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Gay Talese:
La notizia muore domani

Alcuni possiedono lo sguardo per decifrare l’anima di una città: la osservano giusto con qualche centimetro di scarto rispetto all’ordinario, e da questa prospettiva accedono ad angolazioni inedite del quotidiano.
Altri hanno sviluppato una voce potente per ripercorrere minuziosamente situazioni, volti, gesti, al punto da farli rivivere anche a chi non c’era.
Poi ci sono i fuoriclasse; quelli che non solo incarnano occhio e voce, ma hanno affilato un metodo per snidare le storie di sottofondo dietro agli eventi cruciali: ecco, questi individui sono capaci di proiettarti su una diversa scala della realtà, allo stesso tempo più sottile e più nitida.
Per seguire le tracce di uno di loro isoliamo prima un contesto definito: New York, la città più narrata e più immaginata del pianeta.
Mappiamo una traiettoria di eventi dalla seconda metà degli anni ’40 a oggi: Pearl Harbour, campioni sportivi degli anni ’50, guerre di mafia, il glamour della Hollywood di Frank Sinatra, marce per i diritti civili, guerra in Vietnam, rivoluzione sessuale, anni ’80, 11 Settembre, War on Terror, scandalo Datagate.
Se vogliamo filtrare questo vortice di strade, personaggi e avvenimenti raccontati innumerevoli volte attraverso un occhio, una voce e un metodo unici, tutto quanto convergerà su un solo uomo: Gay Talese, 83 anni compiuti da poco, patriarca del giornalismo narrativo e della scrittura nonfiction.
Arrivo nel suo appartamento dell’Upper East Side in un pomeriggio di fine gennaio, mentre giornali e tv annunciano che su New York sta per abbattersi la peggiore tempesta di neve del secolo. Nel giro di 24 ore la “Snowpocalypse” viene ridimensionata a tempesta comune, mentre il vero gelo arriverà solo un mese dopo. Presagio appropriato per una conversazione che ruota intorno ai concetti di realtà, fiction, e alla rappresentazione di entrambe.
“Sta cercando lo scrittore?”, chiede una ragazza che abita accanto e indica il portone giusto, lasciandomi a riflettere sull’efficacia della definizione mentre suono il campanello.
Talese, in gessato grigio e cravatta gialla, gemelli di oro e corallo che scintillano alla luce del lampadario del salotto, prepara due drink in piedi davanti a un mobile di quercia, prima di sedersi e iniziare a raccontare.


