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Se Milo non sta bene e mamma Valeria lo porta al pronto soccorso senza mamma Laura, i medici non sono tenuti a informarla sulla salute del figlio. Per andare a prenderlo all’asilo, mamma Valeria ha bisogno di una delega, come fosse la babysitter, o la vicina di casa, e in casi di circostanze ben più gravi il suo legame con il bambino per la legge non avrebbe alcun significato.
Milo è nato a maggio 2014, partorito da Laura. È stata lei a sottoporsi fisicamente all’inseminazione artificiale in Danimarca: «Ma questo figlio», racconta, «lo abbiamo pensato, voluto e concepito insieme. Eppure alla nascita Valeria non ha potuto riconoscerlo, come invece avrebbe potuto fare il genitore in una coppia eterosessuale. Per Milo, Valeria è un’estranea di fronte allo stato». Fiorentina, 35 anni, mamma Laura all’anagrafe si chiama Laura Giuntini ed è la portavoce toscana di Famiglie Arcobaleno, un’associazione indipendente nata nel marzo 2005 e composta da coppie o single omosessuali che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo.

«In Italia i bambini nella stessa situazione di Milo sono già moltissimi, eppure continuiamo a essere considerati cittadini di serie B: non ci sono leggi che tutelino i nostri diritti di genitori e le nostre famiglie», aggiunge Laura, che con Valeria gestisce anche il blog Diversamentemamme, racconto di una quotidianità familiare allegra e complicata: così simile e, contemporaneamente, così diversa da quelle «normali».
Mentre dopo la bagarre iniziale sta per ricominciare al Senato la discussione del disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili, mamma Laura e mamma Valeria sono in fermento. E con loro lo sono le associazioni che da tempo si battono per dotare di maggiori tutele le coppie omosessuali e, soprattutto, i loro figli. Dopo anni di pregiudizi e diffidenze, adesso i tempi sembravano maturi ma il possibile stralcio della norma sulla stepchild adoption (quella che consentirebbe all’altro componente della coppia di adottare il figlio biologico del compagno o della compagna) fa molta paura. Almeno così la pensano gli altri genitori toscani che ho incontrato, e che condividono le aspettative di Laura e Valeria.

Arianna, pisana, 35 anni, mamma «sociale» di Livia, racconta: «Abbiamo ricevuto molte manifestazioni di affetto quando è nata la bambina e in ospedale, a Viareggio, tutti sono stati molto sensibili. Rispetto a qualche anno fa la società è cambiata ed è pronta per il riconoscimento dei nostri diritti». Anche grazie a un modo di fare famiglia che nel frattempo si è diffuso: oggi secondo l’Istat le famiglie same sex con figli sono in Italia almeno 500, una trentina in Toscana, ma lo stesso Istituto di statistica riferisce di un probabile, estesissimo, sommerso. Già nel 2005 l’indagine Modi di, condotta dall’Arcigay, aveva contato 100 mila bambini in Italia con almeno un genitore omosessuale. Numeri, a suo tempo, considerati anch’essi molto inferiori alla realtà.
Tapparelle abbassate su una facciata di normalità dietro la quale si nascondono migliaia di famiglie il cui timore a fare coming out è legato al persistere di sguardi ostili, chiusure e di un dibattito pubblico in cui spesso si esprimono opinioni nette senza conoscere la realtà dei nuclei omogenitoriali.


