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1975: Missione Antartide

Codardia, coraggio, entusiasmo, calcoli politici dettati dalla Guerra Fredda: tutti ingredienti che si mescolano in una storia ai confini del mondo, dove c’è ancora un pezzo di Italia che pochi ricordano, e ancora meno conoscono. Una storia dal finale di partita triste e solitario, che merita di essere disseppellita. Letteralmente.

Disseppelita dalla coltre bianca che la circonda e la sovrasta, dal lavoro rumoroso e dalla devastazione di chi venne dopo, dall’oblìo in cui sono caduti i suoi protagonisti: questa è la storia della prima spedizione tricolore autonoma in Antartide, datata 1976. E dell’uomo che la rese possibile.

I polacchi, che hanno una base scientifica lì vicino, la chiamano ancora Italia Valley. Siamo all’estremità sudoccidentale dell’Atlantico, tra immense piattaforme ghiacciate, dove si radunano i pinguini prima delle grandi migrazioni, e vette maestose, inesplorate, inscalabili.

Dicembre 1975: 15 italiani sfidano le condizioni climatiche, le difficoltà economiche e l’inerzia politica per costruire una base nel luogo più freddo e inospitale del pianeta, con temperature che nei mesi «caldi» raggiungono i 19 gradi sotto zero e durante il lungo inverno dell’emisfero sub-australe scendono fino a meno 50.

La spedizione arriva prima dell’adesione dell’Italia al trattato antartico, prima del PNRA, il Programma nazionale di ricerca al Polo Sud.

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«Cartello della spedizione italiana in antartide»

Al comando c’è Renato Cepparo, uno che non sfigurerebbe come protagonista di un romanzo d’avventura, o di un racconto di Hemingway: milanese, classe 1916, prima di raggiungere l’ultima frontiera ghiacciata del pianeta ha già vissuto mille vite differenti. Orfano di padre, ragazzo di bottega in una drogheria, operaio in una fabbrica di apparecchiature radio, prigioniero dei russi e prima radiotelegrafista sui sommergibili tascabili durante la guerra, al rientro dal fronte era stato anche commesso viaggiatore, cronista, radioamatore e poi imprenditore, documentarista, inventore della Stramilano, esploratore dei ghiacci. «Conca Italia», questo il nome con cui battezza inizialmente il luogo dove costruisce la base, è il punto di arrivo di un sogno lungo una vita, a cui ha destinato molti dei suoi averi. Quando decide di sfidare le mille difficoltà che gli si pararono davanti – equilibri geopolitici, reticenze del governo italiano, tentativi di ostacolare la missione da parte dell’Argentina – Cepparo sicuramente non si aspetta che andrà a finire tra delusioni e veti mai espressi a viso aperto.

«Perché l’Italia buttò via l’Antartide quando l’aveva già in mano?», si chiedeva Cepparo con amarezza negli ultimi anni della sua vita, ripensando a quella meta inseguita con passione nonostante la strada tutta in salita che lui e i suoi si erano trovati di fronte. Quel sentimento lo avrebbe accompagnato fino alla morte, nel 2007, perché per portare l’Italia nel continente bianco aveva giocato l’unica carta che aveva in mano, e aveva perso. Almeno in parte. «Salvo qualche presenza sporadica individuale o di piccoli gruppi, ospiti di basi straniere, il nostro Paese brilla per la sua assenza strategica nel Polo Sud. Il disinteresse governativo è totale», riflette Cepparo nei primi anni Settanta. Il Trattato Antartico che internazionalizzava l’area e sanciva la sua rilevanza scientifica era stato siglato nel 1959 da 12 Paesi, diventati poi una ventina del decennio successivo, mentre l’Italia, presa prima dal boom economico e poi dalla morsa del terrorismo, era rimasta a guardare.

«Conobbi (…) la Groenlandia e la Terra di Baffin, poi, quasi per maturazione spontanea, pensai di organizzare la prima vera spedizione italiana interamente autonoma sul Continente Bianco, con lo scopo di portare il mio Paese nel contesto del Trattato Antartico. Era il 1973», scrive l’imprenditore nelle sue memorie. Dell’Antartide, ricorda oggi il figlio Roberto, alla guida della società di home video Cinehollywood fondata dal padre, «lo attiravano il mistero del suo passato, l’aspetto geologico e naturalistico, la conquista alpinistica delle vette. E poi aveva l’obiettivo di favorire le attività di ricerca del nostro Paese e far sì che l’Italia potesse essere della partita nel caso di un futuro, probabilissimo, sfruttamento delle risorse».