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Partiamo ovviamente da New York, di cui Talese è da oltre 50 anni un genius loci, da quando ha scritto il lungo articolo New York Is a City of Things Unnoticed, poi diventato il libro New York: a Serendipiter’s Journey, che in Italia si intitola New York è una città di cose che passano inosservate ed è contenuto nella raccolta Frank Sinatra ha il raffreddore.
Il pezzo è uno scrigno di meraviglie segrete, un viaggio nell’insolito nascosto dietro l’angolo di casa tra portieri che portano conficcati in testa frammenti di proiettili della guerra, miliardarie che distribuiscono opuscoli alle tre del mattino strillando contro i peccatori di Broadway, accattoni che tornano a casa in taxi, ladri di manichini femminili e gatti metropolitani classificati per tipologia.
“Quando scrissi quella storia, volevo fornire le prime impressioni di un giovane alle prese con una città immersa nelle ombre”, racconta Talese.
“Non la città dei grattacieli e dei ponti, ma la città delle persone ignorate, delle persone trascurate, delle persone dimenticate. Quando arrivai a New York quello che vedevo erano tanti piccoli villaggi, tanti piccoli quartieri, persone che spazzavano le strade, gente che dava da mangiare ai piccioni, portieri di hotel e condomini, donne delle pulizie di rientro a casa dal lavoro, uomini che raccoglievano monetine nelle stazioni della metropolitana. E vedevo tutte queste persone per la prima volta, perché non ero mai stato in una grande città”.
Figlio di un sarto calabrese deciso a tagliare i ponti con l’Italia – “un italiano in incognito, un italiano segreto”, lo definisce -, cresciuto in una cittadina di 5mila abitanti come Ocean City, protestante e priva di comunità italiane, Talese ha studiato giornalismo a Birmingham, Alabama. La somma di tutti questi fattori lo ha condotto a coltivare un continuo senso di spaesamento.
“Sapevo di essere un outsider. In qualche modo vedevo la città con gli occhi di un calabrese. E prendevo appunti” dice Talese, estraendo dalla giacca uno dei cartoncini da camicia da uomo che porta sempre con sé per annotare tutto quello che osserva. “Prendevo appunti e costruivo storie brevi, e queste storie sono cresciute, le ho messe tutte insieme ed ecco, il risultato è New York: A Serendipiter’s Journey”.
Per Talese si tratta allo stesso tempo di metodo, prassi severa, giudizio sul giornalismo e visione del mondo: “Tutte queste persone erano degli estranei per me, così come anch’io sono in una certa misura un estraneo per me stesso, ma erano anche personaggi di cui scrivere. Se fossi stato uno scrittore di fiction, se fossi stato De Maupassant, Hemingway, o Moravia, avrei scritto racconti o romanzi, ma non era quello che volevo”.
“Io volevo la realtà”, scandisce.
“Questi personaggi mi sembravano pervasi da una stranezza, da un certo esotismo inusuale, e mi dicevo che dovevo arrivare a conoscere queste persone, a usare i loro veri nomi e le loro informazioni senza inventare, un risultato che avrei ottenuto solo se fossi riuscito a intrattenere con loro un certo tipo di rapporto. Dato che sono un uomo con la mentalità da ragazzo di provincia, questo rapporto non poteva essere che di natura personale. Così ho gradualmente coltivato un interesse, un sincero interesse per la gente comune, come io stesso mi considero in larga parte. Il mio metodo di ricerca e scrittura consiste nel conoscere qualcuno; e poi conoscerlo meglio; e poi ancora meglio; e poi ancora più in profondità; finché non arrivo a comprenderlo. Siccome in generale ho l’attitudine di un gentleman, so anche cosa significa comportarsi bene nella scrittura, ossia essere consapevoli di quello che provano le altre persone, di ciò che le rende vulnerabili. Ma invece di voler dominare la gente io voglio elevare la gente, senza per questo trasformarla in finzione. Ecco, questo è molto importante”.


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Lo scenario tracciato da Talese è quello di un territorio complesso e insidioso, che schianta quell’ossessività con cui legioni di giornalisti cercano di scrollarsi di dosso il mestiere, come se l’aggiunta dell’etichetta “scrittore” sulla targa di un convegno o su una bandella letteraria certificasse il passaggio dallo stato larvale a quello di farfalla, finalmente libera di fuggire dai fatti concreti verso le nobili praterie dell’immaginazione.
In questa officina, invece, si maneggia la realtà, un affare pericoloso e potenzialmente esplosivo, vite e reputazioni potrebbero uscirne rovinate, quindi gli strumenti impiegati per raccontarla devono necessariamente essere seri, affidabili, calibrati.
Storie come New York: A Serendipiter’s Journey sono state pubblicate dal New York Times, ma venivano considerate frivole oppure ricadevano nella categoria della feature story, “perché il New York Times è un giornale, e un giornale vuole notizie, notizie e ancora notizie. Io non volevo scrivere notizie, perché le notizie muoiono domani. Il punto è che non si può definire il continuo flusso della vita delle persone attraverso il giornalismo ordinario”.