Se in Toscana il buon senso e l’apertura spesso prevalgono sui pregiudizi e le chiusure, questo non significa che essere una famiglia omogenitoriale sia una passeggiata. Tutt’altro. Le difficoltà, spesso, iniziano quando il figlio è ancora una semplice idea.
Giacomo e Francesco, 32 e 45 anni, vivono a Prato e si sono da poco iscritti all’associazione Famiglie Arcobaleno proprio per essere supportati nel percorso che li porterà a diventare genitori: «Ci siamo sposati l’anno scorso in Portogallo e vorremmo avere dei bambini. Una possibilità sarebbe accedere alla gestazione per altri negli Stati Uniti, ma è molto costosa e una volta rientrati in Italia con nostro figlio non saremmo riconosciuti come famiglia. Per questo stiamo anche pensando di trasferirci all’estero, in un Paese dove sia permesso alle coppie omosessuali di adottare un bambino», raccontano.
Anche quando si riescono a superare le difficoltà del concepimento, dopo la nascita del piccolo la vita quotidiana diventa un percorso a ostacoli: in molte delle attività più comuni, dall’iscrizione del bambino all’asilo alla richiesta di un documento in un ufficio pubblico, ci sono sguardi straniti da sostenere, spiegazioni da dare, diciture sbagliate da correggere.


In questo quadro, continua Laura Giuntini, insieme a una legge che tuteli le famiglie omogenitoriali e attribuisca diritti e doveri verso il figlio anche al genitore di fatto, «è fondamentale anche formare insegnanti, coordinatori pedagogici, impiegati degli uffici pubblici, in modo che siano in grado di trattare con naturalezza e rispetto le nostre realtà. Proprio su questo è in corso un confronto tra la nostra associazione e le amministrazioni comunali».

Un’indagine realizzata da Marina Bellanti, educatrice specializzata nella formazione alla diversità, ha indagato quanto le insegnanti che lavorano nei servizi per l’infanzia di Lucca e provincia conoscano i nuclei same sex e si sentano pronte a rapportarcisi. Con un risultato chiaro: «Da una lato c’è la volontà di accogliere e dall’altro l’incapacità di farlo. Mancano cioè quegli strumenti teorici e pratici che solo un’adeguata formazione professionale può fornire», scrive l’educatrice.


In questa situazione poco confortante, la Toscana, prima Regione ad approvare nel 2004 una legge contro le discriminazioni a sfondo sessuale, rappresenta un ambiente abbastanza aperto e accogliente per i genitori omosessuali e i loro bambini. Se l’amministrazione regionale poco può fare per il riconoscimento delle famiglie same sex, materia di competenza statale, sembra che sul territorio ci siano la sensibilità e il buon senso per accordare nella pratica almeno alcuni diritti negati sulla carta, come dimostrano alcune esperienze raccolte in questa clip.


A Roma, intanto, i tempi restano scanditi dall’agenda politica che, come spesso accade anche in altri campi, rischia di non tenere il passo con i cambiamenti in corso.
Al Senato, la discussione del testo è iniziata la mattina del 28 gennaio, ma la votazione finale si tiene il 25 febbraio. Poi il provvedimento dovrà andare alla Camera, in un clima che la retromarcia grillina sul voto a favore del provvedimento ha reso ancora più incerto.
Il disegno di legge, che ha come primo firmatario la senatrice Pd Monica Cirinnà, introduce la possibilità per le coppie omosessuali di legarsi in unione civile, da cui derivano diritti sociali, diritti sulle attività di imprese familiari, diritti successori. Il ddl prevede inoltre che il genitore omosessuale non biologico possa riconoscere i bambini avuti insieme al partner attraverso un’adozione speciale, detta stepchild adoption, ma anche questa norma, ottenuta dopo una faticosa mediazione, è a rischio. Nessun riferimento viene invece fatto all’istituto del matrimonio, da cui l’unione civile resta ben distinta, e per le famiglie same sex rimangono inalterati i divieti di accedere in Italia alle adozioni classiche, alla procreazione assistita o alla gestazione per altri. La stessa senatrice Cirinnà, in una mail inviata a Laura e Valeria, si è detta consapevole dei limiti di questa proposta, spiegando però che «oggi non si riesce a costruire una maggioranza in Parlamento su un’ipotesi più avanzata».

