ci si potrebbe accomodare per ore, su quel divano rosa alla periferia Sudest di Roma, vicino all’imbocco dell’autostrada per Napoli. È il punto perfetto per ammirare in lontananza quella specie di dente bianco, che in realtà è una vela, alto decine di metri e per la cui costruzione è stata utilizzata una quantità di metallo pari all’intera Torre Eiffel. Il cartello poco lontano disegna l’immagine di un futuro ormai remoto, irraggiungibile, carico di possibilità. “Università di Tor Vergata. Qui sorgerà la Città dello Sport”, si legge. Nel disegno, in realtà, le vele che si stagliano contro il cielo sono due: tutt’intorno alberi, parcheggi, viali costellati di isole verdi. E dentro piscine, un palazzetto dello sport, spalti, corsi d’acqua. Basta alzare un po’ lo sguardo, invece, per vedere lo squallore che resta di quel progetto, approvato nel 2006 dall’allora sindaco Walter Veltroni e firmato dall’archistar spagnola Santiago Calatrava: una struttura di cemento già costata più di 200 milioni e che forse non sarà mai terminata, circondata da un tappeto di erbacce, fango, rifiuti e sogni infranti.

La regina delle incompiute in principio era un’opera avveniristica, ma ora è soltanto una copertura reticolare alta 75 metri e in totale abbandono. Secondo il progetto iniziale sarebbe dovuta costare 60 milioni, poi saliti a 600. Per finirla ne servirebbero altri 426, ma oggi il “mostro” di cemento non è proprietà di nessuno. Qui si sarebbero dovuti disputare i Mondiali di nuoto del 2009, poi trasferiti al Foro Italico. Qui avrebbero dovuto sorgere gli impianti delle Olimpiadi di Roma del 2020 con la candidatura poi ritirata dal governo Monti.  Ed è sempre qui che ora l’Università di Tor Vergata, vittima di una di quelle vicende che grondano assurdità, vorrebbe creare il più grande orto botanico del mondo. Qualsiasi cosa, insomma, pur di non lasciare tutto in abbandono.

Benvenuti alle Vele di Calatrava, benvenuti nella Capitale, benvenuti in Italia, regno delle incompiute dove esistono dighe che non hanno mai visto una goccia d’acqua, ospedali senza pazienti , campi da polo costruiti in mezzo al nulla, teatri privi di attori ed ecomostri di cemento in bella vista.  E ancora strade senza auto, viadotti lasciati a metà, ponti crollati senza sperimentare mai a un collaudo. Piccole e grandi opere, sprechi di denaro, frutto di politiche clientelari e cattive gestioni da parte di amministratori e controllori. Chi oggi dovesse percorrere l’Italia da Nord a Sud lungo l’asse della A1, lungi dal ricordare l’epoca piuttosto recente in cui fummo in grado di costruire in meno di dieci anni la dorsale autostradale del Paese, rimarrebbe invece colpito da come lo stesso Paese sembri aver dimenticato come si realizza un’opera pubblica.


L’elenco incompiuto delle incompiute

La Città dello Sport di Calatrava a Roma è soltanto l’esempio più imponente, ma che l’Italia sia la nazione dei lavori avviati e mai terminati lo dicono anche statistiche e dossier governativi. Il censimento avviato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è terminato a settembre con la nascita dell’anagrafe delle opere incompiute.
Pagine e pagine di numeri, cifre, dati, storie che partono dalle Alpi piemontesi fino ad arrivare alle isole siciliane.

Nel 2015 le incompiute italiane censite dal Ministero sono state 868, ben 176 in più delle 692 del 2014 , per una cifra pari a 4,3 miliardi di euro di soldi pubblici spesi da Stato, Regioni, Province e Comuni per realizzare ponti, strade, infrastrutture ma anche caselli, palestre, interventi antisismici mai terminati.

Si lasciano incompiuti perfino i cimiteri, come una nazione che rimane sospesa nel coma e non riesce né a risvegliarsi né a esalare l’ultimo respiro.
Purtroppo, i dati dell’anagrafe delle incompiute sono approssimati per difetto.

Il censimento, infatti, è effettuato sulla base delle segnalazioni pervenute a Roma dalle singole Regioni. “Ma molto spesso i rapporti sono incompleti, perché non tutte le Regioni dispongono della fotografia esatta delle incompiute che si trovano al loro interno, magari da molti anni”, mi racconta Antonio Fraschilla, giornalista di Repubblica e autore del libro Grandi e inutili.

Un esempio? “La Sicilia, che è la regione che vanta il maggior numero di opere mai terminate, non le ha neppure censite tutte”. Insomma, una sorta di catalogo mai finito delle incompiute, una lista che sconfina vertiginosamente nel territorio dell’assurdo. Nei miei momenti più riflessivi arrivo a immaginarmene un’edizione deluxe da distribuire in Parlamento, con uno degli spazi metafisici di De Chirico in copertina.