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Nel 1965 Gay Talese passa a Esquire: sono gli anni del famoso/famigerato Frank Sinatra has a cold, definito da molti il miglior pezzo nonfiction del Ventesimo Secolo, ma al quale Talese preferisce il ritratto di Peter O’Toole realizzato qualche anno prima.
Tuttavia, che si tratti di celebrità o di gente comune, la profondità del suo metodo si definisce forse ancora meglio attraverso The Loser, un articolo in cui racconta la parabola discendente del giovane campione dei pesi massimi Floyd Patterson: Talese intercetta Patterson dopo lo smacco del ko subito da Sonny Liston, e The Loser diventa contemporaneamente la cronaca della caduta dallo stato di grazia di un campione esposto alla volubilità del pubblico e un viaggio nella psiche di un uomo che gira sempre con occhiali e barba finta per travestirsi e uscire dal ring senza affrontare l’umiliazione della sconfitta.
Fino al momento struggente e disperato in cui Patterson prende coscienza di sé, e dichiara “sono un codardo” proprio mentre Talese è lì a riportarlo.
“Mi confronto sempre con l’effetto di quello che scrivo”, dice Talese.
“Quando scrissi quell’articolo conoscevo Floyd da quattro anni e avevo scritto oltre 30 pezzi su di lui. Sedevamo pomeriggi interi insieme a parlare, con io che gli chiedevo ‘Floyd, Floyd dimmi. Dimmi di tuo padre, dimmi di tua madre, dimmi di quando andavi a scuola, raccontami di quando sei finito ko’, e man mano che scavavo sempre di più nel profondo della sua complessità mi sono ritrovato di fronte a un uomo che conduceva una doppia vita. Era un uomo notevole per il suo coraggio, combatteva contro Muhammad Ali e Sonny Liston, ed era anche un codardo, perché in lui il coraggio nasceva dalla necessità di sconfiggere le sue paure”.
Così, un pomeriggio Patterson pronuncia quella frase precisa e Talese gli dice: “Floyd, ti ho sentito dire, e tu stesso ti sei sentito dire, che sei un codardo. Voglio usarla. Voglio usare questa frase. Posso usarla, Floyd?”.
In un primo momento Patterson acconsente, poi si ritrae: “Che cosa dirà mia moglie? Che cosa dirà mia madre?”, e allora Talese torna per giorni e giorni sull’argomento, spiegando perché quella frase è importante: “La gente vuole conoscere te, Floyd. Il vero Floyd. Il Floyd completo, non un’immagine di te. Ecco perché devo usare quella frase”.
“Alla fine ha acconsentito, ha letto l’articolo e gli è piaciuto”.


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Che si tratti di Frank Sinatra o Charles Manson, delle coppie di scambisti e dei frequentatori di bordelli descritti in La Donna d’altri o della famiglia mafiosa Bonanno raccontata in Onora il Padre, il metodo di approccio alla realtà di Talese richiede allo stesso tempo disciplina ed empatia: “Non scrivo mai di qualcuno verso il quale non provo simpatia. Ma ho provato comprensione anche nei confronti di alcuni assassini. Tutti mi dicevano ‘ha fatto questo, ha fatto quest’altro’, e la mia risposta è che non mi importa, non mi importa, non mi importa. Provo una forma di comprensione verso questa gente, o perlomeno voglio vederli definiti attraverso i loro standard, e non attraverso quelli del Governo Federale, del dipartimento di polizia o di chissà chi”.
La disciplina impone zero libertà di invenzione: “È vero, quando intervisto qualcuno prendo solo appunti e non uso un registratore”, prosegue.
“La ragione è che non voglio attaccarmi a quello che una persona mi dice quando risponde alle mie domande per la prima volta. Voglio di più, e per avere di più ci vuole tempo, ma se avessi davanti un registratore allora la prima risposta sarebbe fissata sul nastro, definitiva, quindi sarebbe il soggetto a condurre l’intervista, non io. Voglio porre la stessa domanda dieci volte, venti volte, e ogni volta riceverò una risposta leggermente differente, finché non ottengo il meglio di quello che la gente ha in mente, finché finalmente mi dico che con quella persona non è possibile spingersi oltre. Devo rispettare la gente, e allo stesso tempo il mio atteggiamento di scrittore consiste nel non comportarmi da adulatore e nel non farmi mai possedere dal materiale che tratto”.
Mentre racconto delle controversie che scoppiano quasi ogni giorno in Italia sull’uso dei virgolettati, Talese sorride: “Il punto è che la citazione deve essere accurata. Quando metto qualcosa su carta è esattamente quello che è uscito dalla bocca dell’intervistato. Se poi ottenerlo è costato giorni di lavoro è qualcosa tra me e la persona con cui ho parlato, che non riguarda il lettore”.


