La Carnegie Old Park Library è una destinazione insolita, non capita ogni giorno che qualcuno chieda di andarci e il tassista ha bisogno di consultare il navigatore per trovare la strada.
«Sì so dov’è, adesso ho capito», afferma dopo aver studiato il percorso per qualche minuto. Attraversiamo una Belfast che è un intreccio tra luoghi diroccati, case basse, piccoli parchi. E muri, tanti muri.

Ad aspettarmi davanti alla Biblioteca c’è una piccola delegazione: sta per iniziare un sopralluogo in quello che al momento è un edificio dichiarato inagibile. La speranza, domani, è di trasformarlo in un centro culturale per tutti, protestanti e cattolici.

Per capire West Belfast bisogna entrare nel cuore del quartiere.
I turisti, generalmente, vengono condotti nella Lower Falls Road: qualche murales dalla parte repubblicana, qualcun altro da quella protestante, cancelli aperti e un passaggio da una parte e dall’altra del muro di interposizione. È una gita nell’iconografia standard dei Troubles: sono accaduti, sono finiti, oggi sono celebrazione.

Partire dalla prima delle tre librerie donate alla città dal magnate statunitense, di origine scozzese Andrew Carnegie significa invece assumere un’altra prospettiva. A spiegarla è Quintin Oliver, che oggi è proprietario della struttura ma non intende trasformarla in un business: originario di Belfast, appartenente alla middle class protestante, Oliver è un lobbista politico. Negli anni ‘80, dopo gli studi in Scozia, torna nella sua città per impegnarsi come direttore del Northern Ireland Council for Voluntary Action. Nel 1998 è in prima linea nella campagna per il Sì agli accordi di pace, quello che passerà alla storia come Good Friday Agreement.
Oggi dirige Stratagem international, con cui conduce le sue azioni di risoluzione dei conflitti nel mondo. Perché si è imbarcato nell’impresa di restituire la Carnegie Library alla città?



«Ho comprato l’edificio un anno fa – spiega – perché desideravo contribuire al processo di pace con un progetto di rigenerazione urbana. North Belfast è un posto dove rimangono ancora molte divisioni. Scuole diverse, diversi luoghi in cui praticare lo sport. Ecco, la Biblioteca può essere uno spazio neutrale sia per i cattolici che per i protestanti».

Per raggiungere questo obiettivo però occorre fare un’attività di fundraising: ci vuole un milione di sterline per ristrutturarla. La deadline stabilita? Un anno per raccogliere i fondi e un anno per ultimare i lavori che trasformeranno questo edificio in semirovina in un centro culturale polifunzionale con libri, musica, teatro. Quel che è certo è che fin dall’inizio Oliver ha cercato e ottenuto una forte collaborazione da parte della comunità locale: «Ci sono più di 200 persone che sono già coinvolte nel progetto della Carnegie library Old park».

In molti ambienti lavorativi il cosiddetto settarismo – la divisione netta tra cattolici e protestanti – è stato ormai superato, basti vedere che una poltrona di potere come quella della Procura generale è occupata da un cattolico, ma nei luoghi più poveri e degradati della città la divisione è ancora una realtà quotidiana. «La cosa paradossale – riprende Oliver – è che i primi a stupirsi di questa divisione sono spesso gli immigrati stranieri: a Belfast ci sono al momento centocinquanta rifugiati siriani. Per loro, che vengono da una zona di guerra, vedere due comunità così separate è qualcosa di paradossale».

Due comunità, due componenti politiche, che però a loro volta racchiudono diverse declinazioni: se alle ultime elezioni politiche per la prima volta da 100 anni a questa parte i repubblicani del Sinn Féin e i lealisti filobritannici del Democratic Unionist Party sono arrivati a un seggio di distanza, sotto il loro ombrello prolifera un universo di sigle. E, di certo, chi paga le maggiori divisioni sono proprio i protestanti. In generale, sono loro quelli più in difficoltà, hanno perso la maggioranza e all’ultimo censimento si attestavano al 50 percento.
Ma lungo queste strade le due realtà continuano a toccarsi fisicamente, e a volte scoppia di nuovo qualche scintilla: solo due anni fa si è assistito agli ultimi contrasti alla Holy Cross School, la scuola retta dai passionisti bersaglio di diversi attacchi violenti nel 2001.

A guidarmi c’è un personaggio singolare, forse proprio la persona adatta per non giudicare nessuna delle due parti ed evitare di avvitarsi sul recente passato della guerra civile: «Il mio approccio consiste nell’osservare Belfast come da un elicottero», dice Vicky Cosstick.

Britannica, cattolica, giornalista, editorialista tra gli altri della prestigiosa rivista Tablet, Vicky è stata a Belfast per la prima volta nel 1979. La svolta, però arriva nel 2013: «In occasione del quindicesimo anniversario del Good Friday Agreement, il governo promise di buttare giù i muri di interposizione tra i quartieri cattolici e quelli protestanti nel 2023. Io rimasi stupita nel constatare come questi muri, i cosiddetti “peace walls” che dovrebbero servire a tenere le acque calme tra le due parti, costituiscano un impedimento allo sviluppo economico di una parte della città. E non ci sono solo a Belfast. I peace walls sono stati costruiti anche a Londonderry”. Cosstick inizia dunque una lunga inchiesta tra questi quartieri che culmina nel libro Belfast, towards a city without walls.