Comunque, anche senza questo registro, la fotografia della situazione italiana è da brividi. E assolutamente trasversale: 215 opere iniziate e mai realizzate in Sicilia contro le 67 dell’anno precedente per un totale di 420 milioni di euro fino ad ora spesi, 93 in Calabria contro le 64 del 2014. E poi 81 in Puglia, 67 in Sardegna, 54 nel Lazio, 35 in Lombardia e Toscana, 34 in Basilicata e 27 in Emilia-Romagna. Ce n’è una addirittura in Valle d’Aosta per i “lavori di ampliamento dell’area museale nel comune di Gignod”. Un’attesa infinita, che dura fin dagli anni ’80. Sono già stati spesi circa 2 milioni, ne servirebbero altri 3 e mezzo.


Numero di opere incompiute per regione. Rilevamento del 16 Settembre 2015.
(Fonte: Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti)



L’élite dell’irrisolto

Bruscolini, comunque, se paragonati ai 22 milioni che servirebbero per completare il nuovo Palazzo del Cinema e dei Congressi di Venezia costruito per il 47,7% del totale su un progetto di 84 milioni. L’opera fa parte dell’elenco più prestigioso, se così vogliamo chiamarlo: l’élite delle 40 incompiute di interesse nazionale che fanno capo direttamente al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e alla data dello scorso luglio erano costate, da sole, 1,5 miliardi di euro. Insieme alla grande opera veneziana compare anche il Maxxi di Roma, progettato da Zaha Hadid e inaugurato nel 2010: al suo completamento mancano il centro di documentazione nell’ex caserma Montello e altre opere accessorie come i parcheggi interrati. Fino ad ora sono stati spesi circa 150 milioni, ne servirebbero altri 4. Ne occorrerebbero di meno per sistemare le caserme dei carabinieri di Inzago (Milano), Sarezzo (Brescia), Uboldo, Induno Orona e Samarate (Varese): sono tutti progetti già avviati, con 2 milioni circa stanziati per ogni caserma, appena sufficienti a coprire per metà o anche meno i lavori. Pagati, ovviamente, con i soldi dei contribuenti.


Somme (in Euro) relative alle 40 opere incompiute di interesse nazionale. Anno di riferimento: 2014.
(Fonte: Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti)



Zii di Matera e stazioni inesistenti

L’effetto di un’opera incompiuta è quello di un Paese sfregiato. Una ferita che non si rimargina, anche a distanza di decenni. Il fattore economico, cioè la quantità di denaro pubblico speso per garantire appalti e subappalti, lavori e interessi è solo una goccia del sangue versato dalle terre martirizzate dalle incompiute. Quello che resta, dopo l’abbandono, è un territorio colpito, profanato. Che si tratti di una piccola costruzione, come la residenza per anziani di Castiglione della Pescaia, in Toscana, ormai ricoperta dalla vegetazione e mai entrata in funzione. Oppure delle cosiddette “Grandi opere”. Ne sanno qualcosa gli abitanti di Matera, in Basilicata. La città dei Sassi, patrimonio Unesco, Capitale della Cultura 2019, è l’unico capoluogo di provincia senza un collegamento con la rete ferroviaria nazionale, nonostante la devastante gaffe commessa da Trenitalia, che in uno spot di qualche anno fa invitava a visitare proprio “lo zio di Matera”. Dopo la pubblicazione del rapporto l’azienda di trasporti ha subito annunciato: “Una sola opera ferroviaria incompiuta nella banca dati del Ministero. Si tratta della realizzazione di un nuovo collegamento ferroviario tra la località Matera La Martella e la stazione di Ferrandina. L’opera è rimasta incompiuta a causa della difficoltà di Rete Ferroviaria Italiana a ottenere le autorizzazioni dagli Enti territoriali”. Trent’anni di abbandono che però hanno segnato un intero territorio con 29 chilometri di cemento, ponti con pilastri alti 30 metri e campate di acciaio che attraversano colline, monti e pianori tagliando a metà la valle del Basento passando davanti, quasi sfiorandola, alla Cripta del Peccato Originale, una grotta a strapiombo sulla rupe di calcarenica che gli storici dell’arte hanno definito la “Cappella Sistina della pittura rupestre”. Un vilipendio, per la Basilicata, che ha visto prima distruggere la sua incontaminata natura in nome del (giusto) progresso. Per poi essere abbandonata. Mancano, nella lunga lingua di asfalto, solo i binari. E lo scempio continua in località La Martella, dove una stazione già esiste. Ci sono pensiline che cadono in rovina, un parcheggio abbandonato, le banchine inutilizzate. Le porte sono murate e non ci sono rotaie ma solo incuria, sterpaglie e graffiti.