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Talese esprime tutta la sua irritazione nei confronti dei media serrando le labbra in un’espressione dura: “Sono convinto che in America stiamo vivendo l’età oscura del giornalismo e che l’11 Settembre sia stato la Pearl Harbour del giornalismo americano. Da allora il ruolo della stampa libera e quello del governo come difensore dell’interesse nazionale si sono intrecciati, e ormai hanno un unico obiettivo. So che potrei sembrare un uomo nostalgico seduto qui, sul suo divano, a lamentarsi del declino del mondo, ma non lo sono. La questione è che oggi il giornalismo viene distrutto dal potere e dalla paura. Quando il governo ti dice che se pubblicherai una certa storia provocherai la morte di 5mila soldati americani in Afghanistan, o in Yemen, o chissà dove, come possono un direttore o un editore permettersi di pubblicarla? Direttori ed editori dipendono dalla pubblicità, e aziende come General Motors, Coca Cola o Ralph Lauren non possono permettersi di sostenere un giornale tacciato di antiamericanismo o di antipatriottismo. Quindi, di fatto, il governo sta umiliando la stampa. Negli anni ’60 avevamo giornalisti come David Halberstam o Harrison Salisbury, gente che arrivava fino ad Hanoi e raccontava quello che stavano facendo i nostri bombardieri. Chi c’è oggi? Zero. Ci sono Julian Assange e Edward Snowden, e quando li guardo vedo due persone che cercano la verità, che dicono la verità, forse allo stesso modo in cui i vignettisti di Charlie Hebdo cercavano la realtà dipingendo tutto quanto come se fosse merda. Ma mentre da un lato difendiamo i vignettisti francesi, dall’altro impiccheremmo volentieri Snowden e Assange al primo albero. Siamo così pieni di ipocrisia!”.
La soluzione si riassume tutta nell’autodisciplina: “Non c’è soluzione. Devi metterti sotto e fare il tuo lavoro, se hai storie vere da pubblicare allora pubblicale. Pubblica la verità”.
Ed è sempre l’approccio alla realtà dei fatti che rende Talese così critico sul successo della fiction a scapito della non-fiction: “Sì, è tutto ‘romanzo, romanzo, romanzo’. In America, e forse anche nel mondo, il romanzo rappresenta la forma più alta di arte mentre il giornalismo non merita alcun credito, ed è qualcosa che mi fa stare male. Io volevo essere uno scrittore di non-fiction e anche un narratore, ed eccomi qui: c’è così tanto lavoro dietro questa forma di scrittura, lavoro forgiato attraverso l’onestà e l’integrità, così tanto tempo da spendere nel coltivare le fonti che il giornalismo può essere una forma d’arte. Può esserlo senza alcun dubbio perché non scrivi di notizie che muoiono ma di gente reale, della loro vita reale, e se lo fai con la stessa cura che un romanziere riserva ai suoi personaggi, ecco che li rendi veri. Diventano grandi personaggi destinati a durare nel tempo, come quelli di Cent’anni di solitudine o di Tolstoj. Gente mai esistita, della quale parliamo a distanza di secoli”.


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Nella visione di Talese la natura umana rende infinito lo spazio per le buone storie: “Sì, non c’è limite ai personaggi interessanti nel 2015, come non ce n’era nel 1965. Se fossi in una redazione oggi non avrei nessuna difficoltà a produrre qualche idea formidabile. Ci sono milioni di articoli su Bill Gates e nessuno ha mai catturato la sua vita privata, così come nessuno ha descritto quella dell’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, che ha davvero una storia eccezionale. E infine, uno che attrae molto la mia curiosità è Vladimir Putin. Nessuno mi ha ancora spiegato chi è Putin, eppure compare sui giornali ogni giorno. Mi piacerebbe stargli dietro, girargli intorno, raccontare chi è”.
“Gay Talese racconta Vladimir Putin”?
Butterei via pile di romanzi solo per leggere una storia così.

CREDITS
Testo e foto di Antonio Talia