Quando le è possibile si offre anche di fare dei tour per spiegare quello che ha imparato nel suo viaggio tra le persone del quartiere.
Se camminare per le strade separate dai muri può essere relativamente facile – perlomeno fino alle 19, quando le porte per passare da una parte all’altra sono aperte – in auto è un’impresa durante tutta la giornata: continui zig zag, percorsi senza uscita, giri lunghissimi per arrivare in una strada che si rivela a poche centinaia di metri.
Poi, d’improvviso, si aprono angoli inaspettati: in quello di Skegoneill Avenue c’è una storia da raccontare: da una parte sventolano le Union Jack, dall’altra ci sono i cattolici. Qui il muro non c’è, perlomeno fisicamente, ma dove le due comunità si toccano oggi sorge il Peas Park, un parco e orto comunitario che non ha quasi alcun bisogno di concime per coltivare ortaggi e legumi.

Anni di bonfire, i fuochi che gli orangisti appiccavano ogni dodici di luglio in occasione della marcia in memoria di Guglielmo d’Orange, hanno ottenuto un solo effetto positivo, rendendo il terreno molto più fertile del normale. Mi verrebbe da definirlo “guerrilla gardening”, ma Vicky mi fa notare che non è il caso di chiamarlo così. Non qui. Non a Belfast. Si tratta di una forma di attivismo: al Peas Park oggi ci sono volontari di ogni genere: artisti, volontari che coinvolgono il quartiere in numerose attività. Qui vengono i bambini. E in un container tutto colorato è possibile bere un caffè o un tipico tè di queste parti. «Vedi però i due ingressi?», mi fa notare Vicky. Ancora non si riesce a fare entrare le due comunità dalla stessa porta. Il settarismo inizia così: con la persuasione sui bambini, obbligati a non giocare con quelli cattolici dell’altra strada. La diffidenza, lo sguardo sospettoso in queste via sono ancora un tratto caratterizzante: le comunità si conoscono. Chi non è né dell’una né dell’altra parte viene costretto a scegliere da quale lato schierarsi. Ed a seguire le regole della sponda a cui si è scelto di appartenere. Eppure Vicky dice di essere rimasta affascinata da questa realtà: «Quando pensiamo ai muri di divisione la nostra mente corre alla Palestina. Questi muri sono differenti: sono il segno che il conflitto non è finito». E rappresentano una contraddizione: «Perché protestanti e cattolici – conclude la Cosstick – sono uniti molto più di quanto non immaginiamo: a Belfast sono uniti nella povertà».

All’ora di pranzo i quartieri attraversati dai muri sono animati, qui la percentuale di disoccupazione è altissima. E poi alcolismo, droga, abbandono sociale. E il paradosso più grande di quella grande contraddizione che è Belfast è che se scegli di vivere a sud, nei quartieri più signorili, tutto questo sembra lontanissimo e puoi completamente astenerti dal viverlo. Basta non percorrere la West Link, la lunga strada che taglia in due la città, pensata solo per le macchine quasi a protezione dalla presenza di paramilitari di entrambe le parti, che, oggi, politicamente silenti, si sono riciclati nella microcriminalità. Come può uscire dall’empasse questo pezzo di città? Probabilmente quella di Belfast è una pace giovane, che ha ancora bisogno di attecchire, come gli alberi del Peas Park. E che richiederebbe un concime diverso.

La politica può riuscire a fornirlo? A pochi giorni dalle elezioni che hanno portato alle urne il 60 percento dei Nord Irlandesi, a dieci mesi dall’ultima consultazione e a poco meno di un anno dal voto per la Brexit (che qui ha ottenuto il parere contrario del 62 percento dei cittadini), l’incognita principale si chiama muro di confine con il resto dell’isola, la Repubblica. Quel che letteralmente terrorizza la popolazione è un ritorno a quel border che rimanda proprio al passato dei Troubles. Ma con una preoccupazione anche diversa: gli scambi commerciali con il resto d’Europa, a cominciare con l’Eire. Il turismo che si sostiene reciprocamente. Da una parte, secondo Martin O’Brien, ex volto della Bbc ed oggi commentatore per i principali quotidiani, «c’é un senso di frustrazione per la non piena realizzazione degli accordi del Venerdì Santo. Dall’altra la consapevolezza che questa crisi politica non è stata originata dalla Brexit, ma da una questione di politica interna: lo scandalo delle energie rinnovabili, il cosiddetto cash for ash».

In una situazione di sostanziale equilibrio, in cui Sinn Féin si sente legittimato a fare la voce grossa in virtù del divario con gli unionisti praticamente azzerato, non è dato sapere che cosa voglia fare dell’Irlanda del Nord il primo ministro britannico Theresa May. Per O’Brien, convinto sostenitore del fatto che il termine nord irlandese sia un artifizio, la salvezza per le sei contee del nord sta solo nel sostegno che possono ricevere dalle altre 26 che compongono l’isola. Solo se «gli interessi dell’Irlanda del Nord saranno considerati in un’ottica di Unione Europea si potrà trovare una vita di uscita» spiega ancora. Status speciale? Governo di sostanziale equilibrio? Mediazione con Westminster per concedere il libero passaggio da una parte e dall’altra di un soft border? Per ora nessuno scenario sembra avere la meglio. E intanto siamo arrivati a West Belfast, è primo pomeriggio ed i bambini escono da scuola. Stretti nelle loro divise tutte uguali forse non sanno che il futuro di questo complicato paese è nelle loro mani. Sono loro, forse, che inizieranno a non considerare la confessione religiosa come elemento discriminatorio. Che riusciranno, finalmente, a vedere compiuta la pace. Senza più muri a dividerli.

CREDITS
Testo e foto di Francesca Lozito
Foto header tratta da changeaware.eu
Video tratto da northernireland.foundation