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Ma presa la decisione, il più restava ancora da fare. Per recuperare i soldi necessari – l’impresa costò circa 1 miliardo di lire – Cepparo, che allora controllava già diverse imprese avviate, vende la sua casa cinematografica New Record Film. «Non avevo alternative», scriverà nel 1987. «Non c’era da illudersi che lo Stato italiano potesse contribuire in un qualsiasi modo, tenuto anche conto che come filosofia personale ho sempre aborrito le vie politiche. Se volevo fare, dovevo farlo di tasca mia. E lo feci». Con un budget ridotto, certo, ma un approccio moderno: «Organizzò la spedizione da pioniere. Fu il primo, eppure nonostante il piccolo gruppo di sole 15 persone, dimostrò di saper guardare lontano», racconta Fabio Baio, geologo veterano del Polo Sud che ha frequentato Cepparo negli ultimi anni della sua vita.

Superate le difficoltà economiche, l’imprenditore si trova a combattere con gli ostacoli politici. Da una parte c’è l’Argentina governata dalla dittatura militare, che avanza pretese sull’Antartide nonostante il carattere internazionale stabilito dal Trattato. Buenos Aires pare decisa a trasformare quel viaggio in una prova di forza. Dall’altro lato il governo italiano, preso dalle vicende interne ed estremamente preoccupato da possibili incidenti con il Paese sudamericano, con il quale intrattiene relazioni più che amichevoli. Così, quando l’Argentina arresta l’armatore dell’imbarcazione già noleggiata da Cepparo in vista della spedizione, la Farnesina, «in luogo di sostenere la legittimità della spedizione, ci diffidò dal farla». È il dicembre 1975, alla partenza mancano pochi giorni. Ricordando quei momenti di fuoco, Cepparo poi scriverà: «C’era l’orgoglio che mi bruciava dentro sino a indurmi ad assicurare ai miei compagni che, magari a nuoto e con lo zaino in bocca, ma noi in Antartide ci saremmo andati lo stesso».

La squadra è composta da due geologi, un climatologo, un biologo, due subacquei, quattro alpinisti esperti, un operatore video, un responsabile per la costruzione della base, un operatore radio, un carpentiere cuoco. Oggi molti di loro sono morti, altri sono anziani e malati.

In 48 ore si trova la soluzione: noleggiare un’imbarcazione in Norvegia, sfidando Buenos Aires e le raccomandazioni della ministero degli Esteri italiano. Cepparo e gli altri membri della squadra volano a Oslo a metà dicembre, e da lì salpano per navigare 25 giorni fino all’altro capo della Terra.

A metà gennaio, l’arrivo a destinazione nell’isola di King George, arcipelago delle Shetland meridionali, estremo nordovest del Continente bianco.

«Quando entriamo nella Admiralty Bay, la vasta baia che si apre nel cuore dell’isola, siamo colpiti da una visione fantastica. Di fronte a noi si allarga sui ghiacci una moltitudine di pinguini, forse un milione. Sulle spiagge sono raggruppate qua e là colonie di foche elefante, foche di Weddel e otarie. Nel cielo volano skua, petrelli e sassifraghe. Ce l’abbiamo fatta: nonostante tutte le difficoltà e le angherie degli argentini, siamo finalmente in Antartide a coronare il nostro sogno».
Il team approda in una valle «ricca di un ruscello d’acqua dolce e relativamente protetta dai venti»: la battezzano Conca Italia e lì, nel giro di pochi giorni, costruiscono la prima base italiana in Antartide. Impresa non facile, ma «molto romantica», ricorda con emozione l’alpinista Donato Erba, partito a 24 anni lasciando a Lecco il primo figlio appena nato. «Non fu una semplice spedizione alpinistica o di avventura, dietro c’era molto di più».

Mentre i ricercatori scoprono i resti di una foresta fossile e raccolgono campioni, i sub esplorano i fondali gelidi ma ricchi di vita e gli alpinisti conquistano sette vette, portando un pezzo di Italia nella geografia: Cima Italia, Cima Leonardo da Vinci, Cima Radioamatori.
I risultati scientifici non sono paragonabili a quelli di spedizioni successive molto più grandi, ma l’entusiasmo dei partecipanti è forte e contagioso.

