Se non si prova nemmeno a fare informazione, cosa rimane a un giornale, a una radio, a una tv per sopravvivere, dal punto di vista economico? Mantenere intatta la percezione comune di possedere, in via esclusiva, le chiavi per stabilire di cosa le persone discuteranno e cosa le persone ignoreranno. Che è anche un modo per coltivare l’illusione di stabilire cosa, nello spazio pubblico, esiste e cosa non esiste. Il fenomeno Trump ha aperto una crepa in questa illusione, ma tra gli addetti ai lavori prevale l’atteggiamento dello struzzo.

Per anni abbiamo creduto che il problema dell’industria dell’informazione, in particolare in Italia, fosse il condizionamento politico e la presenza del cosiddetto “padrone in redazione”. Il non avere (quasi) editori puri forse è una peculiarità del sistema italiano, ma il vero ostacolo è in realtà un altro: per iniziare a considerare la vera informazione come una fonte di ricavi l’editoria tradizionale dovrebbe avere il coraggio di abbandonare un modello sostenibilissimo, quello dell’infotainment. Ma in tempi di crisi e con milioni di eyeballs ogni giorno rubate da “altri schermi” nessuno è in grado di rinunciarci. E anzi, il web è il luogo privilegiato per dichiarare apertamente, col famoso colonnino morboso sulla destra del frame, che un giornale online può apertamente permettersi di non fare informazione, e magari trasmettere il messaggio subliminale che per avere l’informazione vera, quella stampata su carta, bisogna pagare.

Peccato che quello che l’acquirente sta pagando, quando compra la copia di un giornale, sono quasi esclusivamente i costi del supporto e del canale di distribuzione, mentre le notizie vere continueranno ad essere altrettanto difficili da scovare come quando siamo su Flipboard o su Google News. Quei pochissimi giornalisti d’inchiesta a cui viene garantito il sostegno economico (e la protezione dalle querele) vengono conservati dalle testate più prestigiose come una foglia di fico, che serve a sviare l’attenzione dalla questione centrale: l’indisponibilità a ridiscutere i modelli, le pratiche, i riflessi condizionati dei media mainstream, ormai tutti tagliati sull’unico riferimento possibile: la televisione, la sua audience, e la sua capacità di stabilire chi esiste, perché “va in onda”, e chi non esiste.

Del resto, come racconto in Oltre il Rumore, non è ragionevole chiedere a una intera industria di mettersi in discussione quando i flussi di ricavi del modello attuale, per quanto in crisi, sono ancora in grado di accompagnare fino alla pensione i professionisti che ne decidono le sorti. Il problema, semmai si pone per chi accede alla professione solo adesso, che nella maggior parte dei casi ha tutti i giorni davanti agli occhi stimoli e idee per innovare, ma deve subire le pratiche della generazione professionale precedente.

Fin qui non sarebbe nemmeno una tragedia, è una semplice transizione che richiederà un tempo fisiologico, coerente con le caratteristiche demografiche del nostro mercato. Ma nella lentezza di questa transizione vanno considerati degli effetti collaterali, a cominciare dal pubblico dei fruitori. Per comprendere meglio questi side effects occorre però fare un passo indietro. Che cos’è, esattamente, l’infotainment, e come cambia le aspettative di un lettore o un telespettatore convinto di consumare informazione?

Prendiamo il luogo principe dove questo genere è dominatore incontrastato, le trasmissioni di approfondimento giornalistico della prima serata. Quando in Otto e Mezzo Lilli Gruber affronta il caso del suicidio di Tiziana Cantone, non si pone nemmeno il problema di fornire alle persone i mezzi per formare una propria opinione, ma fa esattamente il contrario. Individua l’opinione precostituita (quella che potremmo chiamare “il pregiudizio”) del suo target di riferimento, e cioè una audience di età medio-alta con una certa diffidenza verso internet. Questa opinione è che Tiziana Cantone è stata “uccisa dal web”, e senza esitazioni questo titolo (“Tiziana e la Rete che uccide”) figura in sovraimpressione per tutta la durata del programma. È la premessa, non la conclusione.

Per individuare le conclusioni, che riguardano il “che fare”, e non il “perché si è uccisa”, la giornalista invita in studio, con una scelta redazionale che si colloca già a valle della premessa, due ospiti che hanno il preciso compito di ripetere al pubblico quella che è già l’opinione del pubblico: il celebre psicologo neo-luddista Paolo Crepet, per dare a questa posizione il crisma della scientificità, e il celebre attore tecnofobo Kim Rossi Stuart, che esordisce in diretta dicendo “i social mi fanno paura”. Abbiamo così il titolo che individua il colpevole a tutto schermo dal primo minuto, la Gruber che chiede alternativamente a Crepet e Rossi Stuart «Perché Tiziana è stata uccisa dal web?» «cosa possiamo fare per impedire ad altre persone di essere vittima del web?», e così via, fino alla fine.