Somme (in Euro) relative alle prime 4 opere incompiute di interesse nazionale. Anno di Riferimento: 2014.
(Fonte: Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti)



Il lago fantasma

In Calabria forse accade anche di peggio. Il fiume Melito, in provincia di Catanzaro, sfocia in un lago fantasma. Ad accorgersene per primi sono stati negli anni ’80 due turisti tedeschi appassionati di canoa che, seguendo le indicazioni su una cartina di una guida turistica, per ore tentarono di trovare il “Lago Azzurro”. Che però non esiste, se non sulla carta e nella fantasia degli amministratori. Quello che vedono è solo una grossa spianata di verde poco lontano dal centro della cittadina di Gimigliano. Eppure il progetto per quel lago, una diga che avrebbe dovuto portare acqua in 50 Comuni dove vive mezzo milione di calabresi e operano centinaia di imprese agricole, è stato approvato dalla Cassa del Mezzogiorno nel lontano 1982 con un appalto iniziale di 98 milioni di euro, su un costo stimato di 260 milioni. È davvero il caso di dire che ne è passata di acqua sotto i ponti: per avviare l’opera sono stati espropriati terreni e un’intera frazione del paese. Ma dal quel 1982 neanche una goccia è finita nella Diga del Melito che ora, secondo i dati del Ministero, è completa soltanto al 13%  con 259,7 milioni spesi. Ne servirebbero ancora 189, più 800 per le opere collaterali. Nei mesi scorsi il governatore della Calabria Mario Oliverio ha scritto al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio per inserire la Diga nell’elenco delle opere prioritarie. Mentre i calabresi aspettano con fiducia ai turisti non resta che diffidare dalle mappe: il Lago Azzurro, per ora, non esiste.

Così come senz’acqua è anche la Diga di Blufi, sulle Madonie che, racconta Fraschilla nel suo libro, “sarebbe dovuta diventare un piccolo mare a 900 metri d’altitudine nel cuore della Sicilia per servire le famiglie delle province di Agrigento, Caltanissetta e Enna. Territori nei quali l’acqua è davvero un bene prezioso.” I lavori cominciano nel 1990 ma si fermano nel 1995 quando, mentre sull’altopiano si inizia a cementificare, la Regione Sicilia, che sta realizzando l’opera, istituisce il Parco delle Madonie con annessa area protetta e “il divieto di reperimento del materiale dalle cave comprese nella zone protetta”.  “Insomma”, continua Fraschilla, “la mano destra non sa cosa faccia la sinistra nella Regione più sprecona d’Italia”. L’ultimo in ordine di tempo ad annunciare la ripresa dei lavori è stato l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nel 2002. Da allora nessuna ruspa è più risalita sulle Madonie, anche se il paesaggio è stato irrimediabilmente modificato. E non resta che chiedersi se i laghi fantasma possano almeno inventarsi una versione nostrana del Mostro di Loch Ness, così, per attirare turisti.


Le capitali delle incompiute

L’incompiuta più vecchia d’Italia invece si trova in Campania, ed è un ospedale. Nel 2008 all’ingresso è estata esposta una targa: “Dopo 50 anni di attese, speranze e delusioni, e lo sperpero di 24 milioni di euro, a memoria e vergogna dell’incapacità politica e amministrativa dei loro rappresentanti, i cittadini posero”. Il record dell’abbandono si trova a San Bartolomeo in Galdo, piccolo paesino in provincia di Benevento. Il taglio del nastro risale al 1961: 2 mila metri quadrati di superfice su tre piani, dieci reparti, 133 posti letto. L’ospedale avrebbe dovuto servire una zona dove vivono trentamila persone lontane un’ora di strada dagli altri presidi. Ma non è mai entrato davvero in funzione. Oggi è aperto un Centro di primo soccorso: un medico, un infermiere, un autista e un’ambulanza.
La mappa dell’incompiuto ha poi una capitale, sempre in terra siciliana . Il titolo se lo contendono Sciacca, in provincia di Agrigento, e Giarre, alle porte di Catania. Qui le strutture lasciate a metà sono talmente tante che il vicesindaco Salvo Patané è anche “assessore alle procedure finalizzate al compimento delle opere incompiute del Comune”. Si potrebbe creare, tra le strade della città, un tour dell’incompiuto: ci sono la piscina, il parcheggio, il centro giochi per bambini, l’anfiteatro con centro polifunzionale e la pista per macchinine radiocomandate. E poi il fiore all’occhiello: un campo da polo progettato a metà anni Novanta in una zona dove nessuno ha mai praticato questo sport. Qualora vi troviate da quelle parti, non provate a chiedere a un abitante di Giarre come si impugna una mazza da polo.

CREDITS
Testo di Gerardo Adinolfi
Infografica ed elaborazione dati di Informant
Foto di Maria Clara Caracciolo