«C’eravamo noi e nient’altro. Solo uccelli e leoni marini. Si poteva girare chilometri senza trovare una chiesa, un campanile, un’antenna della tv. Per noi che pure conoscevamo i ghiacci fu un’esperienza meravigliosa», racconta Erba. E il ricordo va a quelle scalate da percorrere centimetro dopo centimetro: «Le giornate di bel tempo erano poche e mai consecutive. Conquistare le cime era difficile, si passava dal sole alla nebbia alla neve, cadevano massi. Ma l’emozione era enorme: ricordo che quando arrivammo sulla cima Radioamatori Gigi Alippi, un simbolo dell’alpinismo, si commosse. Davanti a noi c’era una fila enorme di montagne, eravamo i primi uomini ad arrivare lassù». La base di Conca Italia viene dedicata, scrive ancora Cepparo nelle sue memorie, «a Giacomo Bove, un ufficiale della Marina Italiana, reso famoso da una spedizione nei mari nordici, che nella fine Ottocento convinse gli argentini ad organizzare la prima spedizione antartica». Questo però non basta ad evitare l’ira del Paese sudamericano, che lancia al gruppo minacce via radio e prepara la sua vendetta. Al ritorno in patria, dove giornali, radio e televisioni hanno dedicato all’impresa ampi servizi con toni trionfalistici, Cepparo non può ancora immaginare cosa succederà di lì a poco.

Lo avevano annunciato prima della partenza e lo mantengono appena rientrati in Italia: Cepparo e i suoi donano ufficialmente la base allo Stato italiano. Ma la risposta che arriva dal segretario di gabinetto dell’allora titolare della Farnesina, Arnaldo Forlani, è formale e gelida come il vento di Conca Italia in una giornata di gennaio.
«Mentre Le esprimo il più vivo apprezzamento dell’On. Ministro degli Esteri, desidero informarLa che il Governo italiano avrebbe l’intenzione di donare la base al Governo argentino». Nonostante si parli nella missiva di «garanzie per eventuali futuri Suoi programmi di ricerca ed esplorazione in Antartide o di altre missioni scientifiche italiane», per Cepparo la decisione è incomprensibile e difficile da accettare. «Fu paradossale. Forlani si dimostrò un piccolissimo uomo, perché per risolvere il problema con gli argentini gli regalò la base», riflette oggi Roberto Cepparo. Ma non è finita: due anni dopo, Flavio Barbiero, vice capospedizione nell’impresa del 1975-76, torna a Conca Italia e fa la drammatica scoperta: «È rimasto in loco solo il muretto perimetrale che sosteneva il fabbricato. Tutto il resto è scomparso nel nulla», racconta nelle sue memorie Renato Cepparo. Distrutta, smontata e ricostruita altrove, bruciata: ancora oggi le versioni sulla fine della base Giacomo Bove sono diverse e impossibili da verificare. L’imprenditore milanese si aspetta almeno una reazione, eppure il governo italiano «accetta supino l’affronto».

La ferita brucia ancora, ma Cepparo, come lo ricorda Erba, «era un vulcano». Non si lascia fermare dalle avversità e progetta una seconda spedizione nel Continente bianco con l’idea anche di ricostruire la base italiana. I soldi per finanziare l’impresa non ci sono, ma lui riesce ad ottenere l’appoggio di «un noto imprenditore italiano», probabilmente un componente della famiglia Agnelli, pronto a coprire i 7 miliardi di spese previste. Nel frattempo – siamo ormai nel marzo 1981 – l’Italia, dopo i continui appelli di Cepparo alla Farnesina e le pressioni americane ben più difficili da ignorare, ha aderito al Trattato antartico. Poche settimane dopo Cepparo presenta il suo progetto ai ministeri degli Esteri e della Ricerca, che lo accolgono con «estrema freddezza». Solo il CNR mostra inizialmente interesse. A giugno dello stesso anno, però, quando ormai la nave per tornare al Polo Sud è prenotata, ecco un’altra doccia fredda: «Lei non può partire. Il CNR rifiuta la sua offerta. È incredibile, ma è così. Desista», gli confida il funzionario dell’ente di ricerca, secondo quanto riportato da Cepparo nelle sue memorie. «Sono frastornato, deluso», annota lui, e aggiunge: «Non se la prenda, mi conforta il noto imprenditore, nel nostro Paese è molto più difficile fare del bene, che del male. Se lei fosse stato legato ad un carro politico, a quest’ora forse sarebbe già partito». Due interrogazioni parlamentari che chiedono spiegazioni rimangono senza risposta.
In quegli anni l’Italia chiede agli enti di ricerca CNR ed ENEA di lavorare per il lancio del Programma Nazionale Ricerca in Antartide (PNRA). Il progetto di Carlo Stocchino, oceanografo con esperienze nel Continente bianco, ha la meglio, anche se le spese per lo Stato sono infinitamente più alte rispetto a quelle proposte da Cepparo: 230 miliardi di lire.
Per Cepparo si tratta di una decisione «inconcepibile» e piena di criticità, dalla scelta del luogo dove costruire la base, impossibile da raggiungere via mare senza navi rompighiaccio, alla poca trasparenza sui costi. Secondo l’imprenditore, la questione è politica: «Ripenso al 20 gennaio 1976 quando senza molto scalpore 15 italiani costruirono la prima base fissa italiana senza spendere una lira di denaro pubblico. In quella occasione non si scomodò nessun ministro per felicitarsi con noi. Non eravamo legati a nessun partito», ricorderà con amarezza.