Ma attenzione, questo tipo di approccio non nasce dall’inadeguatezza, dalla mancata conoscenza del tema da parte della conduttrice o, peggio, da una suo disprezzo dell’etica giornalistica. Non è questo il punto: l’etica giornalistica è diventata fare audience, e in questo senso la puntata di Otto e mezzo è un capolavoro. Individua il tema nel momento in cui è emotivamente vincente, fa dire a due persone celebri quello che il pubblico già pensa.
Se ci riflettiamo un istante, è il medesimo meccanismo per cui una normalissima nevicata di fine gennaio fa notizia: dato che la neve che vediamo in tv è la stessa che si vede attraverso le finestre di casa, ci sentiamo al centro della notizia. Il canale distributivo premia il nostro ego, la nostra esigenza di risuonarci dentro con le nostre vite, proprio come Otto e mezzo e molte altre trasmissioni “di approfondimento” (sic!) fanno risuonare le nostre disinformatissime opinioni pregresse.

Assecondare questa aspettativa del pubblico è esattamente ciò che garantisce a Otto e mezzo di fare il pieno di inserzionisti e quindi ripagarsi economicamente. Di conseguenza sono tutti felici e contenti: l’editore (che ha fatto audience), il pubblico (convinto di aver consumato informazione e non uno show con lustrini e paillettes), la società civile (rassicurata dall’esistenza di persone importanti che si indignano abbastanza e sollevano il problema) e infine i politici (che trovano una nuova sponda di consenso nell’annunciare l’esigenza di una nuova e più stringente regolamentazione dell’assassino, cioè il web). È ovviamente il canale distributivo privilegiato, la televisione, a stabilire “chi esiste”: Paolo Crepet, che non è solo uno psicologo, ma è anche un personaggio televisivo che funziona perfettamente; Kim Rossi Stuart, plastico rappresentante del bravo ragazzo che, rifiutando i social, non si chiuderebbe mai in una cameretta, e non guarderebbe mai i video porno fatti circolare non da pessime persone (ma dal Web) della povera Tiziana Cantone. “Non esistono”, invece, perché non funzionanti in questa logica, i portatori di una visione diversa, quelli che avanzerebbero dubbi rispetto a questa interpretazione dei fatti.

Il sistema naturalmente produce gli effetti desiderati quando l’attenzione del telespettatore non è drenata da altri schermi, cioè con quella metà della popolazione italiana che non utilizza smartphone e tablet in concorrenza col televisore e con i suoi palinsesti. Con la crescente capacità degli “altri schermi” di drenare attenzione dallo schermo principale, molti pronosticano un rapido declino del principio della “linea rossa”, dove qualcuno può stabilire a tavolino chi si trova al di sopra della stessa (i personaggi pubblici) e chi al di sotto (il pubblico di fruitori passivi). E già questo sarebbe un grave errore.

Ma un errore più grande sarebbe stabilire che tale principio, nel corso del suo ipotetico declino, continui a produrre i suoi effetti solo all’interno di un racconto comunque sempre meno dominante, quello dei tv e dei giornali. Purtroppo non è affatto così, e quello che vediamo tutti i giorni sui social media ce lo dimostra in modo incontrovertibile. La stragrande maggioranza di ciò che le persone discutono su facebook e twitter riflette infatti in modo pressoché invariabile le agende dei talkabout decisi nelle riunioni di redazione di giornali e telegiornali. Il fatto che siano davvero così poche persone a stabilire su cosa tutti gli altri dovranno manifestare la propria opinione non sembra turbare minimamente le persone più sensibili ai temi della libertà d’informazione, forse perché troppo impegnate nel dibattito sulle fake news. E così non solo sui loro blog, ma anche alle decine di festival sui media che affollano il calendario, è tutto un susseguirsi di allarmi sul confirmation bias e sulle bolle di filtraggio, quando nessuno si preoccupa dell’enorme, unica filter bubble stabilita dall’alto, in cui tutti siamo quotidianamente irreggimentati, e in cui siamo evidentemente felici di veder echeggiare il nostro pensiero.

Ed è del tutto naturale: se diciamo la nostra su una cosa di cui parlano tutti pensiamo di avere un pubblico più grande, ed è solo questo che ci interessa, perché anche noi – come predisse Andy Warhol – vogliamo esistere, foss’anche solo per 15 minuti. Anche a noi interessa salire oltre la linea rossa, e nel farlo non possiamo che vivere di luce riflessa, sgomitare per intercettare quella di un riflettore che magari anche per caso potrebbe accendersi su di noi.
Fino a qualche tempo fa, quando non eravamo ancora moltissimi sui social network, potevamo persino sperare in una risposta di qualche celebrità su twitter, oppure entrare in un thread di facebook così acceso e popolato (si sta infatti parlando di ciò che va in Tv in quel preciso istante) da ottenere centinaia di like per un commento sagace o ben assestato. Si tratta infatti di un luogo comunque già affollato, proprio come il famoso “intervento travestito da domanda” che puntualmente conclude qualsiasi incontro pubblico, presentazione di libro, dibattito all’ora dell’aperitivo.