«Il ddl Cirinnà è una prima importante risposta alle nostre esigenze, ci dà maggiori tutele come coppie e permetterebbe, almeno in caso di approvazione integrale del testo, ad entrambi i partner di essere riconosciuti come genitori dei propri figli. Allo stesso tempo, però, con questo ddl rimaniamo almeno dieci anni indietro rispetto a quello che sta succedendo nel resto d’Europa», spiega Laura Giuntini. La speranza «è che il testo venga approvato così com’è, senza ulteriori modifiche al ribasso. Il provvedimento rappresenta comunque solo il primo passo in un cammino di riforme che deve portare alla pari dignità e pari uguaglianza delle famiglie eterosessuali e omosessuali».
L’elemento su cui si concentrano ormai quasi tutti i dibattiti e i tentativi di trattativa in Senato è proprio la stepchild adoption. Se i cattolici dem hanno presentato un emendamento per indebolirla trasformandola in «affido rafforzato» e Angelino Alfano ne ha fatto la merce di scambio su cui si giocherebbero molti voti di Ncd, i genitori omosessuali ne evidenziano le mancanze. «Ci viene chiesto di adottare figli che sono già nostri, dei quali risultiamo già genitori nei Paesi in cui ci siamo sottoposti a procreazione assistita o gestazione di sostegno. Inoltre, stiamo parlando di un’adozione non legittimante: significa che legherà il bambino solo al genitore sociale, e non alla linea parentale di quest’ultimo. I genitori del padre o della madre di fatto, per esempio, non diventeranno mai i nonni del piccolo, e nel caso di una coppia di due donne che abbiano entrambe partorito un figlio, sarà possibile una stepchild adoption incrociata, ma i due bambini non saranno mai fratelli per la legge», aggiunge Laura.

Un altro aspetto critico riguarda proprio le unioni civili, definite dallo stesso ddl come «specifica formazione sociale». Se timori di una loro equiparazione al matrimonio espressi in molte occasioni dalla Chiesa sono stati attribuiti anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, le famiglie same sex le considerano un compromesso al ribasso. «Rappresentano già di per sé una discriminazione, perché sono state create ad hoc per una sola categoria di persone, gli omosessuali», dice Veronica Barsotti, autrice del blog Fuorilogo, che con la compagna Nina e i figli ha formato una famiglia omogenitoriale di «seconda costituzione». Per Veronica le unioni civili sono «un ghetto giuridico: i diritti o sono di tutti o non sono di nessuno. Ci viene riconosciuto un qualcosa, ma come se fossimo cittadini di serie B, quando non è così dal punto di vista contributivo o dei doveri».


Matteo Renzi nel 2013, durante la campagna per le primarie, aveva promesso di impegnarsi per aggiungere all’accettazione sociale anche una tutela legale, che però non è mai arrivata.

"Nel mio gruppo di lavoro c'è una coppia, Letizia e Teresa, che da poche settimane ha un figlio che si chiama Ernesto….

Pubblicato da Matteo Renzi su Venerdì 29 novembre 2013

A fine ottobre 2015 l’associazione Famiglie Arcobaleno ha lanciato la campagna #figlisenzadiritti con l’obiettivo di ricordare al premier gli impegni che si è preso. Regolarmente, su Twitter una famiglia si presenta al presidente del Consiglio e chiede l’approvazione della legge.







Nel frattempo, nuovi richiami sono arrivati da oltreconfine, anche se soffocati dal più colorito dibattito nazionale. «Incoraggio l’Italia a garantire il riconoscimento legale alle coppie dello stesso sesso», ha scritto su Twitter lo scorso 26 gennaio il segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland, richiamandosi alla sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a luglio 2015.
«Se non otteniamo la legge questa volta, con tutto il dibattito che si è creato, l’alternativa rimane davvero cambiare Paese. È il momento che anche lo Sato riconosca le nostre famiglie e i loro diritti», dicono i genitori arcobaleno. Diritti in parte negati, e in parte già esercitati, tra mille ostacoli e senza alcuna tutela, da Laura, Valeria e Milo. Da Moreno, Paolo, Guido e Emma. Da Chiara, Arianna, Livia e migliaia di altri. E un giorno anche da Francesco, Giacomo e un figlio che non rimarrà per sempre solo un’idea.

CREDITS
Testo e infografiche di Veronica Ulivieri