A trent’anni di distanza (la prima spedizione del PNRA partì nel 1985), le opinioni sui motivi di quella scelta sono diverse. «Gli Stati Uniti dettero un grosso sostegno all’Italia per il lancio del PNRA, senza di loro non ce l’avremmo fatta. E il sito dove venne costruita la base Mario Zucchelli nell’Antartide meridionale, vicino alla base americana di McMurdo, venne scelto anche con il supporto di un professore neozelandese», ricorda Giuseppe De Rossi, ingegnere dell’ENEA responsabile della logistica per le spedizioni al Polo Sud. «Eravamo ancora nel periodo della Guerra fredda, gli Stati Uniti esigevano che l’Italia rimanesse nella loro sfera di influenza anche in Antartide. Cepparo fece una buona spedizione, ma la sua impresa aveva causato molti problemi all’Italia nelle sue relazioni con gli argentini. Quella era una zona calda, nel 1982 poche centinaia di miglia marine più a ovest sarebbe scoppiata la guerra delle Falklands: il CNR in questo contesto non poteva permettersi di accettare», spiega un ricercatore del CNR che si è occupato per 25 anni della ricerca in Artide e Antartide e chiede l’anonimato.

Per Fabio Baio, lo scienziato che più si è impegnato negli ultimi anni per ricordare quella spedizione, Cepparo «fu eroico, e ci rimase male quando la sua esperienza non venne valorizzata nell’ambito del PNRA. Si vide passare avanti persone molto ben introdotte a livello politico». Questo lo addolorò moltissimo. «Era riuscito a portare l’Italia in Antartide e dopo, nonostante la sua disponibilità a collaborare, si sentì estromesso. Lo spirito con cui lui organizzò e finanziò la prima spedizione fu un po’ da galantuomo. Vedere dall’altra parte persone interessate solo al business che si nascondeva dietro l’Antartide lo irritò ancora di più», ricorda il figlio Roberto.

Se si lasciano da parte le polemiche, rimane la questione della memoria. Nei tre musei italiani dedicati all’Antartide ci sono ancora i materiali usati durante la spedizione del 1975-76: le carte, le mute, gli oggetti quotidiani, gli sci, le fotografie. Ma fuori, pochissimo è stato fatto dal mondo della ricerca ufficiale per ricordare quella spedizione che, pur con i suoi limiti, contribuì ad aprire per l’Italia la rotta verso il Polo Sud. Nel 2003 Baio ha portato con sé in Antartide il documentario realizzato dallo stesso Cepparo sull’impresa (dal quale sono tratti i contributi video integrati in questa webstory), con lo scopo di far conoscere quell’avventura ai colleghi. Pochi ne sapevano qualcosa: l’Italia ha la memoria corta, e dimentica presto. Non solo quando si parla di spedizioni scientifiche, peraltro. A ricordarci di Conca Italia, oggi, rimangono solo la cartina geografica dei ricercatori polacchi e poche pietre ricoperte di ghiaccio.

CREDITS
Testo di Veronica Ulivieri
Video e foto tratte dal documentario La storia della prima spedizione Italiana in Antartide (1976) di Renato Cepparo