Oggi però appare chiaro che per ottenere attenzione poche cose funzionano come l’espressione di un odio viscerale per chiunque si ritrovi oltre la linea rossa della celebrità, magari anche solo temporaneamente o suo malgrado.

È ciò che è accaduto, per esempio, alla ragazza superstite della slavina dell’Hotel Rigopiano, ricoperta da insulti per il solo fatto di aver manifestato su facebook la propria felicità per essersi salvata, come avrebbe fatto chiunque.

Ed è anche ciò che confessano candidamente i giovanissimi autori degli atti di cyberbullismo (altro termine su cui si potrebbe discutere a lungo, come ho recentemente provato a spiegare a Radio3): «lo faccio per ottenere attenzione, non per altro».

È dunque il manifestarsi di un nuovo, piccolo palcoscenico ad attirare le persone come mosche, alla ricerca costante di attenzione. Quella a cui stiamo assistendo non è altro che la parcellizzazione di un fenomeno altrettanto triste, quello per cui le vecchie star dimenticate dalla televisione – come molti amici che lavorano in Tv continuano a raccontarmi – implorano al telefono autori e programmisti per una comparsata anche gratis, anche in seconda serata.
Come mi è capitato di raccontare recentemente a Trieste, in una sessione della conferenza Parole Ostili, Il fenomeno colpisce le stesse giovani star del web, come gli youtuber.

Dopo aver messo al lavoro il proprio talento e la propria creatività per avere una firma riconoscibile, non appena superano il milione di follower capiscono che continuare a essere originali non serve più, o quantomeno non è ormai così efficace come dedicarsi a rispondere ai commenti d’odio di chi, a sua volta, cerca attenzione di risulta.

Un sistema infallibile per continuare a mietere consensi e nuovi adepti perfettamente sperimentato in passato da star come Selvaggia Lucarelli (e fin qui tutto normale) e poi copiato pari pari dal Presidente della Camera (e qui qualche perplessità è legittima).

Ingrandisci

boldrini
Laura Boldrini, immagine pubblicata sulla Pagina Facebook ufficiale il 25 Novembre 2016

Se quindi anche i campioni dei “nuovi schermi” sono i primi a mutuare le pratiche di gestione dell’audience care al più consolidato degli star systems, appare in tutta la sua evidenza quanto sia lunga la strada da percorrere, a patto di volerla davvero percorrere, verso un sol dell’avvenire in cui il web sia davvero il regno dei nuovi stili, dei nuovi linguaggi, e della diversità dei contenuti. Se il criterio d’elezione continuerà ad essere la capacità di scavalcare quella famigerata linea, e di rimanerci il più a lungo possibile, è del tutto naturale che facebook e twitter continueranno ad aggiornare i loro algoritmi con la stessa identica logica con cui le TV aggiornavano i loro palinsesti: cercando di ottenere più interazioni, quindi più attenzione, su poche storie, pochi personaggi, poche cose di cui parlare. Perché è così che sarà più sempre facile profilarci, renderci più mansueti rispetto a modelli di business che non sembrano affatto premiare il “senso individuale” della nostra esperienza in rete, ma un ben più intercettabile “significato universale”, frutto del riflesso dell’aggregazione e dell’omologazione.

Ma quanto a lungo durerà questo meccanismo? Possiamo definirlo eterno, o quantomeno proiettato verso un futuro indefinito? Durante l’ultima campagna elettorale per le presidenziali negli USA, i media tradizionali sono apparsi completamente rilassati sulla certezza di poter stabilire a priori i temi della campagna elettorale, e sulla base di questa pretesa hanno sancito la quasi sicura affermazione del candidato democratico. La verità è che, confortati da questa illusione di controllo, avevano completamente perso il polso del Paese, e sappiamo bene quali siano state le conseguenze nello scenario politico.

Le persone, non solo a causa del web, ma perché esistono i problemi reali, e anche le pulsioni reali – che hanno davvero poco di politico – parlano, discutono e si emozionano tutti i giorni di cose che nelle grandi newsroom passano spesso del tutto inosservate. Recuperando quella parte del mestiere del giornalismo che è fatto soprattutto di ascolto, di sniffing del quotidiano, magari con l’aiuto delle sempre più interessanti pratiche di data journalism, forse sarà proprio dal mondo dell’informazione tradizionale che potrebbe partire il riassestamento dell’ecosistema dei media. Ci vorranno però molti soldi, molto tempo e molta pazienza, e per il momento non si vede proprio nulla di tutto questo all’orizzonte.

CREDITS
Testo di Antonio Pavolini